Un’opera teatrale non dovrebbe avere bisogno di spiegazioni, o richiedere una particolare informazione. Lo spettatore vede un sipario che si apre, ed assiste a una storia che gli deve essere del tutto comprensibile, perché deve contenere in sé tutto quanto è necessario alla comprensione. Di fronte a “Giulietta e Romeo” non è necessario che lo spettatore sappia qualcosa dell’Italia del XVI secolo: ci sono due famiglie nemiche, e due giovani che si amano, al di là dell’odio che separa le loro famiglie. Punto e a capo. Questa è la situazione “drammatica” fondamentale, e tanto gli basta. Se poi lo spettatore è uno studioso dell’Italia del XVI secolo, questo è un “di più” che potrà anche giovargli, ma che non è assolutamente necessario. Venendo a “Nel nome del Padre” la situazione non cambia: ci sono due giovani che si incontrano, in una sorta di anticamera dell’eternità. E’ evidente che essi hanno concluso la loro vicenda terrena, e risulta a poco a poco evidente che per raggiungere quell’Eterno Riposo che tutte le religioni promettono all’uomo, devono in qualche modo “liberarsi” di tutto quello che hanno vissuto, raccontandosi l’un l’altro la propria storia. Come in una confessione davanti a un giudice, o a un sacerdote, o a uno psicanalista. Lo spettatore nota e si rende conto di una cosa strana e interessante al tempo stesso: i due protagonisti appartengono ai due poli opposti della scala sociale. Lei è figlia di un uomo potentissimo, un vero e proprio protagonista del mondo del potere e del danaro, lui è il figlio di un povero rivoluzionario, per lungo tempo esule dalla sua patria, che lotta per sconfiggere quel mondo ed imporre una nuova eguaglianza tra gli uomini. Diciamo pure “una capitalista” e “un comunista”: certo dunque ancora più distanti tra loro di Giulietta e Romeo.