Odiarsi d’amore: una favola
«Questa pièce è una novella, cioè una forma di narrazione allegorica». Questo pensava Genet del suo testo più famoso: Les Bonnes. Una narrazione allegorica, noi aggiungiamo, quindi una favola, dall’andamento onirico e visionario, ricca di nere suggestioni.
Le serve è una favola fondata su due creature tormentate come lingue di fuoco, traboccanti di angoscia, di sublime e di piaghe infette, ma pure di ricordi deliranti, che hanno perso ogni contatto con la loro identità.
Narra la storia di due cameriere sorelle che, sfruttate dalla padrona, mantenuta di alto bordo, giocano in sua assenza a imitarla, pavoneggiandosi coi suoi vestiti, finché non sopportando più questi palliativi passano all’azione – prima facendole arrestare l’amante, quindi tentando di avvelenarla, ma rimangono esse stesse vittime delle loro macchinazioni, di cui la destinataria nemmeno si accorge.
Di favole di povere ragazze, sfruttate da matrigne e sorellastre, la nostra memoria è piena, ma questa, forse, è una iper-favola, cioè: un grande rituale barocco che mette in scena l’eterna dialettica del padrone e dello schiavo, la reciproca dipendenza dei due termini di una relazione di dominio, il bisogno profondo della nostra natura – incomprensibile e scandaloso – di imporci e sottometterci, umiliare e subire, uccidere e morire. È una favola che diventa un rituale maledetto e insopportabile, come tutto ciò che cerca di svelare la violenza profonda che vive in noi e determina la nostra cultura, la nostra psicologia, la nostra esistenza. È una cerimonia, come si ripete spesso nel testo: vi si celebra la dipendenza, l’odio, l’invidia, la sensualità della violenza e l’interscambiabilità dei ruoli. È una messa nera, un’invocazione sensuale del potere, un denudamento insieme fisico, morale e sociale.
Il senso allegorico di questa favola è già chiaro e stimolante: le classi inferiori sognano sempre di essere le superiori, amano chi le governa nel momento stesso in cui meditano di ucciderlo. Assai spesso il padrone si sottrae dal delitto e gli inferiori si uccidono tra loro.
Nel gioco rituale a cui si abbandonano le due domestiche, ciò che più colpisce è la forza con cui viene rappresentata un’alternativa tra apparenza e realtà nella quale non vi sono soluzioni ultime. La capacità di immedesimazione dei personaggi nei loro doppi ruoli è talmente violenta che la storia delle cameriere che si vendicano della signora facendo arrestare il suo amante e recitando poi la commedia dell’odio e del disprezzo tra di loro, perde ogni possibilità di interpretazione univoca e acquista soltanto il senso di un perpetuo vai e vieni «di essenza e di apparenza, di reale e di immaginario».
E così torniamo di nuovo all’immaginario, ovvero: alla favola, all’atto di spiare, furtivamente, queste due serve, che sono dei mostri da favola, certo, ma come lo siamo noi quando siamo soli con i nostri fantasmi…