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Ye sa ancora fare grandi cose, ma non riesce a tenerle insieme

30.03.2026 Scritto da Michele Boroni / Claudio Cabona

È davvero sfiancante star dietro a tutti i rinvii di uscita (sette in nove mesi), ai listening party, alle storie sull’AI e alle varie versioni dei pezzi annunciati o pubblicati che si sono avvicendate di “Bully”, e quindi siamo arrivati all’ascolto del progetto di Ye con una sensazione di disincanto. Quella che qui recensiamo è la versione che si trova sulle piattaforme di streaming a fine marzo, peraltro differente da quella presente nei dischi fisici, convinti che, per mille motivi, possa ancora variare nel futuro prossimo. Già dai primi pezzi pubblicati alcuni mesi fa, e qui presenti con qualche modifica, si era compresa una sorta di ritorno alle origini di Ye, ma con uno stile più intimo e minimale. Un Kanye che va meno dietro alle mode o che insegue certi suoi percorsi pericolosamente provocatori e figli dei suoi problemi mentali, per tornare a prendere certi suoi elementi del periodo d’oro: i beat elettronici di “Yeezus”, l’uso espressivo dell’auto-tune di “808s & Heartbreak” e il ritorno al sampling creativo di pezzi soul tipico della sua prima parte della carriera.

Dopo la deriva volutamente provocatoria e caricaturale di “Vultures 1” e “Vultures 2”, in cui Ye aveva abbracciato fino in fondo il ruolo del villain, tra aggressività, linguaggio esplicito e un immaginario quasi horror, simboleggiato anche dalla maschera alla Jason Voorhees, qui si intravede un ritorno a una dimensione più emotiva. Lo stesso Ye ha collegato il titolo dell’album a un episodio di bullismo legato al figlio, e non è un caso che in più momenti riaffiori un bisogno di introspezione che sembrava essersi perso. Tornano i sentimenti, torna il rapporto con la famiglia, torna soprattutto la figura della madre Donda, evocata anche in uno dei passaggi più significativi del disco come “Mama’s Favorite”, dove la sua voce riemerge quasi come un fantasma guida. Non si tratta di una svolta totale, gli scatti narcisistici, le spacconate e quel senso di caos mentale restano parte integrante del linguaggio di Ye, ma è evidente un tentativo di riallinearsi a quella sensibilità che aveva reso unici i suoi primi lavori.  Il punto, però, è che tutto questo arriva senza una vera sintesi.

“Bully” è un disco che vive di singoli momenti riusciti, ma che fatica a trovare una direzione complessiva. E soprattutto, molte delle intuizioni migliori suonano come variazioni di qualcosa che Ye ha già fatto, spesso meglio, in passato. Qui emerge forse il limite più evidente: per anni ogni suo album ha rappresentato una rottura, un cambio di paradigma, non solo per la sua carriera ma per il linguaggio stesso dell’hip hop. Era questa la sua dimensione più autenticamente geniale. In “Bully”, invece, quella spinta sembra essersi attenuata: Ye appare più ripiegato su se stesso, meno interessato (o meno capace) di ridefinire le regole del gioco.

Detto ciò, proviamo a mettere in fila le cose davvero buone (perché sì, al netto dei limiti, ce ne sono) che sono contenute nel disco e che, appena ascoltate, ci hanno fatto alzare in piedi. L’iniziale “King” fa davvero pensare al meglio: un predicatore gospel lascia il posto a synth oscuri e contagiosi e al flow sicuro e incisivo di Kanye, con alcune delle barre migliori. Nell’ottima “All the Love” e in un altro paio di tracce, il rapper coinvolge direttamente Andre Troutman, “principe del talkbox” erede della dinastia dei Troutman come il Roger degli Zapp che ha forgiato il suono della tradizione funk.

Nella combo “I Can’t Wait” e “White Lines” torna il West delle interpolazioni creative: in questo caso costruisce le canzoni deformando e decostruendo grandi classici come, rispettivamente, “I Can’t Hurry Love” di Diana Ross & the Supremes e “They Long to Be (Close to You)” di Bacharach nella versione di Stevie Wonder, e ci vuole la sua arroganza e sfrontatezza per farlo in modo convincente. Qua e là torna anche la fase gospel di “Jesus Is King” - volutamente abbandonata in “Vultures” - come nel nuovo singolo “Father” in coppia con Travis Scott, accompagnato dal video - diretto da Bianca Censori - che sta già facendo impazzire tutti gli esegeti in cerca di easter eggs, o “Sister and Brothers” che cavalca un campionamento gospel di Jonah Thompson e un intermezzo di Loleatta Holloway, mentre Ye snocciola rime da spaccone su Mach 3 e auto blindate, tra lo spirituale e il materialistico senza troppo senso.

Ci sono altre collaborazioni dentro “Bully” come quella di Cee Lo Green nella title track oltre a quelle già citate, ma non aggiungono molto a quello che di base, o quanto meno nelle intenzioni, è un disco intimo e personale, seppur confuso. Una menzione a parte va fatta per “Preacher Man” costruita sul sample di “To You With Love” dei The Moments, un pezzo coinvolgente in perfetto equilibrio tra tensione e spavalderia costruita e rappata con grande lucidità. Altrove ci sono pezzi inutili e tronchi come “Circles”, occasioni sprecate come il pezzo latin “Last Breath” con Peso Pluma o la collaborazione con James Blake (che già si è messo a reclamare, chiedendo che il suo nome venga rimosso) nella finale “This One Here”, e una serie di filler che probabilmente saranno i primi ad essere rieditati come nella sua solita pratica.

Cosa concludere, quindi? Ci troviamo di fronte a un Kanye che ha capito che la strada migliore è tornare a fare le cose che sa far bene. “Bully” restituisce l’immagine di un artista che sa ancora colpire, che conserva lampi del proprio talento, ma che oggi sembra non riuscire più a trasformarli in una visione davvero compiuta.

TRACKLIST
KING
THIS A MUST
FATHER
ALL THE LOVE
PUNCH DRUNK
WHATEVER WORKS
MAMA'S FAVORITE
SISTERS AND BROTHERS
BULLY
HIGHS AND LOWS
I CAN'T WAIT
WHITE LINES
CIRCLES
PREACHER MAN
BEAUTY AND THE BEAST
DAMN
LAST BREATH
THIS ONE HERE


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