(seconda parte - la prima è stata pubblicata ieri qui)
Ormai, volontariamente o meno, possiamo affermare che Tony Gatlif si è imbarcato nella creazione di un atlante storico del mondo rom. E, tuttavia, il capitolo più terribile, ovvero il tentativo di sterminio del popolo rom da parte della Germania nazista, è ancora mancante. E lo sarà fino al 2010, quando, nella Francia di Sarkozy e del ministro dell'immigrazione Besson, si è scatenata una violenta campagna contro i rom provenienti dalla Romania. E Gatlif, che è in prima linea nella loro difesa, risponde con le sole armi che conosce, quelle del cinema e della musica. Ed è così che nasce Liberté (libertà), da noi uscito con lo stesso titolo francese o, più raramente con quello in lingua romaní, Korkoro. Un film che mette in scena un episodio poco conosciuto di una tragedia invece ben nota ai libri di storia: la deportazione dei rom e la loro eliminazione nei campi di concentramento nazisti: da 250.000 a 500.000 quelli sterminati. Non a caso il film si apre con l’immagine di un filo spinato che ondeggia al vento. E poi, a contrasto, l’arrivo teatrale di un piccolo gruppo di famiglie rom: una vibrante esplosione di rumori, musica, colori e gioia di vivere. Nessuno immagina che si sta per consumare una tragedia terribile. E neanche dopo, quando si mette in moto la routine dell’orrore: Gestapo, rastrellamenti, interrogatori brutali… E così via fino alla sentenza finale di deportazione. Dalla parte dei rom troviamo il sindaco del vicino paese, Théodore, che si batte contro ogni forma di disumanità; e poi, dalle file della Resistenza, la maestra Mademoiselle Lundi, che si porta a scuola gran parte dei bambini rom. Ma saranno soprattutto l’intelligenza e la leggerezza della cinepresa di Gatlif a garantire al film un’atmosfera che gli permetterà di contrapporre l’indomita libertà del popolo rom alla feroce criminale intolleranza nazista. Ed è l’intera cultura gitana che, per tutto il film viaggia su un tema musicale di grande rilievo, delizioso e coinvolgente, senza contare una serie di numeri volutamente esilaranti come il concertino dei musicisti rom per le galline depresse di un contadino o la presa per i fondelli del famoso Maréchal nous voilà, inno dedicato al maresciallo Pétain, collaborazionista del regime filonazista de Vichy. Ma l’invenzione più geniale è quella di Taloche, uno zingaro-charlot (nel senso di Charlie Chaplin) totalmente posseduto dalla libertà, che, sul ritmo del suo scatenato violino, attraversa da solo paesi e campagne fino quasi a mettere in crisi la ferocia nazista.
Poi, nel 2014, il botto sorprendente di Geronimo (stesso titolo in italiano), quasi un musical a metà strada tra Giulietta e Romeo, West Side Story e un vecchio luminoso film militante. Tutto inizia nella calura di agosto, con Geronimo (Céline Sallette), giovane operatrice sociale, che cerca di placare le tensioni tra i ragazzi di un quartiere problematico di una città del sud della Francia. Lei, che ha passato anni un riformatorio, non ha difficoltà a parlare con i ragazzi, a capirli, così come a coltivare il loro talento creativo. Tutto cambia, però, il giorno in cui una promessa sposa di origine turca abbandona il matrimonio “combinato” dalle famiglie per raggiungere il giovane rom che ama. Un evento che di lì a poco scatena una vera e propria guerra tra clan. «Il mondo è diventato pericoloso, - osserva Tony Gatlif - C'è qualcosa che incombe su di noi, che ci fa paura. Che ha a che fare con questa ascesa del fascismo in Europa che nessun governo aveva previsto. Loro, i giovani, sono disorientati e si aggrappano ai momenti peggiori di un passato pericoloso e violento. E alla fine sono soprattutto le giovani donne a pagarne il prezzo. E’ a partire da queste riflessioni che ho costruito il mio film». Ma anche questa volta, e nonostante la drammaticità delle tematiche, Gatlif non ci consegnerà un film cupo e deprimente. Anzi più che mai cercherà di mettere in scena, magnificamente, la bellezza e l'amore. E alla fine anche i conflitti saranno superati dalla musica. «Ho preferito la musica alla violenza. - dice - La cinepresa la rende fotogenica, la violenza. E io non lo voglio. La musica è più forte della violenza perché si rivolge direttamente al corpo e all'anima». A sua disposizione un cast straordinario di attori bellissimi e talentuosi, tutti presi dalla strada (a parte Céline Sallette nella parte di Geronimo). Hanno tra i 16 e i 20 anni, e Gatlif li ha trovati in giro per il quartiere. «Hanno imparato in fretta a fare tantissime cose. Dipingono, fanno graffiti, suonano, ballano. La loro capacità creativa è incredibile. Sono così belli. E il film è così vicino a loro. Di una vitalità travolgente. E io volevo raccontare questa storia con la stessa potente energia. Quindi niente inquadrature lente e contemplative».
Nel 2017 arriva Djam (stesso titolo in Italia), un road movie tumultuoso con protagonista una giovane ed eccentrica greca (Djam, come il titolo). Un altro film dalle immagini suggestive e travolgenti, con al centro una giovane donna che sorride al mondo, un po' selvaggia, che naturalmente canta e balla con grande sensualità e tanta (troppa) intensità. Una splendida fusione di vita, celebrazione e riflessione, con al centro ancora una volta un’importante presenza musicale, che questa volta prende le forme e i suoni del rebetiko, una sorta di blues greco, poetico, antico, intriso di cultura turca. «Una musica – spiega Gatlif - che ho scoperto trentacinque anni fa in Turchia, in una taverna e ne sono rimasto affascinato. Ricorda i gitani, il blues, il jazz, gli emarginati…». Musica bastarda così come contaminata è la personalità (e la vita) della protagonista, fatta di diverse culture, generosa, imprevedibile, come gran parte delle eroine di Gatlif. A interpretarla, un’attrice luminosa e magnetica, l’esordiente Daphné Patakia. E, accanto a lei, Avril (Maryne Cayon), una giovane donna francese smarrita, incontrata per caso, sulla strada per Mitilene, nell'isola di Lesbo. Lì, scopriranno insieme la musica locale, la speranza e la gioia della condivisione… e la tragedia dei migranti africani. Perché, come molti film di Gatlif, Djam affronta il tema dell'esilio. E il rebetiko è la musica dei greci espulsi dalla Turchia nel 1922. Ma sullo sfondo, e sulle strade percorse dalle due giovani donne, ci sono anche migranti africani che attraversano la Grecia e la Turchia nella speranza (disperata) di raggiungere l’Europa. Così lungo il suo cammino, Djam trova le povere tracce lasciati dai migranti, vestiti, foglietti con nomi e mappe, giubbotti di salvataggio abbandonati... Lasciando la Turchia per la Grecia, gli esuli hanno forgiato una nuova identità culturale, di cui il rebetiko è un esempio straordinario. Una musica antica, ma che dice molto anche sull'immigrazione contemporanea. Soprattutto in questo film, ci fa vedere come il canto e la danza siano fondamentali per tenere le persone attaccate (radicate) alla loro cultura. «Quello dell’esilio - dice il regista - è un tema che conosco intimamente. Ho vissuto l'esilio dei Pieds-Noirs quando arrivai in Francia dall'Algeria nel 1960. Ricordo ancora con precisione cosa avevo in valigia, anche se avevo solo 12 anni. Ciò che mi affascina è ciò che le persone si portano dietro, la loro vita passata... E poi ci sono i migranti che sono arrivati un giorno all’isola di Lesbo mentre ero lì a finire di scriver la sceneggiatura. E così ho deciso di includerli nel film perché, come regista, scrivo della vita». Insomma ancora un film di grande bellezza ed energia. Un’energia che prende la spinta dal canto e dalla danza, ma che alla fine diventa anche energia vera, fisica, con una forte connotazione sessuale. «Tony Gatlif - scrive Vincenzo Maddauro - è portatore di una lievità ormai rara, che ci fa tornare allo spirito della Nouvelle Vague francese. Le sue danze sono come la corsa nel Louvre di Bande à part; e le gambe di Djam, e di ogni danzatore di Gatlif, sono come dei compassi che, nella celebre visione truffauttiana delle donne, misurano il globo terrestre in tutti i sensi, donandogli il suo equilibrio e la sua armonia».
Nel 2021 arriva Tom Medina, un film decisamente folle, girato in fretta, tra una pausa e l’altra del lockdown, nella regione francese della Camargue, fondendo l'energia del rock con la malinconia del flamenco. Un'ode lirica alla natura, sostenuta dalla scatenata interpretazione di David Murgia, acrobata e poeta allo stesso tempo. Alla base di tutto c’è il ricordo della sua movimentata giovinezza, quando, per sfuggire al riformatorio, Tony accettò un "periodo di fuga" in una fattoria vicino a Vaccarès. Lì imparò a prendersi cura di cavalli, mucche e tori, come dimostra la spericolata scena iniziale della corrida. Insomma, al di là di ogni finzione, questa, in realtà, è la storia di Tony Gatlif, un gitano fuggito dall'Algeria negli anni '60 per raggiungere la Francia. E, come Medina, si è costruito un'identità a partire da zero, inventando una figura spavalda che affascina con la vulnerabilità di un bambino ferito, l’allegria un Pierrot stravagante, la furia di un poeta collerico. Non tutto funziona, ma per fortuna quello che si perde in forza, viene compensato in parte con l'uso dell'umorismo e soprattutto con la potenza della musica gipsy e, più inaspettatamente, del rock metal.
Infine nel 2025, ecco Ange, il suo ultimo lungometraggio che racconta la storia di un musicologo sulla sessantina, di nome Ange (interpretato da Arthur H) che, a bordo del suo furgone, intraprende un viaggio musicale attraverso la Catalogna per fare pace con un vecchio amico. Una sorta di riconciliazione, in cui il protagonista fa un bilancio della sua vita e cerca di guarire dalle ferite del passato, ricollegandosi con le sue radici. Confortato in questo anche dall’incontro casuale con Soléa, una giovane donna ormai allo sbando (che più avanti scopriremo essere la figlia ribelle di un suo vecchio amore). E invece, anche grazie a lei, quella sua strana avventura on the road diventerà un viaggio di rinascita, alla ricerca di un barlume di speranza in tempi per niente facili. Ma soprattutto, anche questo diventerà sempre più un viaggio dove al centro di tutto c’è la musica intesa come linguaggio universale per connettere le generazioni, guarire le anime e cancellare i confini dell'esilio. E, perché no?, anche un viaggio poetico sulla libertà, sul fascino straordinario della Catalogna, sulla bellezza e la gioia della vita tanto care a Gatlif. E poi c’è la musica, naturalmente. Con un padre cabila e una madre zingara, la musica scandisce il ritmo dei suoi film con la stessa intensità con cui risuona nella sua vita. «La musica che - dice Gatlif - è un'estensione della memoria. Quando ascolti la musica, ricordi ciò che è accaduto, i paesaggi, le parole. La musica trasporta cose meravigliose dal passato». In Ange la ritroviamo nell’incontro con Tato Garcia, maestro della rumba catalana, qui sorpreso a suonare una scopa al posto della chitarra, mentre Ange lo accompagna su un pianoforte invisibile. E così nel resto del film, la musica è ovunque, risuona da ogni direzione, si insinua in ogni orecchio, tocca i cuori. Diventa una vera e propria forza vitale, che accompagna l’intero viaggio, strutturando l'intera narrazione cinematografica. E man mano che il film va avanti la musica diventa sempre di più una forma di resistenza e di libertà esistenziale. Un modo di uscire dalla disperazione per riconciliarsi con il mondo.
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