Il regista Tony Gatlif, paladino della cultura gitana con una ventina di film al suo attivo, è morto il 2 settembre all'età di 77 anni. L’annuncio è arrivato dalla famiglia, che ha ricordato poi «la sua generosità, la sua gioia, la sua poesia e il suo amore per la musica». E, infine, moglie, figli e nipoti gli hanno augurato "Latcho Drom", un'espressione gitana che significa "buon viaggio". Che poi è anche il titolo di uno dei 25 film diretti da Gatlif dal 1975 in poi, alcuni dei quali sono diventati dei classici, come Gadjo Dilo, Exils e così via. Le sue sono comunque storie tutte ambientate nell’universo rom, con un taglio profondamente sociale e soprattutto attraversate (supportate) da un particolare tipo di musica vicino a quel mondo e a quella cultura: il flamenco in Vengo, la musica gitana in Les Princes o il rebetiko greco/turco in Djam. Ma era la musica gitana quella più vicina al suo cuore e che ha sempre vissuto come una trance («quel ritmo che sale, conquista i cuori e li travolge fino a provocare vertigini»). Gatlif, d'altronde, aveva un debole per i sentieri poco conosciuti, per la strada e il viaggio, per i confini che svaniscono come per le vite che troppo spesso vengono ignorate. E, come pochi, ha filmato la musica (compresa quella creata da lui), il movimento, l’esilio, la strada e la libertà con un'energia e una dedizione davvero uniche.
Era nato in una baraccopoli d’Algeri nel 1948 come Michel Boualem Dahmani, da madre gitana e padre cabila. E nel ’62 è già a Parigi, dove diventa Tony Gatlif dal nome di un parco algerino. Un’adolescenza per niente facile la sua, tra strada, riformatorio e una sorta di confino in Camargue. Ed è proprio la Camargue a salvarlo, e la sua gente. E subito dopo la scoperta del teatro grazie all’incontro con un attore immenso come Michel Simon. Ma il suo sogno è il cinema e la regia. Un sogno che, dopo vari tentativi, si realizza nel 1983 con Princes (L’uomo perfetto in italiano). Tra realismo sociale e lirismo poetico, Gatlif mette in scena problemi e contraddizioni di una famiglia di “zingari”, come si diceva allora, che vive in un campo alla periferia di Parigi. E poi, dieci anni dopo, nel 1993, dopo altre opere minori ma comunque interessanti, arriva il primo straordinario film interamente centrato sulla musica: Latcho Drom, appunto: un lungometraggio girato in tutti i principali centri della musica rom, dall'India all'Andalusia. Un gigantesco affresco musicale che ha aperto gli occhi e le orecchie del mondo alla cultura rom nella sua infinita diversità. Si comincia in India con una gitana danzante sotto un albero enorme, il vestito che gira e vola come la ruota della carovana che poco dopo scopriamo in Egitto, con tamburi darbuka che riprendono il ritmo delle origini e lo esportano fino alla Turchia. Ci son fiori per le donne, orsi per i bambini e dervisci che non smettono mai di girare. Un’empatia sonora e ritmica che riprende più a Nord, in Romania, dove il violino regna sovrano, ma anche la fisarmonica e il flauto di un'orchestra ashkenazita; mentre un po' più avanti, gli uomini ritrovano il gusto delle danze russe, battendo i piedi. E poi verso Ovest, attraverso la Iugoslavia e la Francia con i rom che adesso suonano la chitarra, montano cesti di vimini e tende, mentre donne dagli occhi ardenti riprendono le danze di sempre. Fino al passaggio in Spagna, punto di arrivo di un viaggio micidiale, di cui il flamenco conserva tutte le tracce: le chitarre, gli abiti, le donne i cui polsi si piegano a sincrono con i fianchi che girano, e i capelli neri ritrovano l’orgoglio di un popolo che da sempre fa girare la ruota di una bandiera senza patria e senza terra.
Insomma, una straordinaria vena musicale che d’ora in poi irrigherà l’intera filmografia di Tony Gatlif. Così nel 1997 arriva in sala Gadjo Dilo, (da noi, Gadjo Dilo - Lo straniero pazzo). Che sarebbe Stéphane, uno sprovveduto giovane francese (l’attore Romain Duris) arrivato tra gli zingari della Romania alla ricerca di una cantante, Nora Luca, che suo padre adorava e che aveva registrato prima di morire. Unico bagaglio di Stéphane: una cassetta e un mini registratore per far sentire ai rom quella voce misteriosa e affascinante. Tutto questo condurrà il personaggio nella confusa ma vibrante vita di una comunità rom, alle prese con l'ostilità dei fascisti rumeni, la dittatura ignobile di Ceaușescu e gli intrighi della mafia locale. Accolto dal vecchio musicista Izidor, Stéphane fa amicizia con la gente rom, registra la loro musica e ha una storia d'amore con Sabina. Ma alla fine, dopo l'omicidio del figlio di Izidor per mano dei razzisti rumeni, Stéphane distrugge tutte le sue registrazioni e chiude la storia ballando come uno zingaro e bevendo vodka. Un film pacificamente ribelle e, grazie anche alla colonna sonora, terribilmente festoso. Ed è questo a renderlo così potente: a Gatlif basta una chitarra per far volare l’anima con una storia di un lirismo puro e bruciante.
Tre anni dopo, nel 2000, Vengo (Vengo - Demone flamenco in Italia) suggella il matrimonio di Gatlif con il flamenco. Cioè con la musica dei diseredati e dei criminali, molto amata nelle baraccopoli e nei quartieri popolari dell’Andalusia, una regione dove l'onore è un valore fondamentale. E la famiglia di Caco, gitano romantico e non violento, ha un debito di sangue con i Caravaca (per via un vecchio “sgarro” del fratello). Così che alla fine qualcuno dovrà pagare. E anche qui è fondamentale la colonna sonora, composta dallo stesso regista fondendo i suoni degli strumenti e quelli della vita in una partitura tanto suggestiva quanto potente. «I gitani fanno musica con qualsiasi cosa. - spiega Gatlif - Anche quando sono in macchina, sotto la pioggia, con il rumore dei tergicristalli». Ma la musica di Vengo ci porta in un contesto decisamente diverso, di cui Gatlif ha riassunto magnificamente il senso: «Il flamenco è un canto rosso come il sangue e nero come il lutto». Lontano da tutti i cliché, lui filma il flamenco "jondo" (profondo), nato dalla persecuzione, dall'esilio e dalla povertà delle comunità emarginate. E il risultato è un'opera emozionante, che riunisce alcuni dei più grandi artisti spagnoli: dal ballerino Antonio Canales (Caco) a Tomatito (chitarrista) e alla Paquera de Jerez (cantante). E aggiunge: «Ho scelto il tema della vendetta perché è impossibile parlare di flamenco senza raccontare una storia del genere. Il flamenco è questo. È il grido della disperazione, della passione e dell'amore. È una storia arcaica eppure senza tempo». Una storia in cui, come in gran parte del cinema di Gatlif, la musica e la danza diventano qualcosa molto vicina a una trance liberatoria, con la cinepresa che letteralmente "danza" allo stesso ritmo dei corpi per guarire le ferite dell'anima. Insomma cinema e flamenco come filosofia di vita, atto di resistenza politica. E il flamenco come massima espressione dell'anima gitana, del suo dolore e della sua sete di libertà.
Swing (2002), edito anche in Italia con lo stesso titolo, si muove nella medesima direzione: film breve, pieno di spunti giovanili, leggeri, colorati. Solo che al posto del flamenco c’è il gypsy jazz che non godeva dello stesso successo. E il film non riesce a convincere né la critica né il pubblico, anche se continua a portarsi dietro un ricordo piacevole e affettuoso. Perché Swing, oltre a riferirsi al titolo del film, è anche il nome della protagonista femminile così come del genere musicale che fa da filo conduttore. Cioè il ritmo ternario e ondeggiante di un genere creato in Francia dal grande Django Reinhardt negli anni '30 e conosciuto come gypsy jazz o jazz manouche. La storia infatti è quella di Max, un adolescente parigino appassionato di musica, che si avventura nella comunità rom per prendere lezioni di chitarra gitana. Per lui quella musica ha la forza di abbattere tutte le barriere sociali e culturali, un ritmo magico, un’emozione che lo fa star bene. Ma Swing è, come accennato sopra, anche il nome di una ragazzina rom magnetica, fiera e dallo spirito libero di cui Max si innamora. Una ragazzina fantastica che, proprio come il ritmo musicale omonimo, si rifiuta di essere confinata in categorie prevedibili o in rigidi ruoli di genere.
Invece il film successivo, Exils (2004, uscito in Italia anche come Il viaggio di Zano e Naïma), sarà proiettato in anteprima al festival di Cannes, dove vincerà la palma d’oro per la miglior regia. Un film che racconta il viaggio di una coppia (Romain Duris e Lubna Azabal) in Algeria, e che rappresenta per Tony la prima occasione di tornare nella sua città d’origine. E si conclude con una sequenza straordinaria: una formazione di musicisti sufi alle prese con una serie di momenti musicali di grande intensità fino ad arrivare alla fase finale di vera e propria trance. Un film traboccante di sensualità e di una musica che scandisce il ritmo degli incontri e delle anime. Elettronica, gitana, flamenco, orientale, una musica che soffia e spinge le immagini continuamente, come il vento. Una musica infine che accompagna il viaggio di Zano e Naïma verso l'Algeria, la terra dei loro antenati, a piedi, in treno, senza una lira in tasca, con la forza dei loro sogni e dei loro ricordi. Zano, orfano, figlio di coloni Pied-Noir, e Naïma, che non conosce l'arabo. E tuttavia è lei il cuore del film, grazie alla presenza di Lubna Azabal, attrice di grande fascino dalla bellezza cruda e ardente, inquietante e misteriosa.
Il film successivo è Transylvania (2006), un ritorno in Romania e l'occasione per un incontro elettrizzante con Asia Argento. Un road movie brutale e malinconico, un altro viaggio errante alimentato da alcol, musica e danza. Crudeli storie d'amore cantate con grande fervore e, come trama, un’incredibile storia d'amore vissuta dalla protagonista, Zingarina, cioè Asia Argento nei panni di un'avventuriera con impulsi quasi magici. E’ lei che insegue un ex amante fino ai confini del mondo (i paesaggi innevati e fantastici della Romania), solo per sentirsi ancora una volta rifiutata. Distrutta, ritorna a Parigi, dove, durante uno dei suoi vagabondaggi notturni, si imbatte, in un essere "senza confini né legami", come piace a Gatlif: un'anima persa, virile e fragile allo stesso tempo, incarnata da Birol Ünel, tenebroso e mitico attore turco. All'incrocio tra finzione e documentario, Transylvania è prima di tutto la celebrazione musicale dei ritmi e delle danze frenetiche delle varie comunità multietniche, con momenti anche qui di trance tirata “in ballo” per esorcizzare i tormenti interiori dei vari personaggi. Un ennesimo viaggio nella musica gitana che, a parte un brano molto orecchiabile (Tchiki Tchiki), alterna momenti festosi a passaggi più cupi e suggestivi, grazie anche alla collaborazione di Gatlif con Delphine Mantoulet, con cui il nostro è tornato a collaborare dopo Exils.
(prima parte - domani pubblicheremo la seconda)
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