Lo avevamo lasciato sul palco del "Back To The Beginning" di Birmingham, intento a scambiare gli ultimi sguardi, già intrisi di tristezza e leggenda, nel concerto finale dei Black Sabbath e insieme di un provatissimo Ozzy Osbourne. Da allora, voci di un ritorno da solista di Iommi si erano fatte sempre più insistenti. Tanto che alla fine, a vent'anni e più dall'ultimo "Fused" (registrato insieme all'ex Deep Purple Glenn Hughes), e a ventisei dall'interessante debutto omonimo (che presentava un cast di ospiti illustri alla voce, dallo stesso Osbourne a Dave Grohl, passando per Phil Anselmo e molti altri), ci è finalmente dato di ascoltare il nuovo "From The Dark" (ufficialmente in uscita il 23 ottobre 2026 tramite BMG). Disco che, a cominciare dal titolo, mantiene fede a quell'oscurità ancora cara al Padrone del Riff, oggi settantottenne, restituendoci l'anima più genuinamente gotica e drammatica del leggendario chitarrista.
I penetrali dell'animaGià nei mesi scorsi, all'annuncio del disco, Iommi aveva dichiarato: "Ci è piaciuto molto realizzare quest'album senza cercare di dimostrare alcunché", confessando pensieri intimi su cosa significasse, per lui, vivere e creare senza la presenza di Ozzy: "È tutto ancora molto strano; non ho la sensazione che se ne sia andato davvero, perché quando guardo YouTube o altro trovo sempre qualcosa che lo riguarda. È quasi come se fosse ancora qui... Eravamo sempre in contatto, ed è questo a mancarmi più di tutto". Un primo assaggio uditivo di "From The Dark", mediante il robusto singolo "World Alone", era stato svelato durante un evento in streaming globale organizzato proprio a Birmingham, città natale del chitarrista, a pochissimi passi dal celebre Black Sabbath Bridge inaugurato nel 2019. Ovviamente, scommettere che il sound di quel brano, pesantemente guitar-oriented, avrebbe fatto da perno all'intera architettura dell'album sarebbe stato troppo scontato. Ma è proprio in questa capacità di alternare la pesantezza millenaria dei suoi riff a sfumature impreviste, che Iommi dimostra di non aver perso nulla della sua urgenza creativa.
Un lungo un viaggio notturno
Le otto tracce che compongono l'opera si dispiegano, giustappunto, lungo un viaggio notturno, introspettivo e al contempo convintamente heavy metal. Si parte da "Over The Violent Sun", che ripristina il modello Heaven & Hell del mai dimenticato "The Devil You Know" (2009), lambendo persino il Sabbath sound dell'era Tony Martin. Come opener la traccia convince e appaga, aprendosi a un'epicità su cui si staglia l'ugola potentissima del cantante norvegese Jørn Lande. Sulla stessa scia, ma spingendosi ancora più a fondo, "Black Times" spalanca le porte a un'oscurità densa e retta da un mix di suoni rovinosi e travolgenti. La rilettura di tutti gli ingredienti sonori che hanno fatto la grandezza di Iommi viene qui ulteriormente estremizzata: la già citata "World Alone" sfoggia prima un riff quasi thrash metal, per poi rimandare alle atmosfere più incattivite di quel capolavoro (spesso) dimenticato dei Sabbath che è "Dehumanizer" (1992). L'imponenza epica e sanguigna torna poi a farsi viva nella profetica "Beyond The Dead", impreziosita da un muro di orchestrazioni che aggiunge valore a una scrittura già di per sé magnetica. "Stormwatcher", secondo estratto lanciato a ridosso dell'album con un videoclip animato, offre invece al chitarrismo iommiano l'occasione di esprimersi senza freni, ed è qui che l'anima di Ronnie James Dio sembra farsi strada direttamente attraverso il potente diaframma di Lande.
A colloquio con la stampa internazionale, il cantante norvegese ha riassunto l'esperienza al fianco di Iommi come un traguardo "surreale", poiché dare una veste vocale alle intuizioni di una simile leggenda gli ha permesso di sintonizzarsi su un'oscurità solenne, poi tradotta in liriche profonde. Ne è un esempio "Death Wake", per cui Iommi ha ingaggiato uno dei suoi più cari amici di vecchia data, Brian May dei Queen, affinché ricamasse sul pezzo un tanto discreto quanto prezioso assolo di chitarra. May, d'altronde, era già apparso in veste di ospite solista su "When Death Calls", sontuosa traccia inclusa nell'album "The Headless Cross" (riuscito parto dei Black Sabbath con Martin) nel 1989. Come appare evidente da questi titoli, il tema della mortalità resta, oggi più che mai, al centro dei pensieri di Iommi, cui si affiancano riflessioni sulla lotta interiore e su una certa idea di "resilienza". Quel che è oltremodo palese, giungendo alla coda dell'album con "Return Of The Arbalist" e con "Legacy", composizione di sette minuti, questa, in cui Lande regala un'altra ineccepibile prova di talento, è che nel composto di "From The Dark" via sia molta più traccia dello spirito di "Mob Rules" (altro pilastro dell'era Dio), che non di un qualsiasi passaggio discografico riferito al periodo Osbourne di Iommi.
Un'equipe solida
Non si può non constatare come Iommi abbia assemblato per questo disco una squadra coesa, nata da sessioni di scrittura spontanee e, soprattutto, domestiche (svoltesi proprio a casa del chitarrista). La presenza di Lande rappresenta certamente un valore aggiunto, anche se la descrizione che si legge sul suo sito ufficiale suona a tratti iperbolica ("uno dei più grandi cantanti rock del nostro tempo; dio norreno del metal e leader della rinascita dell'hard rock classico ai massimi livelli... una vera leggenda"). Se però una colonna portante come Tony Iommi lo ha scelto, un motivo dev'esserci senz'altro. Una considerazione che vale parimenti per la giovane bassista Becky Baldwin, conterranea di Iommi, e per il batterista Karl Brazil, il quale ha iniettato nelle canzoni di "From The Dark" un groove dinamico e attuale. Essenziale alla riuscita del progetto è però anche il lavoro sui suoni che lo stesso Iommi ha curato insieme al suo braccio destro Mike Exeter, già al lavoro sul citato "Fused", nonché su quel "13" dei Black Sabbath che aveva ricevuto da Rick Rubin una produzione esageratamente compressa, tanto da penalizzare il capitolo finale della classic line-up del gruppo (all'epoca completata da Tommy Clufetos alla batteria al posto di Bill Ward).
L'impatto visivo finale
Sebbene non lo si possa escludere con assoluta certezza, è legittimo ipotizzare che con "From The Dark" Tony Iommi abbia voluto mettere un punto definitivo al suo itinerario discografico. Forse anche per questo l'aspetto visivo del lavoro si presenta con un packaging ricercato che raffigura una croce nera sagomata, simile a quella che Iommi porta al collo nella vita di tutti i giorni e che funge da esplicito tributo visivo all'iconografia classica dei Black Sabbath. Forte è quindi la sensazione di "chiusura", che è qualcosa che sì, stringe il cuore, ma in fondo con "From The Dark" non avremmo potuto aspettarci di meglio da colui le cui mani hanno guidato e plasmato il fuoco primordiale dell'heavy rock (questo il termine prediletto dallo stesso Iommi per definire, da sempre, la propria musica).
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