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Toni Zeno: “Cerco la pace e spero di crepare prima di chi amo”

11.06.2026 Scritto da Claudio Cabona

Nell’album “Truvatura” di Toni Zeno, rapper siciliano classe 1995, cresciuto a Santa Teresa di Riva c’è l’orgoglio dei vinti. Che non però si arrendono, alla Giovanni Verga. È il diario di una provincia che non si piange addosso, che non sprofonda banalmente negli eccessi, ma che, ferita, rimane comunque in piedi. È un orgoglio di comunità, è appartenenza. È la provincia del Sud, è la provincia d’Italia. “Ed amo Nas, ma non credo il mondo sia nostro. I miei dormono sui chiodi e sognano quando possono”, rappa a denti stretti l’artista messinese. Il suo racconto è “verista”, spogliato da ipocrisie, e si incastra su un sound rabbioso e malinconico che ha portato big come Danno, MadMan, Marracash, Bassi Maestro e altri o a collaborare con lui, o a seguirlo, o a citarlo come uno tra i nomi più forti dell’underground. Aelle è stato tra i primi media ad approfondire la sua storia e ad accendere un riflettore sulla sua musica. Da settembre partirà per un tour in giro per l’Italia: qui le date.

Partiamo da queste barre: “Non è che vivo in Sicilia e te lo vendo per piacere; Non è che vivo a Milano e te la vendo per favela. Sono un sasso sul vetro di 'sta prigione. La mia formazione è fumo tolto in schema a provvigione”.
A diciott'anni ho finito il liceo classico e mi sono trovato davanti a un bivio: università o lavoro. L'università, però, non potevo permettermela. Così sono partito e sono andato in Olanda, ad Anversa, dove ho iniziato a fare i lavori che trovavo, tra bar e ristoranti. È stato un periodo hardcore, quasi nomade. Negli anni successivi ho vissuto tra Milano e Bologna, spostandomi. Poi, poco prima del Covid, mentre lavoravo a Milano, ho avuto la sensazione che qualcosa stesse per cambiare, che fosse in arrivo una frattura. La pandemia è stata davvero uno spartiacque. Mi trovavo a Milano per necessità, per sopravvivenza, ma decisi di tornare in Sicilia, consapevole che molte delle esperienze che stavo vivendo non avrebbero più fatto parte della mia quotidianità.

Un esempio?
Per un ragazzo cresciuto nella provincia siciliana, Milano resta una città incredibile. Entravo in certi club e mi capitava di incontrare artisti che fino a quel momento avevo visto soltanto sui social o ascoltato. Ricordo ancora quando incontrai per la prima volta Dardust: mi sembrava impossibile. Tornato a casa prima della pandemia, ho deciso di ripartire dalla mia terra.

“Sono in fila per Taormina dietro Porsche e Lamborghini, su una Lancia che portava pietre come nei martiri”. Racconti una Sicilia tra fasti e miseria?
Ho bisogno di stare al centro del mio mondo. È quel mondo che mi ispira, è per quel mondo che vivo. Questo non significa che si debbano tagliare i ponti con Milano: non funziona così. Milano resta importante per stringere mani, firmare accordi, capire certe dinamiche e mantenere relazioni professionali. Però credo che un rapper, prima ancora di essere un rapper, debba essere una persona con uno spessore reale. Non parlo di morale, ma di autenticità. Se racconti qualcosa, devi conoscerla. Se parlo della Sicilia in un certo modo è perché la vivo ogni giorno.

Da che prospettiva la vivi?
Sono una partita Iva. Lavoro attraverso un'agenzia che fornisce servizi e questo percorso me lo sono costruito nel tempo, perché ero stanco di eseguire ordini e ho preferito creare qualcosa di mio. Detto questo, se domani una major mettesse sul tavolo due o tre milioni di euro per la mia musica, sarei pronto a valutarli e ad accettarli (ride, ndr).

Un rapper underground che cede alle major con il sorriso?
La mia, ovviamente, è una provocazione: non arriverà mai qualcuno a mettermi sul tavolo due o tre milioni di euro. Però il punto è un altro, anzi sono due. Per anni molte realtà mi hanno detto che quello che facevo non era vendibile, che non aveva mercato. Oggi, probabilmente, lo è molto di più. La differenza è che adesso il valore di questa cosa lo decido io. Se devo entrare in certi sistemi, se devo accettare determinati compromessi o modificare il mio modo di lavorare, allora lo faccio alle mie condizioni. Il prezzo, oggi, non lo stabiliscono gli altri: lo stabilisco io.

I complimenti degli altri rapper ti lusingano?
Sono grato, certo. Ma l'indipendenza e l'autonomia non te le danno i complimenti. I "bravo" degli altri fanno piacere, ma non cambiano le traiettorie.

Il rap quando è arrivato nella tua vita?
Sono figlio di genitori separati. Quando ero bambino, mia madre lavorava in un laboratorio di pelletteria: era un'artigiana del cuoio. Proprio in quegli anni ho conosciuto un ragazzo più grande di me, un b-boy che faceva graffiti e murales. È stato lui a farmi ascoltare per la prima volta Method Man e a mettermi tra le mani una copia di Groove. Ricordo ancora l'effetto che mi fece: impazzivo già per la musica, ma avere una rivista che la raccontava e la approfondiva mi aprì un mondo. Da lì ho iniziato ad avvicinarmi sempre di più alla cultura hip hop. Giravo con i baggy e, in paese, ci si riconosceva subito: bastava uno sguardo per capire chi ascoltava rap e chi no.

La scrittura quando ha preso forma?
Intorno ai diciott'anni, è successo qualcosa di decisivo. L’amico Mattia Emarai, un giorno mi spinse a scrivere e registrare la mia prima strofa. Quando ebbi finito, mi diede quattro colpi sulla schiena e mi disse: “Ma perché non l'hai mai fatto prima?”. Per me fu una vera epifania. Lo ringrazierò sempre per avermi fatto quella domanda e per avermi incentivato a fare quelle prime barre. Da lì è iniziato tutto.

“Truvatura” ha una tensione tra immobilità e cambiamento. È una fotografia della Sicilia, ma in generale della vita?
“È questa mentalità che mi tiene vivo”, rappa Marra. Quell'oscillazione continua tra rabbia, frustrazione e desiderio di cambiamento è al centro della mia esistenza. In Sicilia viviamo una contraddizione costante: abitiamo in un paradiso che, allo stesso tempo, ha anche tratti infernali. È una tensione che inevitabilmente si riflette nella musica. Le produzioni di “Truvatura” sono attraversate da una rabbia malinconica, da un'inquietudine che nasce proprio da questo contrasto. E ogni volta che mi trovo in uno stato d'animo preciso, chiamo i miei producer, come Aleaka e Fid Mella, per trasformare quella sensazione in musica.

“Affanculo tu e i tuoi manager e il tuo team di promozione. Vengo da un deserto a mare, ho un altro tipo di visione”. Quale?
Ho bisogno di fare le cose a modo mio. Il rap nasce per spezzare gli schemi e vincere a modo proprio. Non esiste una sola idea di successo. Anzi, la parola successo è una di quelle che significano tutto e niente allo stesso tempo.

Quello che vuoi raggiungere tu qual’è?
Fare musica di qualità, di livello, che possa aiutare, ispirare gli esseri umani a essere più intelligenti. Questo a livello artistico.

A livello umano?
Essere in pace. E crepare prima delle persone che amo.

Il desiderio di indipendenza di cui parli riguarda solo l’underground o credi che sia un sentimento più ampio?
Credo che il discorso sia più ampio. Il mio essere indipendente non è una posa. Oggi esistono modelli, soprattutto oltreoceano, che stanno diventando sempre più forti, ma non voglio ridurre tutto a un semplice "effetto Griselda". C'è qualcosa di più profondo.  Anche l'idea di creare il collettivo Moltisanti, in cui soltanto due persone vivono nello stesso luogo, e peraltro in Puglia, nasce da questa visione. È un approccio alla musica più punk, più hardcore. L'idea è mettere al centro la vita, i fatti della vita, e lasciare che il rap nasca come conseguenza di tutto questo.

Questo come si traduce a livello di posizionamento sul mercato?
Quando vedo nomi come Guè che decidono di mettersi in proprio, o quando guardo ad alcuni esempi internazionali di artisti che scelgono di fare le cose esattamente come vogliono loro, mi rendo conto che non si tratta di una tendenza passeggera. È una volontà sempre più diffusa: avere il controllo totale della propria musica, delle proprie scelte e anche dei propri diritti

“Ogni giorno che apro gli occhi in questa trappola è una truvatura”, ovvero un tesoro. È gratitudine per la vita o ironia?
Recentemente ho vissuto da vicino la grave malattia di una persona a cui voglio bene e, in quel periodo, mi sono reso conto di quanto avessi bisogno proprio della barra che hai citato. È lì che ho capito davvero perché scrivo certe cose. Io voglio parlare di questo. Non mi interessa ridurre tutto a soldi o successo. Mi interessano gli stadi della vita, i passaggi che attraversiamo, i momenti che ci cambiano. Ogni scelta può diventare una chiave di volta. Ogni argomento può essere guardato da una prospettiva negativa o positiva. Anche i soldi, in sé, non sono né buoni né cattivi: dipende da come li usi. Sono uno strumentoÈ come un phon: puoi usarlo per asciugarti i capelli oppure puoi lanciarlo in una vasca per ammazzarti. A me interessano le sfumature.

A settembre partirà un tour. Che ruolo ha il palco nel tuo percorso di formazione e crescita?
La dimensione live è centrale. Sono al settimo cielo ogni volta che ho la possibilità di esibirmi. Bisogna considerare da dove vengo: crescere in un piccolo centro della provincia siciliana dà a certe esperienze un peso diverso. Ritrovarmi oggi davanti a persone che cantano o rappano le mie canzoni, davanti a un pubblico piccolo o grande che sia, è qualcosa di straordinario. Perché, in fondo, se ci sono persone che conoscono quelle parole e le fanno proprie, significa che avevo ragione a credere in ciò che stavo raccontando. Significa che quelle storie, quei pensieri, interessavano davvero a qualcuno. Ed è una delle motivazioni più forti che mi spingono ad andare avanti.


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