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“The Wow! Signal”: i Muse misurano il passato con il presente

25.06.2026 Scritto da Elena Palmieri

"Launch, a pulse out into the abyss / Reaching our hand to the lonely”: la voce di Matt Bellamy ammalia mentre i Muse danno il via al loro nuovo viaggio sonoro. È questo il primo messaggio che arriva con "The dark forest", introducendo “The Wow! Signal”, decimo album in studio della band britannica. Quattro anni fa, avevamo lasciato il trio con “Will of the people”, un disco nato dentro le preoccupazioni del periodo e le inquietudini rivolte al futuro, ma anche un lavoro che dal punto di vista musicale non si tirava indietro davanti alla varietà, spaziando dall’hard rock al pop e all’elettronica senza perdere del tutto compattezza. Ora Matt Bellamy, Chris Wolstenholme e Dominic Howard continuano a muoversi senza seguire una sola direzione, ma lo fanno con più fantasia e con una maggiore attenzione a ciò che in passato li ha resi grandi. Arrivata come terzo singolo, “Cryogen” aveva già anticipato le intenzioni dell’album, riportando la chitarra al centro del discorso e lasciando intravedere un ritorno al nervo dei primi Muse senza trasformarlo in una semplice operazione nostalgia.

Un segnale dal passato

Il titolo del disco prende spunto dal misterioso segnale radio captato nel 1977 e associato, almeno nell’immaginario collettivo, alla possibilità di una forma di vita extraterrestre intelligente. È un riferimento che permette ai Muse di tornare dentro una dimensione cosmica, cinematografica e vagamente apocalittica, ma questa volta il viaggio non sembra costruito solo per allargare lo scenario. “The Wow! Signal” guarda allo spazio, al mistero e alla possibilità di non essere soli, però riporta spesso tutto a una frattura più personale, fatta di rapporti che si rompono, solitudine, perdita di controllo e bisogno di ricostruire un senso. In questo equilibrio tra grandiosità e vulnerabilità si trova il centro dell’album, che non cancella certe esagerazioni tipiche della band, ma riesce spesso a usarle come materia narrativa. 

È proprio un forte segnale radio a irrompere nelle orecchie quando inzia il disco, distorcendo, fino a quando non entrano gli strumenti. "The dark forest” comincia in modo sorprendentemente calmo prima di accelerare con elementi dal suono arabeggiante, tocchi elettronici e un passo sempre più cinematografico. Il coro dal tono ecclesiastico, con frasi in latino e un’ombra gotica che attraversa la composizione, viene spezzato dal riff di chitarra elettrica e spinge il pezzo verso una dimensione volutamente monumentale, non lontana per ambizione da “Knights of Cydonia”. Con la successiva “Nightshift superstar” il registro cambia subito, gli archi continuano a sostenere il racconto spettacolare ma il ritmo vira verso l’elettronica e il funk, trascinato dal basso di Chris Wolstenholme. “Dancing free, you are / A Nightshift Superstar”, canta Bellamy, mentre i Muse costruiscono uno dei brani più immediati del disco, sospeso tra una pista da ballo futuristica e il gusto per il gigantismo che non li ha mai abbandonati.

La materia delle canzoni

Il primo vero cambio emotivo arriva con “Shimmering scars”, ballata al pianoforte che sceglie un percorso opposto e porta l’album dentro un’introspezione più esposta. “You say you’re with me / Then ghost right through me”: il frontman dà corpo con le parole a una solitudine quasi spaziale, dove la malinconia sentimentale diventa materia sonora e non semplice confessione. Il brano diventa uno dei momenti migliori del disco, crescendo poi in un finale più complesso e fragoroso, nel quale Bellamy, Wolstenholme e Dominic Howard lavorano con una precisione tecnica che non soffoca l’emotività.

Il discorso vira presto verso il passato più riconoscibile dei Muse con il singolo “Cryogen”. Il riff iniziale richiama immediatamente “Plug in baby”, ma il brano non si limita a citare “Origin of Symmetry” e lascia che la batteria di Howard spinga la canzone verso una tensione più moderna, con la voce di Bellamy che oscilla sopra la sezione ritmica e torna a usare il falsetto come marchio espressivo più che come gesto di maniera. D'altro canto, “Be with you” parte dall’organo e da una solennità quasi liturgica, poi cambia pelle e si apre a una svolta techno che conferma la volontà della band di non scegliere mai la strada più lineare. “I won’t go quiet into the night / I’ll rage against the dying light”, canta Bellamy, affidandosi a una luminosità che può risultare contagiosa, ma anche respingente per chi fatica con il lato più enfatico dei Muse.

Hexagons” torna a lavorare sulla costruzione progressiva, con un riff di chitarra esteso, acuto e in crescita che si fa tema principale, arretrando solo per un istante davanti alla voce più soffusa di Bellamy. Viene infatti lasciato spazio a un assalto di armonie stratificate, synth e chitarre che accumulano tensione fino a cercare una nuova esplosione. Subito dopo, “The sickness in you & I” riporta la chitarra in una dimensione più cruda e grezza, partendo da un riff ruvido e spostandosi verso un suono che può ricordare i Royal Blood, tra basso pesante, voci più sporche e un ritornello pensato per restare addosso. Quando il brano cresce fino a un riff metal più brutale, con cambi di passo e una coda che si lega bene all’inizio di “Unravelling”, si capisce quanto il contributo del produttore Dan Lancaster abbia inciso sul lato più fisico del disco, soprattutto nella capacità di avvicinare metal contemporaneo, elettronica e vecchia tensione senza farli sembrare pezzi separati.

I Muse cercano una nuova spinta nel loro suono

Unravelling” era già arrivata come primo segnale di questo nuovo corso lo scorso anno, con giri di basso corposi, batteria in primo piano e un tappeto elettronico, riportando i Muse a una dimensione più vicina al loro passato, ma con un peso sonoro diverso. “Feeling the glow / Die inside of our bones / This is a hymn for our love / With no God and no throne”: è il tipo di ritornello da arena che la band cerca ancora di costruire, destinato a sollevare cori nei concerti, compresi quelli italiani del 20 e 21 novembre 2026 all’Unipol Dome di Milano.

Hush”, con Ellie Goulding, funziona invece per sottrazione relativa, almeno rispetto al resto dell’album. La struttura pop, quasi vicina a certe linee di “Bad guy” di Billie Eilish ma appesantita da tocchi più scuri un po' alla Poppy, trova forza nel dialogo tra le due voci, fatto di respiri incrociati - come su “Forget the world together / Choke out the noise forever” - e confessioni personali.

“Love like this can’t age with grace, it burns and dims in a cold vast empty space”: sul finire di "The Wow! Signal" arriva un’ode all’amore perduto e ai detriti emotivi di una relazione spezzata. L’intimità del brano conclusivo, "Space debris", si allarga progressivamente grazie agli archi e all’intreccio ritmico, riprendendo una costruzione tipica delle grandi ballate dei Muse ma con un respiro più ampio e meno immediatamente trionfale.

Attraverso le dieci canzoni dell'album, per oltre 45 minuti di musica, non tutto trova la stessa misura e non ogni deviazione evita il rischio dell’enfasi. Il suono dei Muse raggiunge però una compattezza che negli ultimi anni non era sempre stata scontata e recupera un’idea della band più viva, più fisica e più disposta a lasciarsi attraversare da contrasti reali. Seppur alla ricerca di una nuova spinta, il gruppo si concentra infatti nel tentativo di ricordarsi da dove è partita la propria foga. È così che "The Wow! Signal" raggruppa il gusto per il teatro, la chitarra che torna a graffiare, il basso che si prende spazio, l’elettronica che non resta decorativa e una scrittura che alterna visioni cosmiche e crepe sentimentali.


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