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Taylor Swift concede l'Encore: lo spettacolo non è ancora finito

29.09.2026 Scritto da Mattia Marzi

Bisogna riconoscerglielo: quanto a comunicazione, Taylor Swift è un genio. Scegliere per il repack del suo ultimo album “The life of a showgirl” un titolo come “The life of a showgirl: The encore” significa aver capito perfettamente che cosa sia, prima ancora che un disco, uno spettacolo. A quasi un anno esatto dall’uscita di “The life of a showgirl", Taylor riapre il sipario, torna sul palco e concede il bis. Con quattro canzoni in più, naturalmente. Non dovevamo scoprirlo con questa mossa, che fosse un genio, né certo con la scelta del titolo: Taylor Swift ha dimostrato da tempo di saper trasformare ogni uscita discografica in un evento, ogni album in un capitolo di una narrazione più ampia e ogni nuova versione dello stesso disco in un’occasione per riaccendere l’attenzione del pubblico e spillare, come si suol dire, soldi ai fan (ricordate le varianti diverse delle copertine delle versioni di “Midnights” che se accostate l’una all’altra componevano il qudrante di un orologio?). Ma questa trovata lo conferma una volta di più, con una chiarezza quasi disarmante. Il messaggio è: lo spettacolo della showgirl non è ancora finito.

Come nasce il repack?

“The life of a showgirl: The encore” conserva la tracklist dell’album originale e aggiunge quattro brani: il singolo “Patient zero”, “Cleveland!”, “Pink clouding” e “Babylon”. Il comunicato che accompagna l’uscita sembra quasi una battuta da copione: «Il sipario si alza di nuovo su “The life of a showgirl: The encore”, riportando il pubblico nello sfavillante e spettacolare mondo di una delle più grandi narratrici – e showgirl – del nostro tempo. Perché ogni showgirl ama un bis». Insomma, se la canta e se la suona da sé. È la stessa Swift, del resto, a raccontare l’origine dei quattro pezzi: «Circa un anno fa avete fatto qualcosa di davvero inconcepibile. Qualcosa che mi ha lasciata completamente senza parole… Avete fatto sì che “The life of a showgirl” avesse la settimana di debutto più grande mai registrata nella storia degli album. Sono andata in Svezia per festeggiare insieme a Max e Shellback, i miei due collaboratori per questo album. In realtà volevamo semplicemente fermarci un attimo, riflettere e assaporare quanto fossimo grati per il momento che stavamo vivendo, ma lì c'era uno studio e abbiamo fatto quello che facciamo quando proviamo qualcosa, qualsiasi cosa: abbiamo scritto altre canzoni. Spero che vi piacciano, perché sono nate dalla pura gratitudine per il vostro entusiasmo e per il modo in cui avete celebrato l’album che abbiamo realizzato».

Nel solco del ritorno al pop

Le quattro nuove canzoni non sembrano in effetti un corpo estraneo aggiunto a posteriori per giustificare una ristampa. Al contrario, si inseriscono perfettamente nell’universo sonoro di “The life of a showgirl”. Sono, più che un’appendice, un’altra manciata di scene dello stesso spettacolo. Il riferimento è ancora una volta quel pop elettronico e scintillante che ha riportato Taylor Swift dalle parti di “1989”, dopo la parentesi più intima e atmosferica di “Folklore” ed “Evermore”. Con quei due album, realizzati insieme ad Aaron Dessner dei National e con il contributo di Bon Iver, Swift aveva dimostrato di poter mettere momentaneamente in pausa la macchina del pop da classifica per dedicarsi a una scrittura più raccolta. Poi sono arrivati “Midnights” e “The tortured poets department” e il ritorno progressivo verso il centro del pop globale, celebrato proprio con “The life of a showgirl”.

Come suonano i quattro nuovi brani

Ma come suonano questi nuovi pezzi, effettivamente? “Pink clouding” è forse il brano che rende più evidente questa traiettoria. Sembra arrivare direttamente da un episodio di “Stranger Things”: tastiere Anni ‘80, atmosfera rétro e un ritornello costruito con quella precisione radiofonica che Swift conosce ormai alla perfezione. In “Patient zero”, invece, il riferimento sembra spostarsi verso un’idea di elettropop più asciutta, quasi minimale, che può ricordare certe cose di Lorde. Il cantato nel ritornello assume persino una scansione quasi rappata, dando al pezzo una maggiore secchezza ritmica. “Cleveland!” parte invece dal tintinnio di uno xilofono e apre una parentesi più cantautorale. È il brano che più di tutti sembra guardare indietro alla Swift delle ballad e della scrittura acustica, ma senza rinunciare alla patina pop che caratterizza “The life of a showgirl”. Anche “Babylon” si muove su coordinate simili, con la chitarra acustica a fare da impalcatura a una canzone che cerca un equilibrio tra la songwriter e la popstar.

"Bis!"

Il punto, alla fine, è proprio questo: “The life of a showgirl: The encore” non cambia la storia raccontata dall’album uscito un anno fa. La prolunga. Quattro canzoni che funzionano come un bis dopo uno spettacolo già andato in scena, senza l’ambizione di riscriverne il copione. A Taylor basta tornare sul palco, sorridere al pubblico e chiedere, ancora una volta, se ne vuole un’altra.


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