Quando tre anni fa uscì “Dead Club City”, i Nothing But Thieves avevano spiazzato parte del loro pubblico nel tentativo di allargare ancora una volta i confini della propria musica. In quel caso, le chitarre convivevano con sintetizzatori, drum machine e atmosfere retrò, mentre la band cercava una nuova maturità attraverso un disco costruito attorno a un immaginario preciso e a una produzione volutamente densa. Quel capitolo sembra già chiuso e con il nuovo e quinto album in studio, intitolato “Stray Dogs” e composto da dodici canzoni per oltre 43 minuti, Conor Mason e compagni fanno apparentemente qualche passo indietro, ma solo per capire meglio da dove ripartire. I NBT recuperano la spinta che li aveva resi incisivi oltre dieci anni fa con pezzi come “Trip Switch”, ritrovano quella sensibilità che negli anni ha prodotto canzoni come “Sorry” e soprattutto rimettono al centro cinque musicisti che suonano insieme. In questo sensto, "Stray Dogs" suona come un ritorno alle origini e come una verifica di ciò che è rimasto vero dopo una carriera che li ha portati dalle stanze dei primi dischi alle grandi arene.
Recuperare la propria identità
“Stray Dogs” nasce proprio dalla necessità della band di recuperare i propri pezzi. I Nothing But Thieves sono tornati agli Angelic Studios, dove nel 2015 registrarono il loro album d’esordio, ma questa volta non avevano bisogno di qualcuno che insegnasse loro come trasformare le canzoni in un disco. Avevano piuttosto bisogno di togliere qualcosa, per cui Dom Craik ha raccontato in un'intervista all'NME che l’obiettivo era tornare alle “fondamenta della band”, riducendo programmazione e stratificazioni per recuperare un suono “più organico, leggermente più grezzo e ruvido ai bordi”. La title track mette subito in chiaro questa intenzione, con chitarre tese, una batteria che spinge senza concedere troppo spazio alla decorazione e Mason che alterna controllo e falsetto sopra una musica inquieta. Anche il titolo finisce per diventare una definizione del gruppo stesso. “Ha iniziato a descrivere noi prima ancora di descrivere il disco”, hanno spiegato i NBT, associando l’immagine del cane randagio a qualcosa di “leggermente malconcio, affamato, che si muove seguendo l’istinto” e cerca un posto a cui appartenere. Quando Mason nel primo brano canta “And we're chasing our own tails / Put our heads down where we lay”, quella sensazione di movimento senza una destinazione del tutto chiara diventa parte del racconto di un gruppo che, come ha ammesso, “sta ancora inventando tutto strada facendo”.
Il branco evocato dal titolo comprende però anche ciò che sta attorno alla band, dalla crew alle persone che ne seguono la musica, e rende “Stray Dogs” un disco molto meno proiettato verso l’esterno rispetto ai lavori precedenti. “Dead Club City” osservava una società attraversata da meccanismi di controllo e costruiva una città immaginaria per raccontarla. Qui lo sguardo torna sui rapporti, sull’identità e sulle contraddizioni personali. “Testosterone” trasforma questa prospettiva in uno dei momenti più muscolari del disco, con un hard rock irrequieto che procede per riff e improvvise aperture melodiche, mentre “I'm tryna keep hold of my empathy / But you really don't make it easy” introduce sotto quella superficie aggressiva una tensione più complessa. “If You Don’t Have Someone To Love” sposta invece il peso sulla voce di Mason e sulla capacità della band di rallentare senza perdere intensità. “In my dreams, I kiss your smile / So easy to get lost / Though if you don't have someone to love”, recitano alcuni versi della sesta canzone per accompagnare una ballata che evita di esplodere troppo presto e conferma quanto il contrasto tra forza e fragilità continui a essere uno dei tratti più riconoscibili dei Nothing But Thieves.
I Nothing But Thieves come ci piacciono
La seconda metà del disco chiarisce ancora meglio quanto “Stray Dogs” sia stato pensato partendo dal palco. “Normalmente andiamo a scrivere un disco e poi cerchiamo di capire come diavolo faremo a suonarlo dal vivo”, ha spiegato Joe Langridge-Brown a NME: “Questa volta abbiamo cercato di prendere ciò che facciamo in concerto e distillarlo dentro un disco”.
L'intermezzo di mezzo minuto, “(Archive 76)”, rende letterale questa intenzione, lasciando entrare nella produzione le urla del pubblico, il rumore e le distorsioni e trasformandoli nel passaggio verso “Baby Kool (Evelyn)”. È qui che il gruppo sembra divertirsi maggiormente con la propria ritrovata immediatezza, mentre le chitarre sono sporche e nervose, e il pezzo guarda al rock alternativo degli anni Novanta senza diventare un esercizio nostalgico. “You're so cool, baby, cool, baby, cool”, canta Conor Mason nel ritornello, che ha già la semplicità di un singalong pronto a essere restituito da migliaia di persone. “AI.Jesus” spinge ancora di più sull’acceleratore e , come la title track, si costruisce su chitarre serrate e una frenesia che sembra sempre sul punto di perdere il controllo, mentre “Don't feel a thing, but we're entertained” condensa in poche parole una riflessione sulla distrazione continua e sull’anestesia prodotta da ciò che consumiamo.
Non tutto, però, vive della stessa urgenza. “I Needed You Then, I Need You Now” lascia respirare Mason sopra chitarra acustica e violoncello prima di aprirsi nel finale, mentre “American Confidence” prova a tenere insieme la ruvidità del disco e il suo lato più riflessivo. La conclusione con “A Different Kind of Happiness” è forse quella che meglio restituisce il significato di questa operazione. “But if I could see it through a softer lens / It wouldn't mean that it hurt any less”, recita un passaggio del pezzo che accompagna una crescita lenta, quasi trattenuta, portando “Stray Dogs” lontano dal nervosismo con cui era cominciato. I Nothing But Thieves hanno definito il disco come una specie di “concerto dentro un sogno lucido” e l’immagine funziona perché queste dodici canzoni sembrano cercare continuamente un equilibrio tra il rumore di una stanza piena e ciò che rimane quando quel rumore si spegne. Dopo avere provato a costruire mondi sempre più grandi, questa volta la band ha scelto di restringere il campo, proponendo un album meno interessato a dimostrare quanto i Nothing But Thieves possano trasformarsi e più concentrato sul ricordare perché, quando cinque persone entrano in una stanza e iniziano a suonare insieme, continuano a essere riconoscibili come loro.
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