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Sepultura: l'ultimo, serrato saluto a una storia da non ignorare

10.06.2026 Scritto da Elena Palmieri

C’è già un po’ di nostalgia quando il sole inizia a nascondersi dietro gli alberi dell’Idroscalo, alle porte di Milano. Se fino a poche settimane fa restava ancora spazio per immaginare che la parola “fine” potesse essere rimandata, i dubbi si riducono sensibilmente dopo l’annuncio del concerto conclusivo fissato per il 7 novembre alla Mercado Livre Arena Pacaembu di San Paolo. L’ultimo passaggio italiano dei Sepultura parte dal Circolo Magnolia nella serata del 9 giugno, prima dell’appuntamento romano del giorno successivo. Per alcuni del pubblico, il tour finale dei metallari brasiliani è il pretesto per tornare a vederli dal vivo, ricordando momenti di gloria passati. Per altri la tournée "Celebrating Life Through Death", letteralmente "Celebrare la vita attraverso la morte", è l’ennesimo appuntamento imperdibile con la storia quarantennale della band. Per tutti i presenti è il modo di salutare una delle formazioni più influenti - o almeno il suo ricordo - che il metal abbia prodotto negli ultimi quarant’anni. I Sepultura non perdono occasione per ricordare il legame costruito proprio con il nostro Paese nel corso dei decenni. "È bellissimo essere qui. Quella di questa band è una lunghissima storia, e qui in Italia siamo passati talmente tante volte. Grazie Italia, obrigado!”, dice Derrick Green durante il concerto, accolto da un lungo coro del pubblico. È uno dei pochi momenti in cui il gruppo si concede ai convenevoli e alla nostalgia, un sentimento che emergerà apertamente soltanto alla fine della serata.
Non importa se il gruppo oggi non richiama più le grandi folle degli anni Novanta. Quella dei Sepultura resta una storia difficile da ignorare quando si racconta il metal degli ultimi quarant'anni. Sul palco del Magnolia prende così forma il racconto di una band che nel corso degli anni ha mescolato thrash, groove, ritmi tribali e identità brasiliana fino a consolidare un proprio linguaggio e un marchio di fabbrica.

Quarant’anni di Sepultura live a Milano

Dopo le aperture affidate ai Torture Squad e agli Evil Invaders, i Sepultura sorprendono tutti salendo sul palco addirittura con qualche minuto di anticipo. Nessuna introduzione particolare, se non la playlist che sfuma sulle note di "War pigs" dei Black Sabbath, e nessun convenevole. Andreas Kisser, Paulo Jr., Derrick Green e Greyson Nekrutman attaccano immediatamente con “Inner Self” e “All Souls Rising”, quasi come se il tempo fosse troppo prezioso per essere sprecato. La scelta non è casuale. Da una parte c’è uno dei manifesti del periodo classico tratto da “Beneath the Remains”, l’album che nel 1989 spalanca ai brasiliani le porte della scena internazionale. Dall’altra c’è il nuovo EP “The Cloud Of Unknowing”, pubblicato lo scorso aprile e destinato a essere l’ultimo capitolo discografico della storia del gruppo.

Per gran parte del concerto la band mantiene un approccio diretto e quasi spartano. Le canzoni parlano da sole e la musica è serrata. Solo con “Desperate Cry” Derrick Green inizia ad aprirsi maggiormente al pubblico e rompe il ghiaccio urlando un fragoroso "Milano, I can’t fucking hear you", ottenendo la risposta che stava cercando. È un momento che fotografa bene lo spirito della serat, lasciando da parte qualsiasi atmosfera da celebrazione museale.

Sul palco convivono diverse epoche della loro storia. Andreas Kisser è ormai il custode principale di quel patrimonio. Entrato nel 1987 in sostituzione di Jairo Guedz, il chitarrista è presente su ogni album pubblicato da “Schizophrenia” in poi e rappresenta il ponte tra tutte le incarnazioni della band. Al suo fianco c’è Paulo Jr., entrato nei Sepultura pochi mesi dopo la fondazione e oggi membro più longevo del gruppo. Derrick Green, arrivato nel 1997 dopo la traumatica uscita di Max Cavalera, affronta ancora oggi un'eredità che per molti appariva impossibile da raccogliere. E c'è ancora chi non la manda giù, mentre al Magnolia il nome dei Cavalera rimbalza da una chiacchiera all'altra, come fosse un omaggio ai due fondatori e al ruolo decisivo che hanno avuto nella costruzione del mito della band.
Dietro le pelli siede invece Greyson Nekrutman, il più giovane della compagnia e il volto più recente della formazione, chiamato all’inizio del 2024 a sostituire Eloy Casagrande dopo il suo improvviso passaggio negli Slipknot al posto di Jay Weinberg.

La scaletta attraversa quasi quattro decenni senza seguire percorsi nostalgici troppo prevedibili. “Kairos”, “Means to an End”, “Against” e “Choke” ricordano che i Sepultura non sono soltanto gli album degli anni Novanta, mentre “Attitude”, introdotta da un suggestivo passaggio di sitar e accompagnata dal coro collettivo di “Can you take it?”, riporta tutti dentro l’universo di “Roots”. È un’esperienza che procede quasi sempre con la forza dell’inerzia accumulata in tanti anni di carriera, cavalcando anche qualche sbavatura inevitabile. L’attacco vocale di “The Place”, uno dei brani estratti dal recente EP “The Cloud Of Unknowing”, quando Green invita il pubblico a dare una possibilità al materiale più recente della band, non è tra i momenti più impeccabili della serata, ma non basta a intaccare l’impatto complessivo di una band che continua a puntare sull’urgenza.

Quando arriva “Escape to the Void”, è il momento di Andreas Kisser di lasciarsi andare ai convenevoli, a modo suo. Chiedendo un mosh pit introducendo il più storico tra i pezzi in scaletta, tratto dal secondo disco "Schizophrenia" del 1987, il chitarrista invita infatti la "vecchia scuola metal" a farsi sentire più degli altri. Il pubblico, comprese i più giovani, risponde compatto. Poco dopo, “Kaiowas” diventa uno dei momenti più particolari della serata. I quattro musicisti si spostano alle percussioni per dare vita alla celebre jam tribale di “Chaos A.D.”, mentre una serie di ospiti sale sul palco tra strumenti improvvisati, cori e momenti di pura partecipazione collettiva. È forse il passaggio che sintetizza meglio uno degli elementi più caratteristici della storia dei Sepultura, l'incontro tra metal, percussioni e influenze esterne al genere.

La fine dei Sepultura tra gloria e nostalgia

La parte finale del concerto concentra buona parte della storia della band in una manciata di brani. “Dead Embryonic Cells”, “Slave New World”, “Territory”, “Refuse/Resist” e “Arise” scorrono come capitoli fondamentali di un percorso che ha contribuito a ridefinire il metal tra la fine degli anni Ottanta e la metà degli anni Novanta. Eppure il concerto continua a non guardare soltanto al passato. Tre brani provengono proprio da “The Cloud Of Unknowing”, l’EP pubblicato durante questo tour d’addio e nato quasi per caso dall’ingresso di Nekrutman. Andreas Kisser ha raccontato in questi giorni a "Metal Hammer" di non avere inizialmente alcuna intenzione di incidere nuova musica prima dello scioglimento, ma l’entusiasmo portato dal nuovo batterista ha convinto la band a entrare in studio ancora una volta. Il risultato è un lavoro che alterna aggressività, sperimentazione e riflessioni sul presente, affrontando temi come l’alienazione tecnologica, la disinformazione e la necessità di recuperare un rapporto più diretto con il mondo reale.

Proprio questa tensione tra passato e futuro rende particolare l’ultimo capitolo dei Sepultura. Da una parte c’è una band che si prepara a salutare il pubblico dopo oltre quarant’anni di attività. Dall’altra ci sono le parole di Andreas Kisser, che negli ultimi mesi ha più volte ricordato come i Sepultura “non moriranno”, lasciando aperta la porta a eventuali sviluppi futuri dopo una lunga pausa. Per ora, però, conta soltanto il presente. Dopo l’assolo di batteria che introduce una versione abbreviata di “Ratamahatta”, il finale è affidato inevitabilmente a “Roots Bloody Roots”. Il Magnolia canta ogni parola, il pit continua a muoversi e i Sepultura sembrano intenzionati a chiudere senza troppi sentimentalismi. Poi, proprio sulle ultime note del concerto, Derrick Green saluta il pubblico: "Siete davvero i migliori in assoluto. Ci mancherete. Vi vogliamo bene. Grazie di cuore per tutti questi anni passati insieme", dice prima di lasciare il palco insieme ai compagni. Dopo quarantadue anni, la storia dei Sepultura sembra davvero giungere al capolinea. Ma almeno per una sera, a Milano, quella storia suona ancora viva, rumorosa e perfettamente consapevole della propria importanza.

Questa la scaletta:

Inner Self
All Souls Rising
Desperate Cry
Kairos
Means to an End
Attitude
Against
Choke
The Place
Escape to the Void
Kaiowas
Dead Embryonic Cells
Slave New World
Beyond the Dream
Territory
Refuse/Resist
Arise
Ratamahatta
Roots Bloody Roots


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