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Queen, ‘Bohemian Rhapsody’ fa 50 anni: genesi e segreti del brano

07.10.2025 Scritto da Franco Zanetti

In un’intervista alla rivista specializzata “Guitar Player”, Brian May, il chitarrista dei Queen, ha ricordato così il suo contributo alla registrazione della canzone:

 

Sono passati cinquant’anni dalla registrazione di “Bohemian Rhapsody”, quasi cinquanta dal 31 ottobre, giorno in cui uscì l’album “A night at the Opera” che contiene la canzone. Eppure “Bohemian Rhapsody” continua ad essere trasmessa dalle radio e ascoltata dalla gente. Qui Roberto De Ponti, autore per Giunti del libro “Queen – Opera Omnia”, racconta la storia e i segreti di una canzone immortale.

 

“Voglio farti sentire una cosa”, disse Freddie

 

Bohemian Rhapsody (Mercury)

Freddie Mercury: voce solista, pianoforte, cori, voce operistica (registri medi)

Brian May: chitarre, voce operistica (registri bassi)  

Roger Taylor: batteria, timpani, gong, voce operistica (registri alti)

John Deacon: basso

 

“Voglio farti sentire una cosa”, disse Freddie Mercury a Roy Thomas Baker nel suo appartamento in Holland Road. Si mise al pianoforte, che in realtà faceva da testiera al letto (non fosse mai che l’ispirazione capitasse durante il sonno), e illuminato da una lampada in stile liberty cominciò a cantare una ballata che ancora non aveva un titolo. Poi si bloccò all’improvviso: “Che ne pensi?”. “Mi sembra molto buona” rispose il produttore.“Ok, ora ascolta. Qui è dove comincia la parte operistica”. Baker guardò Freddie incredulo e ripeté: “La parte operistica?”. “Certo”, replicò convinto Mercury. “Oh mio Dio”: Roy Thomas Baker prima scoppiò a ridere, non credendo alle proprie orecchie, ma poco alla volta capì che Mercury diceva sul serio e si lasciò convincere: si era sempre fidato delle intuizioni di Freddie. Stava nascendo "Bohemian Rhapsody".

La sera a cena i due spiegarono la proposta agli altri componenti del gruppo che, complice anche qualche bicchiere di vino, risposero ok. In fondo, dissero, se vogliamo fare qualcosa di rivoluzionario dobbiamo farlo fino in fondo.

I Queen stavano per svelare il Sacro Graal, la “miglior canzone di sempre” secondo un sondaggio del “Guinness dei Primati”, la “canzone del secolo” in base a una votazione plebiscitaria della BBC nel 2000. Ma questo ancora non lo sapevano. Soltanto Freddie aveva ben chiaro in testa il risultato finale.

Secondo Chris Smith, tastierista degli Smile, Mercury aveva cominciato a sviluppare “Bohemian Rhapsody” già alla fine degli anni ’60: “Freddie suonava parti di canzoni che stava scrivendo al pianoforte, e uno dei suoi pezzi, che aveva chiamato ‘The Cowboy Song’, conteneva testi che finirono nella versione completa prodotta nel 1975; ricordo nitidamente ‘Mamma, ho appena ucciso un uomo’”.

Mercury raccontò così la genesi del suo capolavoro: “Era una canzone che in effetti volevo da parecchio tempo. Non ci avevo pensato troppo registrando gli album precedenti ma con il quarto sentii che l’avrei realizzata. A dire il vero si tratta di tre diverse canzoni che a un certo punto ho riunito in una sola. Avevo sempre desiderato incidere qualcosa di operistico, qualcosa con un tema iniziale che chiarisce l’atmosfera, per poi passare a un rock che si sviluppa in una sezione operistica – un’inversione violenta – e quindi tornare al tema originario”

 

Il titolo provvisorio era “Real life”

Le registrazioni cominciarono il 24 agosto 1975 presso il Rockfield Studio 1, nel Sud del Galles, dopo una prova di tre settimane a Penrhos Court, vicino a Kington, Herefordshire. Titolo provvisorio: “Real Life”.

Vennero inoltre utilizzati quattro studi supplementari. Mercury aveva le idee chiarissime e la band si lasciò giudiziosamente condurre per mano.

Secondo Roy Thomas Baker, “Freddie si presentava con foglietti scarabocchiati, appunti scritti su pagine dell’elenco telefonico, pezzi di carta sparpagliati, note indicate in maniera incomprensibile: sarebbe stato impossibile per chiunque capire che cosa stesse combinando ma lui aveva ben presente in testa quello che voleva. Ed era ovvio che la canzone sarebbe stata realizzata esattamente come lui l’aveva immaginata”.

“Ricordo ancora la carta intestata della ditta dove lavorava il papà di Freddie; erano fogli pieni di appunti all’apparenza sconclusionati ma Fred sembrava sicuro di sé”, aggiunge Brian.

 

Una suite divisa in cinque sezioni

La canzone, naturalmente, venne registrata in varie sezioni. E il risultato finale fu una suite di cinque minuti e cinquantatré secondi divisa in cinque sezioni. Un’introduzione vocale a cappella, accompagnata successivamente dal solo pianoforte. Una ballata caratterizzata dall’ingresso di basso e batteria e dal climax finale dell’assolo di chitarra. Un assolo peraltro registrato su una sola traccia, perché le altre erano tutte strapiene.

Poi la terza sezione, quella operistica, inaugurata dallo staccato al pianoforte di Freddie: la parte rivoluzionaria della canzone, con i sontuosi cori Queen style accompagnati dal piano di Mercury, dal basso di Deacon e dai timpani di Taylor. A seguire, una sezione rock con un aggressivo riff di chitarra in terzine concepito però al pianoforte da Freddie. Infine la chiusura, con la canzone che torna al tempo e alla forma dell’introduzione, fino al gong che chiude il brano.

La parte che più ha complicato la vita alla band è stata ovviamente quella operistica, un enorme impegno vocale per Freddie, Roger e Brian (“John si tirò indietro, probabilmente non gli piaceva la sua voce”, racconterà Baker) che si somma a un lavoro certosino di sovraincisioni che trasformano i tre in un coro di un centinaio di elementi.

Mercury, May e Taylor cantarono ininterrottamente le loro parti vocali per dieci o dodici ore al giorno, con taglia e cuci del nastro che mettevano a dura prova la calma olimpica e l’abilità al banco di Roy Thomas Baker e del fonico Mike Stone, “l’eroe non celebrato”, come l’ha definito Brian. Servirono tre settimane per registrare l’intero pezzo, passando per le leggendarie centottanta sovraincisioni separate (ma è più probabile che siano state una ventina, in ogni caso non pochissime)e per il mito del nastro diventato trasparente per i troppi passaggi sulle testine di registrazione.

La canzone era davvero qualcosa di mai sentito prima. E probabilmente di mai tentato dopo: troppo complicata la struttura della canzone.

 

Un lasciapassare per la gloria

Quando i protagonisti riascoltarono per la prima volta dall’inizio alla fine il prodotto completato, si abbracciarono entusiasti. Avevano appena ascoltato il loro lasciapassare per la gloria. Avevano creato un capolavoro. Un’opera rock condensata in quasi sei minuti, con passaggi indimenticabili.

Nessuno prima dei Queen aveva mai tentato nulla del genere.

Composto ed eseguito il capolavoro, rimaneva il problema di farlo conoscere al resto del mondo.

I cinque minuti e cinquantatré, per esempio, erano assolutamente fuori standard per i singoli dell’epoca. Elton John, al quale John Reid fece ascoltare in anteprima la canzone, reagì con un semplice: “Ma cazzo, siete fuori di testa?!?”. I parrucconi della casa discografica non se la sentivano di puntare su una canzone con intermezzo operistico, così lunga per di più.

Freddie: “La EMI era scioccata: ‘Un singolo di sei minuti? State scherzando!’. Dicevano tutti le stesse cose: siete impazziti, non la suoneranno mai, faranno sentire solo le prime battute e poi la sfumeranno. Abbiamo incontrato numerosi ostacoli”.

Ostacoli aggirati con uno stratagemma e con l’aiuto di un amico.

 

Al numero uno, con l’aiuto di un amico

 

Mercury e Taylor contattarono Kenny Everett, DJ di Capital Radio. “Ho fatto questa cosa, non so se funzionerà” disse Freddie a Everett. “È una canzone di sei minuti e non so se diventerà mai un successo”. “Portamela e vediamo – rispose Everett – la ascoltiamo da me in studio. Non so però se qualcuno la manderà in onda, perché la gente ha paura dei dischi lunghi: potrebbero pensare che il DJ è andato in bagno e si è dimenticatodi tornare”.

I due, assieme a Roy Thomas Baker, si presentarono il giorno dopo in radio con il singolo. Everett ascoltò e impazzì letteralmente: “Non preoccupatevi, potrebbe durare anche mezz’ora ma sarà un pezzo da primo posto per secoli”. Ricorda Baker: “Everett era eccitatissimo.

Ci chiese di lasciargli il nastro; rispondemmo: ‘Ok, promettici però che non la manderai in onda’. ‘Ma certo!’, disse lui con una strizzatina d’occhio”.

Ovviamente sia Everett sia i Queen sapevano che la promessa non sarebbe stata mantenuta. E infatti il DJ prima cominciò a stuzzicare isuoi ascoltatori trasmettendo piccoli stralci della canzone: “Vi piace questo pezzettino? Peccato, ho promesso che non posso trasmetterlo, mi spiace”. Poi passò alle maniere forti, mandando in onda “Bohemian Rhapsody” nel solo weekend qualcosa come quattordici volte; il numero preciso fa parte della tradizione orale del mito ma è più credibile che il brano nella versione completa sia stato trasmesso in realtà cinque o sei volte, in ogni caso parecchie. Il centralino della radio venne tempestato da telefonate di ascoltatori che chiedevano di chi fosse quella canzone, e il lunedì una folla di fan invase i negozi di dischi, solo per sentirsi dire che il singolo non era ancora stato pubblicato. La EMI corse ai ripari e lo stampò in fretta e furia, con “I’m In Love With My Car” sul lato B: era venerdì 31 ottobre 1975.

In un lampo "Bohemian Rhapsody" divenne numero uno. La canzone rimase in testa per nove settimane, fino a quando, nel gennaio 1976, lasciò il primo posto al nuovo singolo degli Abba, “Mamma Mia”.

 

Un video storico girato in quattro ore

La band decise di realizzare un video, quello che all’epoca veniva chiamato “pop-promo”. Venne convocato in tutta fretta Bruce Gowers, che aveva già diretto un video della performance della band al Rainbow Theatre di Londra nel 1974. Venne noleggiato un camion, che fu riempito di materiale e spedito agli Elstree Studios, dove la band stava provando in vista del tour.

“Abbiamo cominciato a girare alle sette e un quarto di sera, quattro ore dopo avevamo finito. Tutto, riprese del palco comprese. E alle undici e mezza ce ne siamo andati insieme al pub a farci una birra”, racconta Gowers

Costo totale dell’operazione: quattromila sterline. Brian: “Pensavano tutti che fosse una grande produzione ma ci abbiamo impiegato pochissimo tempo per farla. Ed è stato veramente semplice”.

Montato in poche ore, non appena completato il video venne inviato alla BBC e trasmesso per la prima volta a “Top Of The Pops” il 20 novembre 1975.

Il Guardian, anni dopo, ha messo il video di “Bohemian Rhapsody” al trentunesimo posto nella classifica dei cinquanta eventi chiave della storia della musica rock, aggiungendo che “i video da quel momento sono diventati uno strumento obbligatorio nel marketing musicale”.

 

Ma di cosa parla il testo?

Una volta raggiunto il successo e superato in meno di due mesi il milione di copie vendute, "Bohemian Rhapsody" si è trovata però a dover rispondere alla domanda che i fan, e non solo, si ponevano: ma che cosa significa questa canzone? Che ci fanno nel testo Scaramouche, Galileo, Figaro, Bismillah e Belzebù? E soprattutto, chi diavolo sono?

Domande a cui non è mai stata data una risposta univoca. Di sicuro non dalla band, né tantomeno dall’autore della canzone: “Sono solo sciocchezze in rima casuale”, minimizzò Mercury. “Odio analizzare le mie canzoni nei dettagli. La gente mi chiede di che cosa parli ‘Bohemian Rhapsody’ e io rispondo: ‘Non lo so’. Penso che rovinerebbe il mito e quella specie di mistica che i fan hanno creato. È una canzone che ha in sé una certa aura fantastica: ognuno dovrebbe ascoltarla, rifletterci sopra e poi decidere per conto proprio che cosa significa”.

Nonostante questa (non) spiegazione, o forse proprio a causa di questa, le speculazioni sul “vero significato” di “Bohemian Rhapsody” si sono sprecate. È stato scomodato “Lo straniero” di Albert Camus, il romanzo che racconta di un giovane che commette un omicidio e si ravvede prima di essere giustiziato. Le letture su un assassino suicida tormentato dai propri demoni non si contano.

Certo, i riferimenti non aiutano a fare chiarezza: Scaramouche è un personaggio subdolo e furbacchione della commedia dell’arte, Galileo ovviamente è Galileo Galilei (una dedica all’“astronomo” Brian May), Figaro è il barbiere operistico, Belzebù uno dei nomi del diavolo, mentre Bismillah arriva direttamente dal Corano. Questi strani personaggi compaiono mentre le fazioni rivali combattono sull’anima del narratore.

 

E’ un coming out di Freddie sulla sua omosessualità?

Forse per questo la versione più accreditata è quella secondo cui il testo conterrebbe una sorta di ‘coming out’ di Freddie riguardo alla propria omosessualità, una confessione ricca di sensi di colpa (lo zoroastrismo che il giovanissimo Bulsara praticava in famiglia non permetteva l’omosessualità), soprattutto nei confronti della madre: “Mamma, ho appena ucciso un uomo”. E l’uomo ucciso altri non sarebbe che il vecchio se stesso, in una basica interpretazione psicanalitica.

Alla fine il pensiero di Brian è probabilmente quello che più riassumeil sentimento dei fan: “Penso che il testo della canzone sia qualcosa che non va analizzato, e non perché voglia essere evasivo sull’argomento; credo che questo sia uno dei motivi per cui amiamo delle canzoni: riescono a darci sentimenti e sensazioni uniche anche quando rimangono misteriose. Su “Bohemian Rhapsody” ho le mie idee e i miei sentimenti ma odio parlarne e in genere mi rifiuto di farlo”.

 

I record e le riedizioni

Tra i record di “Bohemian Rhapsody” c’è anche quello di longevità. Numero uno per nove settimane tra il 1975 e il 1976, raggiunse nuovamente il primo posto in Gran Bretagna – questa volta per cinque settimane – nel 1991, quando la stessa versione fu ripubblicata dopo la morte di Mercury, diventando così l’unica canzone dello stesso artista a essere due volte numero uno a Natale nel Regno Unito. In quell’occasione fu scelto come lato B “These Are The Days Of Our Lives”.

Nel 1992 fu il film “Fusi di testa (Wayne’s World)” a ridare nuova vita a “Bohemian Rhapsody”. Il film aveva come punto saliente il “ci spariamo una striscia di ‘Bohemian Rhapsody’, amici miei!”, che Wayne annunciava prima di inserire la cassetta nell’autoradio di una scassata utilitaria. I cinque nell’abitacolo si alternavano nel cantare i “Galileo” e i “mamma mia” e poi, al momento dell’ingresso della sezione rock, cominciavano a muovere ritmicamente la testa avanti e indietro, nella migliore tradizione heavy, immagine che divenne immediatamente iconica.

La canzone tornò in classifica negli USA, al secondo posto dietro a “Jump” del duo hip-hop Kris Kross (e dire che nel 1975 non era andata oltre la nona posizione...).

Per lanciare “Fusi di testa” venne realizzato un nuovo video, alternando estratti del film con riprese dal video originale dei Queen e alcuni filmati dal vivo della band. Myers inorridì, temendo che ciò avrebbe turbato la band: “Ho paura che abbiamo appena pisciato sopra un Picasso”. Non sapeva che al contrario i Queen avevano apprezzato e che, invece di accettare le scuse dell’attore, risposero: “Grazie per aver usato la nostra canzone”. Myers, sbigottito, replicò a sua volta: “Grazie a voi per avermi addirittura permesso di sfiorare l’orlo delle vostre vesti!”.

La devozione di Mike Myers verso i Queen sarebbe stata ricompensata da un cameo dell’attore in “Bohemian Rhapsody”, il biopic del 2018 sulla storia di Freddie e dei Queen in cui Myers interpretava Ray Foster, personaggio di fantasia ma non troppo: un manager della EMI a dir poco scettico sulle potenzialità di ‘Bohemian Rhapsody”.

Il successo planetario del film "Bohemian Rhapsody", il più visto del 2018, ha ridato per la terza volta una spinta alle vendite del “singolo dei singoli”, riportandolo di nuovo nelle classifiche: quale altra band al mondo può vantarsi di essere stata nelle charts nel 1975, nel 1992 e nel 2018 con la stessa canzone?

 

Il testo qui sopra è tratto dalla scheda su "Bohemian Rhapsody" inclusa nel libro "Queen - Opera Omnia", edito da Giunti, per gentile concessione dell'autore Roberto De Ponti.

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(Articolo originale su Rockol.it)

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