Il caldo non è più soltanto uno sfondo stagionale, una condizione da sopportare tra una partenza e l’altra o un fastidio da raccontare con leggerezza. In questi giorni di temperature altissime in tutta Europa, Italia compresa, l’afa sta entrando nella vita quotidiana, nei programmi delle città, negli spostamenti, nelle vacanze e anche nel modo in cui si vivono gli eventi dal vivo. Come già trattato su MusicBiz, le temperature a dir poco bollenti portano con sé delle sfide inedite, sempre più complesse, per l'industria del live. Diversi artisti e promoter stanno adottando misure specifiche, come nel caso di Ultimo per il concerto a Tor Vergata del 4 luglio, per permettere al pubblico di affrontare giornate particolarmente impegnative anche dal punto di vista climatico. Di recente i Cure hanno scelto di trasformare l'afa in qualcosa di più di una difficoltà da sopportare, lasciando che le temperature roventi entrassero nel racconto artistico di un loro concerto. Perché anche le canzoni, a volte, sembrano non poterne più del caldo, affrontandolo come tema diretto o usandolo in modo figurato per raccontare desiderio, solitudine, inquietudine e tutto ciò che l’estate può portare in superficie.
Come i Cure hanno risposto al giorno più caldo dell’anno
Dopo la serie di concerti in Europa, compresa la data a Firenze dello scorso 14 giugno (qui il nostro racconto), i Cure hanno aperto il loro tour da headliner nel Regno Unito e in Irlanda del 2026 a Cardiff, dove lo scorso 24 giugno si sono esibiti ai Blackweir Fields. La data è coincisa con una giornata particolarmente estrema per il caldo, con Bute Park - come segnlato da "BBC News" - arrivato a registrare un record storico per il mese di giugno e con la città immersa in una temperatura che rendeva quasi paradossale, e proprio per questo perfettamente coerente, la presenza sul palco di Robert Smith vestito completamente di nero.
La scaletta non si è quindi limitata a ripercorrere i punti più riconoscibili della storia della band. Accanto a brani come “Lovesong”, “Lullaby”, “Close To Me” e “Friday I’m In Love”, i Cure hanno inserito anche pezzi che sembravano dialogare direttamente con il clima della giornata.
“Hot Hot Hot!!!”, dall'album album "Kiss Me, Kiss Me, Kiss Me" del 1987, già dal titolo è diventata quasi una didascalia ironica della situazione. Il brano, già proposto al Primavera Sound lo scorso 5 giugno e ripresentato a Dublino il 26 giugno, presenta un andamento nervoso e funk, celando una delle tante anime meno solenni del gruppo, capace di trasformare l’eccesso in movimento e la tensione in un impulso fisico.
Anche “Burn”, la canzone nata per la colonna sonora de “Il corvo” e immancabile nelle scalette degli attuali concerti dei Cure, a Cardiff sembrava descrivere il momento torrido, portando il caldo su un piano più oscuro, fatto di combustione interiore e ombre gotiche. “Prayers for rain”, dall'album "Disintegration" del 1989, invece, sembrava quasi una richiesta collettiva, un’invocazione perfetta per un pubblico fermo sotto l’afa e per una band abituata a trattare pioggia, desiderio e rovina come elementi dello stesso paesaggio emotivo.
Canzoni sul caldo
Le canzoni raccontano da sempre il caldo in molti modi, trasformandolo in malessere urbano, ricordo personale, solitudine o fotografia di un’estate precisa. La musica è spesso riuscita a celebrare la stagione estiva come tempo di leggerezza e partenze, ma spostando anche lo sguardo dalla vacanza all’afa, dalla spiaggia alla città, dalla luce al senso di oppressione.
“Summer in the City” dei Lovin’ Spoonful, pubblicata nel 1966, è un esempio che si distingue dalla maggior parte delle canzoni sull’estate per il suo lamentarsi del caldo, non romanticizzando il periodo, ma subendolo. Scritto da John Sebastian, Mark Sebastian e Steve Boone, il brano si sofferma a raccontare il rumore, il sudore e l’asfalto rovente del giorno, contrapposti al sollievo della notte.
Descrivendo la sofferenza provocata dal caldo opprimente, anche il successo delle Bananarama del 1983 “Cruel summer” esplora il lato oscuro e malinconico dell’estate. Costruita sul caldo opprimente, sulla solitudine e sulla frustrazione di un’estate che non libera ma trattiene, la canzone nacque anche dall’impossibilità del gruppo di partire in vacanza come gli amici, perché impegnato nella promozione dopo il successo raggiunto.
Un caso ancora diverso è quello di “Hollow Ponds” di Damon Albarn, terzo singolo tratto dal suo debutto solista “Everyday Robots” del 2014. In questo brano il caldo non è soltanto una sensazione, ma un riferimento storico e biografico. Hollow Ponds è il nome di un lago a Leytonstone, nella zona est di Londra dove il musicista è cresciuto, e il pezzo attraversa diverse date della sua vita, tra cui il 1976, anno della grande ondata di caldo britannica. Quell’estate rimane nella memoria collettiva del Regno Unito per le temperature eccezionali, per la siccità protratta e per un’emergenza tale da portare il governo Callaghan a nominare un ministro per la siccità. Albarn non trasforma quel riferimento in una cronaca meteorologica, ma lo inserisce in una meditazione sul tempo, sui luoghi e su ciò che resta della propria storia personale.
Senza prendere come riferimento un evento climatico preciso, ma intercettando comunque l’immaginario di un’estate torrida, Jovanotti cantò il caldo cittadino in “Estate 1992”, brano incluso nell’album “Jovanotti 1992”, pubblicato nell’aprile di quell’anno. Quella stagione avrebbe poi conosciuto una fiammata intensa ma circoscritta, concentrata soprattutto tra la fine di luglio e la prima decade di agosto, dopo una prima parte più fresca e piovosa. Nel ritornello “Ma che caldo, ma che caldo, ma che caldo fa / Ma che caldo in questa città”, il cantautore romano trasformava una sensazione comune in una frase da cantare, restituendo con immediatezza l’afa persistente.
Canzoni che usano le alte temperature come metafora
Le alte temperature e le stagioni estive fanno presto a diventare metafore. Ornella Vanoni riuscì a trasformare l’afa in un racconto elegante e sensuale già nel 1965, dedicando proprio al caldo un brano in cui la sofferenza per il clima torrido diventava qualcosa di intimo e fisico: “Caldo / Sulla punta delle dita / Che ti sfiorano le labbra”.
Neanche a dirlo, caldo, estate, afa e alte temperature hanno sempre trovato spazio nelle canzoni, se non addirittura nei titoli. Spesso sono diventati anche materia da tormentone estivo, come nel caso de “La lunga estate caldissima” degli 883, pubblicata nel 2001, dove l’esagerazione del titolo appartiene già a una stagione pop fatta di memoria, leggerezza e malinconia generazionale.
Siccome la metafora del caldo può prendere forme molto diverse, nel 1982 Peter Gabriel cercò addirittura di definirne il ritmo con “The Rhythm of the Heat”, traccia d’apertura del suo quarto album omonimo. Il titolo provvisorio della canzone era “Jung in Africa”, in riferimento alle esperienze dello psicologo svizzero Carl Jung durante un viaggio in Africa. Colpito dal racconto di Jung, sopraffatto dall’esibizione di percussionisti e danzatori in Kenya, al punto da temere che musica e danza potessero assorbirlo completamente, Gabriel ha costruito "The Rhythm of the Heat” su questa idea di perdita del controllo, da un uomo occidentale abituato a vivere nella testa e nei sogni che si trova improvvisamente davanti a qualcosa di più grande di lui. Il calore, in questo caso, non è soltanto temperatura, ma forza primitiva, trance, corpo, ritmo.
I brani che giocano sulla metafora del caldo e dell’estate sono dunque tantissimi, cambiandone forma dentro i diversi stili e generi musicali. Billy Idol con “Hot in the City” del 1982 ha trasformato l'afa in una tensione urbana elettrica e sensuale, mentre Siouxsie and the Banshees con “Melt!” hanno portato lo scioglimento su un terreno oscuro e corporeo. Snoop Dogg e Pharrell con “Drop It Like It’s Hot” hanno usato il caldo come gesto, posa e formula ritmica, prima che nel 2020 i Glass Animals con “Heat Waves” ne facessero una distorsione malinconica della memoria e del desiderio. Nella lunga lista delle hit costruite intorno alla temperatura, o alla sua metafora, ci sono anche “Hot Stuff” di Donna Summer, “Hot in Herre” di Nelly e “Heat Wave” di Martha and the Vandellas, dove l’ondata di calore diventa il nome stesso dello sconvolgimento amoroso.
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