News

Pretty Reckless, "Dear God": la vulnerabilità è rock

28.06.2026 Scritto da Elena Palmieri

Per anni i Pretty Reckless sono sembrati una band in cerca del punto esatto da cui guardare il proprio destino. Avevano il passo, i riferimenti e una frontwoman impossibile da ignorare, avevano attraversato palchi importanti accanto a Guns N’ Roses, Evanescence e Halestorm, eppure a volte davano l’impressione di essere più vicini ai propri modelli che a una forma pienamente riconoscibile. Qualcosa, negli ultimi anni, si è spostato. Il tour con gli AC/DC, la vicinanza ideale ed emotiva al mondo dei Soundgarden, l’ingresso definitivo di Taylor Momsen in una dimensione da rockstar non più solo annunciata ma vissuta, hanno riportato la band davanti a una domanda essenziale. Non come si sopravvive dentro il rock, ma che cosa si può ancora dire usando il rock come lingua madre. "Dear God", quinto album in studio del gruppo e primo lavoro di inediti dai tempi di "Death by Rock and Roll", risponde senza cambiare pelle. Il nuovo lavoro dei Pretty Reckless è un disco lungo - quattordici brani per poco più di cinquanta minuti - pesante e cupo, a tratti disuguale, ma attraversato da una sincerità che tiene insieme l’ambizione tematica e la fedeltà alla spinta più diretta della band.

La caduta e la richiesta di salvezza

L’album non cerca una reinvenzione, e forse proprio per questo funziona meglio quando accetta di restare dentro il proprio territorio, scavandolo più a fondo. La trilogia di “Life Evermore”, disposta fuori ordine, apre, spezza e chiude il percorso come una serie di appunti sparsi, più che come una cornice ordinata. “Life Evermore Pt. 2” introduce subito un senso di contaminazione morale e spirituale, con Momsen che sembra rivolgersi a chi ascolta da un luogo già compromesso, dove la fede, il giudizio e il bisogno di essere visti si confondono. "No one is real / Except you and me”, è il punto di non ritorno, creando immediatamente un legame tra l’ascoltatore e Taylor Momsen.

Da lì “For I am death” entra come una dichiarazione d’intenti, costruita su chitarre hard rock e su un ritornello di forte impatto. “For I am Death and I won't break / I got a life / I’ve got to take / When will it end, this sufferin' of late? / It was nice to know you”, è la confessione intima che arriva con la voce roca di Momsen, la quale si adatta alla perfezione all’atteggiamento e alla freddezza di questa interpretazione. La morte del titolo non è soltanto posa gotica o immaginario da copertina. Può essere mortalità, dipendenza, trasformazione, fine di una parte di sé, e il brano resta efficace proprio perché non obbliga a scegliere una sola interpretazione.

Il cuore di "Dear God" è nella tensione tra distruzione e salvezza, sofferenza e reazione, tra il desiderio di perdersi e quello, più difficile, di essere tirati fuori. “When I wake up” porta questa frattura dentro una forma più immediata, quasi da festival, ma sotto l’energia del brano c’è il racconto di una notte che diventa buco nero, di un eccesso che promette libertà e restituisce smarrimento. Il disco comincia davvero a mostrare il suo lato più esposto con “Love me”, dove la spavalderia hard rock lascia emergere la vulnerabilità. Il primo verso, “In my depression, I will lie”, porta immediatamente il brano su un piano più fragile, in cui la voce di Momsen trova l’equilibrio più convincente dell’album, passando dall’aggressività grezza a una fragilità straziante senza sembrare mai costruita.

Tra oscurità, ironia e memoria

Dragonfire” cambia prospettiva e dà al disco una deviazione utile, con il lavoro acustico di Ben Phillips che porta movimento, calore e una tensione meno prevedibile. Non è solo un intermezzo di colore, ma uno dei momenti in cui la band dimostra di poter allargare il proprio linguaggio senza tradire la propria identità. Subito dopo arriva la title track, "Dear God”, il centro emotivo dell’album. È come una preghiera hard rock più che una canzone religiosa in senso stretto. Momsen si muove dentro un immaginario cristiano che appartiene alla sua formazione, ma usa Dio come figura di qualcosa di più grande a cui aggrapparsi quando la mente diventa una stanza chiusa. La supplica ripetuta “Dear God, can you lift me up?” risuona a lungo, mentre l’assolo di chitarra apre una via di fuga dentro una tensione altrimenti soffocante. Qui il disco raggiunge il suo punto più chiaro, perché la sofferenza non viene abbellita, ma trasformata in una forma rock ancora fisica, ancora teatrale, ancora credibile.

La seconda parte di "Dear God" rallenta, si fa più riflessiva e lascia emergere anche qualche limite. “About you” e “Spell on you” riportano in primo piano ossessione, memoria e vendetta, con la seconda costruita su un immaginario stregonesco volutamente sopra le righe. L'apertura della nona traccia del disco è in qualche modo divertente, con una madre che parla alla sua bambina dicendo: “Sembri proprio una piccola strega carina per essere una strega cattiva / Hai la tua piccola scopa? / E cosa dice la strega cattiva?”. È lì che entrano le chitarre e Momsen svela cosa dice la strega cattiva, perché questo è il suo territorio: “If I were a witch, I would make a brew / And make you pay for the things you do”.

Rollercoaster of life” rimette ordine con un passo più disteso, un ritmo trascinante di Jamie Perkins e un respiro da heartland rock che alleggerisce l’album senza svuotarlo. È una delle canzoni del disco dal testo più semplice, ma per questo immediato: “The rollercoaster of life is so nice / If you do it well, you can go through it twice / If you don't know how to go slow / You can fall to earth and lose it all”, è il ritornello. Un verso cita persino Tom Petty con la frase “All the vampires on the beach”, un piccolo omaggio a “Free Fallin’”.

Eye of the storm” prosegue su un terreno più autoriflessivo, e rallenta ulteriormente il passo, portando il disco verso un’autoriflessione più esplicita. Momsen non cerca più soltanto l’impatto frontale, ma mette in scena il tentativo di reggere mentre tutto sembra franare, tra la negazione di un "breakdown”, l’ammissione controllata di una finzione per dovere e quella frase che suona come un messaggio lasciato a metà tra resistenza e cedimento: “Tell the band I‘m doing fine / Even though I almost died”. È uno dei passaggi in cui "Dear God" guarda meno all’icona rock e più alla persona che deve continuare a stare in piedi mentre tutto intorno sembra chiedere il contrario.

Devil in disguise (Michelle’s Song)” porta questa esposizione in una dimensione ancora più intima. Scritta come omaggio a Michelle Trachtenberg, amica di Momsen dai tempi di "Gossip Girl", la canzone si appoggia a un arrangiamento essenziale e lascia che la voce regga quasi tutto il peso emotivo, fondendo una narrazione molto personale con melodie inquietanti che restano nella mente dell’ascoltatore: “Did I see Jesus or the devil in disguise?”.

Una band arrivata al proprio centro

Dark days” accompagna il finale con un passo più lento e grave, tra tuoni biblici, immagini apocalittiche e una stanchezza che somiglia più all’accettazione che alla resa. Non tutto, in questi cinquanta minuti, ha la stessa forza. Alcune immagini sono familiari, alcuni passaggi insistono su simboli già molto frequentati dal rock, e la lunghezza del disco chiede attenzione più di quanto conceda immediatezza.

"Dear God" resta un lavoro solido, fedele alla natura dei Pretty Reckless e più compatto di quanto la sua struttura frammentata lasci pensare. La chiusura con “Life Evermore Pt. 1” riporta il percorso al punto di partenza e trasforma l’ordine spezzato delle tre parti in una piccola meditazione su vita, morte e sopravvivenza. Taylor Momsen firma una delle prove vocali più forti della sua carriera e trova nel dolore non una scorciatoia emotiva, ma un materiale da attraversare. Il rock, qui, non viene celebrato come mito da museo, ma rimane una possibilità concreta, sporca e vulnerabile, per dare un corpo a ciò che altrimenti rischierebbe di restare muto.


Disclaimer:

Questo articolo è stato realizzato e pubblicato da Rockol.it ed i suoi contenuti sono integralmente forniti da Rockol, che ne assume ogni responsabilità editoriale. Il presente sito si limita a ospitare il contenuto in modalità non indicizzata e non è in alcun modo coinvolto nella produzione, redazione o approvazione dei materiali pubblicati.

Rock Online Italia (Rockol) è una testata giornalistica registrata presso il Tribunale di Milano: Aut. n° 33 del 22 gennaio 1996.

Immagini e diritti

Rockol:

  • utilizza esclusivamente immagini e fotografie rese disponibili a fini promozionali ("for press use") da case discografiche, management artistici e uffici stampa /P.R;
  • impiega le immagini per finalità di critica ed esercizio del diritto di cronaca, in modalità degradata conforme alle prescrizioni della legge sul diritto d'autore, e solo a corredo dei propri contenuti informativi;
  • accetta unicamente fotografie non esclusive, destinate alla pubblicazione su testate giornalistiche, e comunque libere da vincoli di utilizzo;
  • pubblica immagini fotografiche dal vivo concesse da fotografi dei quali viene indicato il copyright

Segnalazioni

Eventuali segnalazioni relative a immagini non conformi a quanto sopra descritto possono essere inviate a webmaster@rockol.it
Provvederemo a effettuare una rapida valutazione e, ove necessario, alla tempestiva rimozione del materiale.

Per consultare l'articolo nella sua versione originale, visita questo link

(Articolo originale su Rockol.it)

condividi