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Perdersi e ritrovarsi nella notte dei Cure, in concerto a Firenze

15.06.2026 Scritto da Elena Palmieri

“Cold and afraid, the ghosts of all that we've been / We toast with bitter dregs, to our emptiness”. Le parole di Robert Smith penetrano nelle ossa, il suono dei Cure, sospeso tra intensità e malinconia, fa vibrare la pelle d'oca che attraversa i corpi. Il cielo sopra la Visarno Arena si prepara all’oscurità, ma un intreccio di chitarre, synth e batteria illumina il carico emotivo di Firenze mentre le prime note di “Alone” avvolgono gli oltre 40mila spettatori. È l'inizio di un viaggio in cui perdersi sembra inevitabile. Eppure, canzone dopo canzone, la band sa trasformare memoria, inquietudine e nostalgia in qualcosa di condiviso, per ritrovare sé stessi.
Nella serata del 14 giugno, quello di Firenze è il primo appuntamento italiano dei Cure dal 2022. Il tour estivo del 2026, inaugurato la scorsa settimana al Primavera Sound di Barcellona, segna il ritorno della band davanti a platee da festival e grandi arene dopo l'unico concerto dedicato a “Songs of a lost world” (qui la nostra recensione) andato in scena nel 2024 davanti a un pubblico ristretto al Troxy di Londra (qui il nostro racconto da Londra). È un ritorno atteso che conferma come il gruppo guidato da Robert Smith continua a occupare un luogo tutto suo nel panorama musicale contemporaneo, sospeso tra passato e presente, memoria e appartenenza, unendo generazioni diverse di fan.

“L'arte gentile della resistenza”

Prima che i Cure salgano sul palco, sono i Mogwai a trasformare il Firenze Rocks in un muro di suono, emozione e atmosfera. A oltre trent’anni dall’inizio della loro carriera, i pionieri scozzesi del post-rock continuano a dimostrare perché restano una delle band più ambiziose della loro generazione. Dai passaggi ambient più delicati alle esplosioni sonore più travolgenti, la loro esibizione alla Visarno Arena ricorda come la musica non abbia bisogno di molte parole per dire qualcosa di profondo.

Dopo oltre un'ora, il tempo cambia consistenza. Verso le 21:15, sono il rumore della pioggia, i tuoni, i fulmini e i suoni elettronici diffusi dagli altoparlanti ad annunciare l’avvicinarsi del concerto dei Cure. Il pubblico si stringe allora naturalmente verso il palco, mentre lo schermo sullo sfondo si accende e cominciano a illuminarsi tante piccole stelle. L’attesa diventa un rituale collettivo, una sospensione attraversata da rumori atmosferici e bagliori minimi, fino a quando la band non si presenta al pubblico, in perfetto orario alle 21.30 in punto. I sei musicisti fanno il loro ingresso in scena tutti insieme. 

Ci sono Simon Gallup, presenza essenziale nell’identità sonora dei Cure fin dagli anni Ottanta, Jason Cooper alla batteria, Roger O’Donnell alle tastiere, Reeves Gabrels alla chitarra ed Eden Gallup, figlio di Simon, che in questo tour prende il posto lasciato libero da Perry Bamonte, scomparso lo scorso dicembre a 65 anni dopo una breve malattia. Bamonte era salito sul palco con la band l’ultima volta al Troxy di Londra, e anche per questo la nuova immagine dei Cure porta con sé una forma discreta di memoria, come se ogni ritorno contenesse anche un’assenza. Robert Smith appare subito come una figura fuori dal tempo. I capelli scomposti gli disegnano intorno al volto una corona scura, il trucco marcato rende lo sguardo ancora più enigmatico, la camicia nera e il passo lento restituiscono l’immagine di un artista che non ha bisogno di imporsi per occupare la scena. Prima di raggiungere il centro, cammina da una parte all’altra del palcoscenico e contempla il pubblico, come se volesse misurare la distanza tra sé e quella distesa umana per poi annullarla attraverso la musica.

Il lungo intro di “Alone” permette ai Cure di impossessarsi lentamente della Visarno Arena. "Grazie infinite. Eccoci di nuovo qui”, è il veloce saluto che il frontman rivolgere ai fan a nome del gruppo, cercando di parlare in italiano, prima di riprendere a suonare senza indugi e pause. Arriva subito “Pictures of you”, che qui nasce dalla complicità tra la chitarra di Smith e il basso di Simon Gallup. È uno dei momenti in cui la commozione diventa quasi fisica, soprattutto quando Smith abbraccia il suo strumento mentre canta: “Remembering you, fallen into my arms”. Il brano non è solo memoria, ma una forma di presenza ostinata, il tentativo di trattenere ciò che il tempo porta via e di restituirgli un’immagine, una voce e un respiro. Subito dopo, su “High” si cerca di alzare lo sguardo oltre le nuvole che scorrono sui grandi schermi. Mentre è ormai buio, giunge anche il momento per gridare al cielo “A night like these”, prima di una delle dediche d’amore più belle di sempre con "Lovesong".

Simon Gallup, chino sul suo basso con la canotta nera degli Iron Maiden, è ancora una delle immagini più riconoscibili della band dal vivo. La sua postura, quasi un marchio, accompagna ogni pulsazione del concerto. Sugli amplificatori resta anche la scritta “Bad Wolf”, omaggio alla serie di fantascienza “Doctor Who” voluto proprio dal bassista e cofondatore della band.

“Un rifugio contro il tempo”

La parte centrale dello show conferma quanto il repertorio dei Cure sia oggi più aperto che mai. Arrivano rarità come “Secrets”, che prima del concerto al Troxy di Londra la band non suonava dal 1987, e “Treasure”, già riportata in scaletta in Portogallo. Tra questi affioramenti dal passato, il pubblico si accende sui cori di “Just like heaven”, che porta nella notte fiorentina una leggerezza luminosa senza spezzare la tensione emotiva costruita fino a quel momento.

Dopo il brano tratto da “Wild mood swings” del 1996, la batteria di Jason Cooper si fa più secca e i colpi diventano sempre più duri, fino ad anticipare l’urlo prolungato di Robert Smith. Le chitarre si ispessiscono, si distorcono, cercano una materia più ruvida. Su “Want” il suono non è tra i più puliti del live, e qualcosa di simile accade poco dopo con “alt.end”. Ma a un concerto portato avanti con maestria si perdonano anche i momenti in cui un’arena all’aperto come quella di Firenze non riesce a restituire ogni sfumatura nella sua forma migliore. La forza del concerto resta intatta.

Al pubblico di Firenze i Cure regalano anche un brano dell’ultimo album che in questo tour estivo non avevano ancora suonato. Con una rosa rossa che appare sul mega schermo centrale, “A fragile thing” entra così nella scaletta come una sorpresa preziosa, uno dei singoli più potenti di “Songs of a lost world”, capace di portare nel presente quella stessa materia scura e vulnerabile che attraversa il disco. È un segnale importante, anche perché il futuro del gruppo sembra già scritto in nuova musica. Robert Smith ha raccontato di avere materiale sufficiente per tre album, con un prossimo lavoro già pronto e ancora più oscuro rispetto al disco del 2024, mentre un terzo progetto dovrebbe mostrare un volto più pop, almeno secondo l’idea tutta personale che il frontman ha del genere nella dimensione della sua band. Il concerto di Firenze non guarda così solo indietro, diventando un rifugio contro il tempo, ma non un museo.

Burn”, scritta e registrata nel 1994 per la colonna sonora del film “Il corvo”, arriva introdotta dal flauto suonato da Robert Smith e riporta il concerto verso una dimensione più cinematografica, notturna e tagliente. Poi il pubblico si lancia nei battimani e nei cori di “Push” e “In between days”, prolungando gli “oh oh” finali come se volesse trattenere il momento ancora qualche secondo. Smith introduce allora “Play for today” e le atmosfere di “Seventeen Seconds” continuano con “A forest”, uno dei vertici tecnici ed emotivi dell’intera serata. Le mani dei presenti si alzano e seguono il ritmo del basso di Gallup, mentre la band costruisce un crescendo preciso, ipnotico, essenziale. Quando sembra che l’ombra della foresta possa restare sospesa ancora a lungo, Smith prende la chitarra acustica e attacca “Trust”.

Su “From the edge of the deep green sea” è invece l’elettrica di Reeves Gabrels a prendersi la scena, con un fraseggio che taglia il brano e lo spinge verso una profondità più inquieta. La grande luna rosa che si accende sullo schermo accompagna l’arrivo di “Endsong”,  la canzone che più di altre può annunciare l’avvicinarsi della fine, con il suo lungo strumentale introduttivo.

“Perdersi per ritrovarsi”

Dopo una pausa brevissima, è il momento dei bis. Sono già passate due ore dall’inizio, ma i Cure hanno ancora molto da dare. Robert Smith e Simon Gallup rientrano abbracciati, mentre il resto della band torna alle proprie postazioni. Il frontman prova di nuovo a scherzare con il pubblico in italiano, “Purtroppo non so ancora parlare italiano”, sorride Smith, prima di aggiungere in inglese che quello scherzo non invecchierà mai. Sugli schermi si forma intanto l’inconfondibile ragnatela, e “Lullaby” apre la parentesi finale dello show con il suo passo obliquo e seducente.

Da qui in poi il concerto cambia pelle senza tradire ciò che è stato fino a quel momento. “The walk”, “Let’s go to bed” e “Mint car” alleggeriscono la tensione e portano sul palco il lato più mobile, danzante e colorato dei Cure. È direttamente Smith a indicare al pubblico come si attraversano i bis di un concerto della band, scrollandosi di dosso il peso della notte e mettendosi a ballare. Le immancabili “Friday I’m in love” e “The lovecats” fanno esplodere la risposta del pubblico, mentre le note acute delle tastiere di “Close to Me” riportano la Visarno Arena in una dimensione più leggera e immediata. “Why can’t I be you?” diventa l’ultimo slancio prima della chiusura più classica, quella di “Boys don’t cry”. Dopo due ore e venti minuti di concerto, la fine arriva senza retorica, ma con una canzone che tutti conoscono, cantano e riconoscono come una parte di sé. Robert Smith è l’ultimo a lasciare la scena, e saluta il pubblico sotto ogni lato del palco, si prende il tempo di guardare ancora quella folla che per una sera ha seguito lui e la sua band dentro il buio e ne è uscita con qualcosa di più luminoso addosso. Ci si perde nella notte dei Cure perché le loro canzoni aprono stanze interiori, riportano a galla fantasmi, amori, assenze e desideri rimasti sospesi. E alla fine ci si ritrova, perché quella stessa oscurità, in un momento collettivo, smette di essere isolamento e diventa appartenenza. L’incanto dei Cure è ancora questo, capace di trasformare la nostalgia in empatia e un concerto in un luogo dove tornare a riconoscersi.

Scaletta:

Alone
Pictures of You
High
A Night Like This
Lovesong
Secrets
Just Like Heaven
Treasure
Want
A Fragile Thing
Burn
Fascination Street
alt.end
Push
In Between Days
Play for Today
A Forest
Trust
From the Edge of the Deep Green Sea
Endsong

BIS 

Lullaby
The Walk
Let's Go to Bed
Mint Car
Friday I'm in Love
The Lovecats
Close to Me
Why Can't I Be You?
Boys Don't Cry


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