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Nell'era delle hit scritte a 16 mani, Ultimo fa tutto da sé

19.06.2026 Scritto da Mattia Marzi

«Mi sveglierò un giorno e quel giorno che aspettavo è qui». A poco più di due settimane dal concerto dei record del 4 luglio a Tor Vergata, che con i 250 mila biglietti venduti (da un anno) lo vedrà entrare nella storia come l’artista ad aver venduto più tagliandi per un singolo evento musicale in Italia, Ultimo pubblica il suo nuovo album. Si intitola “Il giorno che aspettavo” e, sin dal titolo, sembra fungere da colonna sonora per i fan in vista del mega-raduno. Il disco è il settimo pubblicato dal cantautore romano in nove anni, dopo “Pianeti” (2017), “Peter Pan” (2018), “Colpa delle favole” (2019), “Solo” (2021), “Alba” (2023) e “Altrove” (2024). Lo hanno anticipato i singoli “Acquario”, “Questa insensata voglia di te” e “Romantica”. Oltre ai tre singoli, nel disco ci sono altre sette canzoni. Musicalmente, il disco spazia da ballate (“Questa insensata voglia di te”, “Quando dorme la città”), pezzi più vicini allo stile rap degli esordi (“Avevamo cent’anni”) e inni da stadi destinati a finire dritti nella scaletta del concerto di Tor Vergata (“Il giorno che aspettavo”, “Romantica”, “Acquario”).

Nell'era delle hit scritte a 16 mani, lui fa tutto da sé

Lo stile è quello che caratterizza da sempre la cifra di Ultimo: un cantautorato che sa essere al tempo stesso classico e contemporaneo, che recupera la tradizione più melodica à la Claudio Baglioni o Renato Zero nelle ballate e l’attitudine più sfrontata di Vasco nei pezzi più uptempo (rispetto al passato, peraltro, dove a farla da padrona negli arrangiamenti era il pianoforte, lo strumento del cantautore, qui sembra esserci una maggiore presenza di chitarre), che sembrano essere pensati per la dimensione dal vivo. Ma rielaborano il tutto attraverso lo sguardo fresco del cantautore, classe 1996. Quella cifra in questi anni è stata altamente polarizzante. Una cosa va riconosciuta a Ultimo anche da parte dei più critici o scettici, però: quella del cantautore di San Basilio non è mai stata musica costruita a tavolino. Nell’era delle hit firmate a 12, 14, 16 o 18 mani, stile catena di montaggio, Ultimo continua a coltivare un’idea di scrittura e composizione artigianale. Non sono in molti a farlo, a pensarci bene. Bisognerà vedere se, alla lunga, questa scelta continuerà a premiarlo o finirà per mostrarne anche i limiti. Del resto, il confronto serve anche a questo: a uscire dalla propria comfort zone, a capire cosa c'è al di là del proprio sguardo e a mettere in discussione certezze e automatismi. Ma in un mercato che tende a uniformare tutto, il valore di una proposta si misura anche dalla sua capacità di distinguersi dalle altre: non si vendono 250 mila biglietti a caso. Estraneo alle dinamiche del mercato, dopo i primi tre album incisi per l’etichetta indipendente hip hop romana Honiro ha lanciato nel 2020 un’etichetta tutta sua, Ultimo Records, con la quale si produce i dischi. Facendo tutto da sé.

Chi suona nel disco

“Il giorno che aspettavo” conferma questo approccio indipendente: Ultimo figura come produttore di tutte e dieci le canzoni, insieme a Yoshi (vero nome Matteo Nesi, punto di riferimento del circuito rap romano), al suo fianco sin dal primo album. Nel disco, oltre a Ultimo e Yoshi, suonano anche il batterista Alessandro Inolti (già al fianco di Fabrizio Moro), il chitarrista Manuel Boni (Antonello Venditti, Stef Burns), il sassofonista Marco Guidolotti (Renato Zero, Alex Britti, Fiorella Mannoia). Nei testi Ultimo sfoga turbamenti e inquietudini alla vigilia di quello che sarà l’appuntamento più importante della sua carriera finora. Spiazza un po’ che un cantautore di trent’anni in un testo, quello di “Ci siamo detti tutto”, finale enigmatico del disco (c’è una voce che sembra svegliare Ultimo da un sogno), canti: «Un giorno tornerai / figura immaginaria / ti ho dedicato tutto / e non sei mai esistita».

La tensione

Le canzoni contenute ne “Il giorno che aspettavo” sono attraversate dalla stessa tensione: il desiderio di afferrare qualcosa che sembra sempre un passo più in là, che sia l’amore o la pace interiore. È un elemento che ricorre, nei dischi di Ultimo. A Tor Vergata la voce di “Sogni appesi” celebrerà un traguardo storico. In queste canzoni, invece, sembra ricordare a sé stesso che ogni traguardo, una volta raggiunto, diventa soltanto un nuovo punto di partenza.


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