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Matt Berninger e Alabama Shakes: l’America ancora viva

08.07.2026 Scritto da Michele Boroni

Abbiamo ancora forte il ricordo del 2015 quando, in piazza Napoleone a Lucca, gli Alabama Shakes ci sconvolsero positivamente con quel mix di raffinatezza e ruvidezza come apertura di Paolo Nutini e che raccontammo qui.

Dopo 11 anni la produzione è rimasta più o meno la stessa - i due album “Boys and girls” e “Sound & Color”, oltre che una carriera solista a corrente alternata della cantante Brittany Howard - ma l’approccio al live è diventato più educato ed elegante in vista anche del nuovo album “I must be dreaming” nel prossimo agosto.

Il fascino discreto di Matt Berninger

La serata inizia nel migliore dei modi con il concerto solista di Matt Berninger, che ha già calcato questo palco con i suoi The National, e qui ora con il suo progetto solista, forte del secondo e recente album “Get Sunk”, più luminoso e ottimista rispetto al precedente “Serpentine Prison”, fortemente influenzato dalla pandemia.

Matt Berninger con quella sua aria da professore universitario tormentato e cool ha incentrato il suo set sui suoi due album solisti, lasciando nella parte finale alcuni pezzi dei The National come “Slow show” e “Terrible Love” per la gioia del pubblico. Insieme a Berninger un quartetto composto tra gli altri dal chitarrista Sean O’Brien, compositore e collaboratore musicale in entrambi i progetti solisti e Julia Laws (alias Ronboy) alle tastiere e ai cori. Berninger anche in una situazione più marginale e intima rispetto ai concerti con la band di cui è frontman, riesce sempre ad essere un interprete efficace e carismatico e non impedendogli quindi di fare le sue consuete incursioni tra il pubblico per cantare insieme e farsi abbracciare.

Chiude il set “Inland Ocean” una canzone che in realtà è dedicata alla flora e dalla fauna della sua nuova casa in Connecticut, dopo anni trascorsi a Los Angeles, ma che in realtà parla degli Stati Uniti e quasi si scusa a presentarla ricordando chi è oggi al comando.

Alabama Shakes, esperti e controllati

Dopo il cambio palco è stata la volta degli Alabama Shakes, anche loro come Matt Berninger in esclusiva italiana, con il loro blues-soul- rock del profondo sud. L’iniziale “Rise to the Sun” mette subito in campo la specificità della band sempre in bilico tra elegante groove un po’ sixties e graffiante potenza chitarristica.

La band si esibisce in una formazione a cinque elementi composto dalla cantante e chitarrista Brittany Howard, dal chitarrista Heath Fogg e dal bassista Zac Cockrell - membri originali della band - un nuovo batterista (l’originale Steve Johnson ha lasciato il gruppo), tre coristi e due tastiere che fanno un po’ wall of sound, spesso sovrastando quelle dinamiche di pieni e vuoti che invece sono tipiche della band.

Tutto il concerto si basa sulla presenza artistica della Howard capace di falsetti alla Curtis Mayfield ed esplosioni vocali alla Aretha Franklin subito dopo, ma senza quella forza e veemenza à la Janis Joplin che avevamo visto nel 2015 quando la band si esibiva da opener. Oggi Brittany Howard è decisamente più consapevole delle proprie capacità vocali e le dosa saggiamente.

Un elemento ineludibile è il persistente senso di speranza che pervade la loro musica, dai lamenti quasi mantra della loro hit del 2012 "Hold On", eseguita con commozione, alla Howard che canta "I've been having me a real hard time / But it feels so nice to know I'm gonna be alright" in "This Feeling” con un'emozione palpabile. Gli Alabama Shakes dimostrano una grande disinvoltura e stile sul palco e il pubblico entusiasta lo riconosce acclamando e urlando fin dalle prime note di ciascuna canzone, in particolare per “Sound and Color” la bellissima “Gimme all your love” e nei bis “Don’t wanna fight”.

Tra le canzoni inedite spicca “Time” caratterizzata dagli improvvisi cambi di ritmo e da quella coda strumentale che fonde rock, r&b e psichedelia. Il nuovo singolo "American Dream" è una rappresentazione impeccabile della situazione del paese d'origine del gruppo, ma il messaggio complessivo è di gioia, con la Howard che ringrazia sinceramente il pubblico per averle permesso di "sentire questo senso di unione". La gratitudine è reciproca.


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