Altro che anno sabbatico: Manuel Agnelli non ha nessuna intenzione di fermarsi. Solo sta spostando il focus dai suo progetti musicali personali a fare l’agitatore culturale. Cosa che ha sempre fatto: “Non ho mai considerato essere artista come qualcosa che mi bastasse. Ho sempre cercato di partecipare attivamente”, spiega a Rockol
L’ultime volte che lo abbiamo sentito era per parlare degli Afterhours e di Carne Fresca, il suo progetto per artisti e band fuori dagli algoritmi, a Germi, il suo locale milanese. Il tour degli After è stato un successo, ma la band è rientrata in ibernazione: possibile che ritorni sul palco, meno probabile che si dedichi a nuova musica, racconta. E Carne Fresca si è evoluto in Suoni dal Futuro un progetto più ampio, con la partecipazione di SIAE e coinvolgendo club di tutta italia, per tre anni. Ce lo siamo fatti raccontare, Ma, come sempre con Agnelli, la discussione prende una piega più ampia, sulle storture generali del sistema. Compresa quella che agita le acque più di tutti: il rapporto con la tecnologia e con l’intelligenza artificiale: “Una distruzione culturale: quello che arriva a livello di innovazione tecnologica ci sembra meraviglioso e lo abbracciamo come se fosse una figata, ma io lo dico e lo ripeto: la merda è merda anche se nuova”Che relazione c’è tra “Carne fresca” e “Suoni dal futuro”? Come sei passato da un progetto radicale solo a Germi ad uno più largo e con la partecipazione di un partner istituzionale come SIAE?
Il progetto rimane di Germi, SIAE è uno sponsor attivo, perché ha abbracciato il senso del progetto. Rispetto a “Carne fresca”, in realtà si avvicina ancora di più all’idea che avevamo all’inizio: creare un network tra posti simili, live club ma anche centri culturali, centri sociali, spazi dove si fa musica ma anche altro, letteratura, presentazioni, stand up comedy. Ce ne sono tanti in Italia, hanno vissuto una crisi enorme con il Covid e anche negli anni successivi. Molti locali hanno chiuso, diventano spesso contenitori vuoti, vengono affittati per concerti medio grandi, ma senza una programmazione e una direzione artistica. Non hanno più una linea, una personalità, come potevano avere il Bloom di Mezzago o il Velvet di Rimini.
Invece nei locali più piccoli esiste ancora una programmazione e una visione e vogliamo riorganizzare un network di questi spazi, dove far crescere una nuova scena: posti dove i ragazzi possano suonare, incontrarsi, scambiarsi esperienze e contatti e questo vale anche per il pubblico.
A SIAE interessa perché significa rivitalizzare i live club e promuovere anche il fatto che questi ragazzi scrivono le proprie canzoni, a differenza di una parte della generazione attuale che si appoggia a squadre di autori e produttori, spesso gli stessi, con un risultato molto uniforme. Dal punto di vista artistico è un periodo abbastanza drammatico.Com’è nata la relazione con SIAE? Hai sentito anche altre istituzioni o sono stati gli unici a interessarsi al progetto?
A “Carne fresca” volevamo fare un festival. Conoscevo Salvo Nastasi, il presidente di SIAE, dai tempi in cui lavorava al ministero, era uno di quelli che ci aveva ascoltato ai tempi delle manifestazioni per la legge sulla musica. Durante una cena gli ho raccontato cosa stavamo facendo e lui ha pensato che potesse essere interessante anche per SIAE, come azione di promozione per una nuova generazione di autori e per i live club. C’è stato anche il supporto del consiglio di gestione, che ha approvato il progetto.In generale, In Italia si finanzia di più la musica “colta”, l’opera, il teatro, il cinema e la cultura con la C maiuscola.
Sì, c’è un gap enorme, a partire dal pubblico. La prima è che la gente non si rende conto che questo è un lavoro: quasi nessuno percepisce la dimensione professionale della musica, che è un lavoro imprenditorialmente rischiosissimo e molto impegnativo. Dal fatto che non c’è consapevolezza deriva che non c’è pressione sulle istituzioni: e la politica lavora sulle urgenze. Se nessuno preme, ci sono sempre altre priorità.
In più la categoria è molto divisa: musicisti, tecnici, manager, agenzie, uffici stampa… non è un ambiente compatto. Facciamo fatica a rappresentare le nostre istanze.Quali sono i motivi di questa divisione, dal tuo punto di vista? Una questione culturale o economica?
Un po’ entrambe. Ai livelli più bassi i soldi sono pochi, ma salendo non è più così, anche se rispetto ad altri campi come quello della televisione restiamo su cifre diverse.
C’è una mentalità da “orticello”: a livello discografico c’è una sorta di monopolio delle multinazionali e non collaborano, si fanno la guerra. Lo stesso vale per i grandi promoter. E sotto c’è un magma enorme di realtà di ogni tipo, compresa la cosiddetta scena alternativa, che è sempre stata molto provinciale e autoghettizzata, e anche lì molto divisa. Spesso non c’è una vera volontà imprenditoriale, perché molti non lo fanno come lavoro ma come passione. E questo rende difficile costruire un sistema. In una situazione così la politica potrebbe fare molto: una legge sulla musica aiuterebbe a riconoscere la dimensione professionale del settore.
Paradossalmente bisognerebbe anche distinguere tra professionisti e hobbisti: è una divisione, ma servirebbe a chiarire i ruoli.Come si può intervenire?
Il nostro progetto vuole creare sistema. Non penso che si possano cambiare in poco tempo le dinamiche reali del mercato, ma si può lavorare sulla mentalità, e quella poi cambia le dinamiche. Non facciamo scouting: non cerchiamo “i nuovi” per fare la rivoluzione. Il talento c’è e prima o poi emerge. Il nostro lavoro è trasmettere esperienza e creare le condizioni perché si sviluppi un sistema diverso.
Questi ragazzi fanno cose diverse tra loro, ma condividono una visione: il perché suonano, cosa rifiutano e cosa accettano del sistema attuale. Questo è centrale. Negli anni ’90 esisteva un sistema che si sosteneva da solo, produceva economia e professionalità: tecnici, produttori, manager si sono formati lì. Poi si è autoghettizzato e si è spento, ma ha funzionato.
Noi cerchiamo di ripartire da lì.Oggi però il contesto è cambiato: il racconto di un progetto è quasi importante quanto la musica. È possibile fare musica senza costruire uno "storytelling"?
È possibile, ma bisogna ricostruire un sistema, appunto. Non sostituiremo quello che c’è, ma possiamo affiancarlo. Il rischio vero è un altro: l’intelligenza artificiale potrebbe portare a un’industria musicale fatta di contenuti preconfezionati, senza artisti, con costi bassissimi.Se ne parla molto e come sempre per le nuove tecnologie ci si divide tra apocalittici ed integrati.
Spero ci sia una commissione di controllo così come esiste per il cibo, per il clima, per l’inquinamento, per il traffico, per le materie industriali. Spero che ci sarà anche per la produzione artistica. Fa brutto dirlo, ma secondo me è meglio averla che non averla: almeno non c’è un caos totale e ci sono dei punti di riferimento, anche negativi.
Quando arriverà davvero l’intelligenza artificiale, rischiamo un’industria musicale che propina pacchetti di musica preconfezionati per generi diversi, jazz, blues, rock, pop, rap, senza nessuno dietro e con rischio imprenditoriale quasi zero, perché i costi di produzione sono minimi.Però ogni tecnologia viene accolta contemporaneamente sia con entusiasmo sia con sospetto, soprattutto nella musica. A me sempra più con sospetto, in questo caso...
Quello che arriva a livello di innovazione tecnologica ci sembra meraviglioso e lo abbracciamo come se fosse una figata, ma io lo dico e lo ripeto: la merda è merda anche se nuova.
Sarebbe una distruzione culturale. La musica è uno dei pochi megafoni popolari rimasti. Quando i ragazzi riscoprono la fisicità dei concerti, lo stare insieme, capiscono che non c’è niente di più potente. È una risposta al virtuale.Cosa sta succedendo invece ai tuoi progetti personali, mentre ti dedichi a “Suoni dal futuro”?
Le mie produzioni le ho rimandate per seguire questo progetto. Ho un album e mezzo pronto, non so dove finirà, non so cosa ne farò. In realtà ho sempre avuto questa tendenza: non ho mai considerato essere artista come qualcosa che mi bastasse. Ho sempre cercato di partecipare attivamente. Già con Tora! Tora!, per esempio, ho sempre cercato di costruire sistema. Credo che fare scena convenga a tutti. Il problema è che il sistema è frammentato, pieno di parole e povero di fatti. Questo mi ha spinto a fare.Avevi parlato di un anno sabbatico. Confermi?
Sì, è un anno sabbatico. È iniziato bene: sono stato un mese in Australia, ho rivisto amici, ho viaggiato. Non per suonare, ma per vivere. Poi è arrivato questo progetto con SIAE e mi è sembrato troppo importante per non lavorarci seriamente.E gli Afterhours? Dopo il successo del tour, il libro che è uscito qualche mese fa, vedi un futuro per la band?
Non ci sto pensando. Anche noi siamo rimasti sorpresi dal risultato del tour.
Gli After sono diventati un po’ iconici per una parte di pubblico che si è anche ringiovanita, quindi potremmo fare altri tour.
Fare dischi nuovi è più improbabile: il pubblico è più interessato al repertorio che alle novità. Le cose nuove e la creatività probabilmente le porterò avanti nei progetti personali, dove ho più libertà. Sono in una posizione privilegiata: ho 60 anni e posso fare quello che voglio.
Disclaimer:
Questo articolo è stato realizzato e pubblicato da Rockol.it ed i suoi contenuti sono integralmente forniti da Rockol, che ne assume ogni responsabilità editoriale. Il presente sito si limita a ospitare il contenuto in modalità non indicizzata e non è in alcun modo coinvolto nella produzione, redazione o approvazione dei materiali pubblicati.
Rock Online Italia (Rockol) è una testata giornalistica registrata presso il Tribunale di Milano: Aut. n° 33 del 22 gennaio 1996.
Immagini e diritti
Rockol:
- utilizza esclusivamente immagini e fotografie rese disponibili a fini promozionali ("for press use") da case discografiche, management artistici e uffici stampa /P.R;
- impiega le immagini per finalità di critica ed esercizio del diritto di cronaca, in modalità degradata conforme alle prescrizioni della legge sul diritto d'autore, e solo a corredo dei propri contenuti informativi;
- accetta unicamente fotografie non esclusive, destinate alla pubblicazione su testate giornalistiche, e comunque libere da vincoli di utilizzo;
- pubblica immagini fotografiche dal vivo concesse da fotografi dei quali viene indicato il copyright
Segnalazioni
Eventuali segnalazioni relative a immagini non conformi a quanto sopra descritto possono essere inviate a webmaster@rockol.it
Provvederemo a effettuare una rapida valutazione e, ove necessario, alla tempestiva rimozione del materiale.Per consultare l'articolo nella sua versione originale, visita questo link