Ci sono band che crescono, e poi ci sono band che evolvono. Gli Elder appartengono alla seconda categoria. Fondati a Boston nel 2005, trapiantati da anni a Berlino, arrivano al loro settimo album in studio — Through Zero — con alle spalle due decenni di storia che li hanno visti trasformarsi da quartetto doom/stoner grezzo e urlante in qualcosa di genuinamente irriproducibile. Per oltre un decennio questi musicisti sono stati il parametro di riferimento con cui vengono misurati tutti i loro pari stilistici, e Through Zero è un'ottima conferma.
Le radici
Ripercorriamo brevemente l'arco della loro trasformazione per capire dove si colloca questo nuovo disco. I primi lavori — Dead Roots Stirring (2011), Lore (2015) — erano ancorati a un doom psichedelico molto denso. Con Reflections of a Floating World (2017) la band ha cominciato a sfumare i contorni, lasciando entrare più spazio, più luce, più lirismo. Omens (2020) e Innate Passage (2022) hanno confermato una direzione sempre più prog, sempre più ampia, dove i sintetizzatori non sono più un ornamento ma un pilastro architettonico. Da Reflections of a Floating World in poi, ogni album ha esplorato una vasta gamma di texture, con un'enfasi sempre più evidente su melodie eteree e su un'atmosfera avvolgente che richiama molto il prog anni '70 e i generi adiacenti.
Through Zero si inserisce in questo percorso come la sintesi perfetta. Qualunque cosa il disco evochi in chi ascolta, è innegabilmente un passo avanti rispetto a dove si trovava la band quattro anni fa con Innate Passage, un disco puntato sulla melodia che comunque mostrava già la maturità raggiunta dagli Elder; ora il dialogo tra chitarra e sintetizzatore viene spinto ancora più in profondità nei 53 minuti delle sei canzoni del loro lavoro più recente.
Una metafora
Il titolo del disco non è casuale. Through Zero è un termine preso in prestito dall'ingegneria del suono, che descrive la capacità di una frequenza di passare attraverso il punto zero e continuare nel negativo. Non è un concetto radicato nella filosofia, ma risuona a livello esistenziale: il punto zero non è una fine, ma un punto intermedio lungo un percorso in gran parte invisibile, dove il viaggio è la destinazione e la realtà è meno lineare di quanto la maggior parte di noi comprenda.
È un'immagine perfetta per una band che non ha mai trattato la musica come una destinazione, ma come un processo. E in questo, Through Zero è dichiaratamente un disco di transito, di attraversamento: di generi, di stati emotivi, di dinamiche sonore.
Registrato al Big Snuff Studio di Berlino nel corso di diversi mesi tra i tour del 2025, Through Zero rappresenta il primo album che la band non solo ha prodotto da sola, ma ha anche co-mixato insieme al collaboratore di lunga data Richard Behrens. Questo coinvolgimento diretto nel processo produttivo si sente. L'attenzione al dettaglio è evidente, dai piatti della batteria al sintetizzatore fino alla chitarra distorta; ogni picco sembra posizionato con cura. Il mastering è affidato a Carl Saff, la copertina all'artista Adam Hill: tutto concorre a un prodotto curato in ogni aspetto.
I brani
Through Zero si dispiega come un unico arco narrativo in sei movimenti, ognuno con una propria identità ma perfettamente integrato nell'insieme. Sigil to Ruin stabilisce subito le coordinate del disco: synth nebbiosi e una sezione ritmica pulsante, il tutto costruito verso un climax espansivo che mescola krautrock e riffing pesante. Capture/Release è il brano più immediato e probabilmente il migliore del lotto: l'intro danzabile tra synth retro e chitarra viene interrotta da un riff attorno al quale la band costruisce armonie in continuo mutamento per quasi nove minuti di pura adrenalina controllata. La titletrack Through Zero è il momento più prog del disco: chitarre dal suono metallico e tagliente, un giro di basso memorabile e groove ipnotici.
Strata, il brano più lungo con quasi undici minuti (un po' come il primo), è anche il più strutturalmente ambizioso: parte in modo melodico e contemplativo, poi si trasforma più volte attraverso riff thrash, assoli fuzzy, battaglie fra tastiera e sezioni acustiche. Sight Unseen, l'unico strumentale, è la sorpresa più gradita: parte da un'ambience sospesa e quasi onirica per sfociare nelle tonalità stoner più pesanti dell'intero album, un omaggio alle origini della band filtrato attraverso tutto ciò che sono diventati. Infine, Blighted Age chiude in maniera volutamente sottovoce — una meditazione acustica di meno di sei minuti, silenziosa e riflessiva, che conclude il viaggio senza enfasi, come se il disco si spegnesse naturalmente come un fuoco al termine della notte.
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