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L’Islanda, il rock e la musica del silenzio:

10.06.2026 Scritto da Gianni Sibilla

C’è stato un periodo in cui parlare di musica islandese significava automaticamente evocare una sorta di aura. I Múm sono emersi tra la fine degli anni Novanta e i primi anni Zero assieme ai Sigur Rós, quando la provenienza dall’Islanda evocava paesaggi remoti, atmosfere rarefatte, artisti fuori dal tempo e con un linguaggio tutto loro.
I Múm tornano in Italia, il 23 giugno a Bologna (BOtanique) e il 24 giugno a Milano (Circolo Magnolia): oggi, a distanza di quasi trent’anni, guardano a quell’aura islandese con un certo distacco. “L’idea di musica islandese, così come la intendono la maggior parte delle persone, è naturalmente soprattutto un’etichetta esterna, e va benissimo così”, spiegano. “Ma c’è un altro punto di vista che mi sembra più reale: il modo in cui la scena musicale locale qui è stata plasmata, le sue qualità e i suoi atteggiamenti”.

L’immaginario islandese

Per i Múm conta l’eredità musicale e di immaginario lasciata da gruppi come i Sugarcubes e dal collettivo Bad Taste (Smekkleysa), che hanno contribuito a definire un approccio specifico alla musica. “Hanno avuto un impatto duraturo sulla nostra scena musicale e possiamo ancora sentire questa influenza del DIY, del divertimento e del non pensare troppo alle cose. Per me è questo ciò che spesso è stata la musica islandese. C’è anche un certo senso di comunità, un po’ come in una famiglia”.

Quanto al mito internazionale dell’Islanda, la band ammette di non averci mai prestato troppa attenzione. “Non ci ho mai pensato molto. Non è mai stato centrale in quello che facevamo musicalmente e, se questa mitologia è svanita, probabilmente saremo gli ultimi ad accorgercene”. Ma il concetto stesso di mito continua ad avere un ruolo importante nella musica: “Credo che la mitologia abbia sempre una parte nella musica. È solo una questione di capire da dove arriva e come viene modellata. E penso che la nostra mitologia personale continuerà a vivere nelle nostre opere finché esse esisteranno”.

La musica del silenzio

“History of Silence”, l’album pubblicato nel 2025 e al centro del tour che arriverà in Italia a giugno, ha un titolo affascinante e molto islandese, se aderiamo a questa mitologia. Apparentemente paradossale: come può esistere una storia del silenzio, se il silenzio non è registrabile, archiviabile, memorabile? Il silenzio è anche, ma non solo, assenza: di rumore, di suono, di persone e musica.
“Il silenzio del titolo non vuole essere limitato all’assenza”, raccontano. “Né all’assenza di suono né, del resto, all’assenza di un album dei Múm per molto tempo. Forse la storia del silenzio in realtà non esiste, oppure è un’idea che non riusciamo più a comprendere pienamente”.
Anche qui, più che offrire una risposta, il gruppo preferisce lasciare aperte le interpretazioni. “Ci piacciono i titoli che bilanciano chiarezza e ambiguità, qualcosa che possa evocare un’immagine poetica limpida e allo stesso tempo restare così aperto all’interpretazione da assumere significati diversi in contesti diversi. La storia immaginata nel titolo non è affatto qualcosa di scolpito nella pietra”.

Il silenzio non è però soltanto un tema concettuale. È anche un elemento strutturale della loro musica, che da sempre si muove in uno spazio che include sia strumenti acustici sia l’elettronica. Un equilibrio che non è mai stato progettato a tavolino: “È qualcosa che ci accompagna fin dall’inizio. Abbiamo fondato i Múm come duo elettronico, ma ci siamo subito resi conto che non aveva senso limitarci agli strumenti elettronici. Quando realizzavamo i primi demo ampliavamo lo spazio intorno alla musica usando registrazioni ambientali e strumenti che trovavamo in giro. Non era tanto un processo deliberato quanto qualcosa di istintivo e naturale”.
Lo stesso vale per l’uso dello spazio e della lentezza che caratterizza “History of Silence”: la band preferisce non ridurre il discorso a una semplice contrapposizione con il sovraccarico informativo e l’iperperformatività dei giorni nostri.“Tendiamo a non pensare e concettualizzare troppo quando componiamo. Penso che possa certamente essere visto come una sorta di reazione alla nostra cultura, ma non vorrei ridurlo soltanto a questo. L’uso dello spazio nella nostra musica è prima di tutto una questione estetica. Seguiamo il nostro istinto e questo ci ha portati fino a questo punto di silenzio”.

Equilibrio tra gli opposti

Anche oggi i Múm sono alla ricerca di equilibrio tra poli apparentemente opposti: elettronica e strumenti tradizionali, rigore e gioco, precisione e spontaneità. Anche la dimensione umana della loro musica nasce da questa tensione. “C’è un equilibrio tra curiosità e moderazione, tra l’essere giocosi e meticolosi, tra l’essere molto seri e non prendere nulla sul serio. Da qualche parte, nel mezzo, si trova la nostra musica”.Dopo quasi trent’anni di attività, quel metodo sembra essere rimasto immutato. “I Múm sono stati fin dall’inizio un progetto molto aperto e abbiamo cercato di mantenerlo tale. Abbiamo sempre cercato di evitare di pensare troppo all’identità mentre facciamo musica. È una di quelle cose che diventano visibili col senno di poi, ma se ci si concentra troppo presto possono intralciare il percorso. Seguiamo semplicemente ciò che in quel momento ci sembra interessante”.

Il 23 giugno a Bologna e il 24 giugno a Milano il pubblico italiano potrà ascoltare dal vivo il risultato di questo percorso. Uno spettacolo che la band ha affinato nel corso di molti mesi di concerti. “Abbiamo fatto parecchi tour nell’ultimo anno, quindi penso che il pubblico possa aspettarsi uno spettacolo che è stato scolpito e modellato per un bel po’ di tempo. Detto questo, ci lasciamo sempre aperti alla spontaneità, quindi vedremo cosa succederà”.


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