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Leon Bridges scopre la felicità (e il ritmo) con i Jungle

03.10.2026 Scritto da Michele Boroni

Il texano Leon Bridges, sebbene scriva gran parte delle proprie canzoni, riveste il ruolo del perfetto interprete, perché riesce a cambiare stile e forma in ogni suo disco a seconda del produttore con cui collabora.

Il camaleonte Bridges

Leon Bridges ha iniziato la sua carriera nel 2015 con il retro-soul di Coming Home con chiari riferimenti a Sam Cooke e al primo Marvin Gaye, poi si è lanciato nel r&b più contemporaneo con Good Thing (2018) e due anni dopo in due clamorosi EP (Texas Sun e “Texas Moon”) insieme al gruppo dei Khruangbin per un esperimento tra il funk thailandese e il dub rock psichedelico. Nel 2024 invece si è presentato con un disco - Leon - che univa tutte le sue anime mettendo insieme il soul d’annata, con quello più contemporaneo e un pizzico di folk americano, tra sensualità e religione.

Ritmo e ottimismo

Per questo suo quinto album Leon Bridges si affida di nuovo a dei produttori, che in questo caso sono J Lloyd-Watson e Lydia Kitto dei Jungle, per affrontare sonorità più dance dove l’afrobeat e le sonorità latine si fondono nella sua musica. Quello che colpisce di più in questo disco è il contagioso senso di gioia (come segnala anche il titolo) e di libertà. 
Registrate con la spontaneità come principio cardine (dalla note di copertine si evince che le prime sei tracce siano state registrate in soli quattro giorni), le canzoni pulsano di energia live, privilegiando l’emozione e il dinamismo rispetto a certa meticolosa perfezione che aveva caratterizzato i precedenti lavori di Bridges. 
La voce vellutata di Bridges, roca e melodiosa allo stesso tempo, scivola senza sforzo apparente in queste canzoni di facile presa con forti richiami all’Afropop e Afrofunk. Ogni linea di basso (in alcune canzoni suonate da Pino Palladino) ogni intervento di fiati e ogni slancio ritmico sembrano pensati per il movimento, senza sacrificare l'intimità che ha sempre reso la sua musica così coinvolgente. I testi delle canzoni hanno un denominatore comune che è quello della felicità che si ottiene nei momenti più semplici della quotidianità. 

Le canzoni

“Light The Way” si apre con calore e ottimismo, ma è “Tears of Joy” che colpisce subito all’ascolto: sopra un ritmo afrofunk che ricorda quello di “Graceland” di Paul Simon, più esuberante di quel che normalmente Bridges riesce a gestire, il cantante texano continua a cantare con il suo classico stile creando una tensione palpabile e molto interessante.  In “Illusion” il cantato di Bridges cambia ancora e nel bel mezzo del pezzo somiglia a quello di Frank Ocean in “No Church in the Wild” di Jay-Z e Kanye West. 
“Your love is electric” mette insieme una base ricca e ben suonata con uno dei ritornelli più orecchiabili della carriera di Bridges. Mentre “Yor love is electric” ha quella malinconia sexy che permette di aggiungere nuovi colori alla tavolozza dei suoni e delle atmosfere.
Ma in tutto l'album oltre all’afrobeat di Fela Kuti, si sente il calore brasiliano di Jorge Ben, il funk leggero e arioso e quel senso retrò tipico dei Jungle che qui realizzano uno straordinario lavoro di produzione, lasciando spazio a Bridges per fare ciò che gli riesce meglio.


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