Potrebbe sembrare un tantino fuori stagione per ricordarlo, ma per molti un nuovo anno non inizia davvero finché, da qualche parte, non risuonano le note di “The new year” dei Death Cab for Cutie. Un culto capace di rinnovarsi ogni volta sfidando tempi e mode, proprio come l’album di cui è parte, “Transatlanticism”. Pubblicato nel 2003, è a tutt’oggi uno dei lavori più apprezzati della formazione originaria di Bellingham, Washington, tanto da essere stato al centro di un lungo tour celebrativo in occasione del suo ventennale.
Inevitabile, quindi, che dopo tanto tempo trascorso confrontandosi con un passato così luminoso e pure ingombrante, Ben Gibbard e compagni si siano inevitabilmente ritrovati a fare i conti con la propria eredità artistica. Da queste riflessioni personali e professionali, ha preso forma “I Built You A Tower”, undicesimo album in carriera del gruppo statunitense, in cui il confronto con il passato diventa (anche) un’occasione di rinnovamento.
Con un ritorno dopo più di due decenni al mondo indipendente col passaggio all'etichetta Anti-, le undici tracce del disco sono state realizzate in appena tre settimane di registrazione, ridimensionando le elaborate costruzioni atmosferiche che avevano caratterizzato parte della produzione più recente della band in favore di arrangiamenti più essenziali e organici. In apertura, “Full of stars” chiarisce immediatamente la nuova direzione dei Death Cab con una chitarra, la voce del frontman e pochi dettagli di contorno per definire fin dalle prime battute uno dei momenti più efficaci dell’album. Riuscendo a descrivere insieme il fallimento di una relazione e un più generale senso di disconnessione affettiva, quando arriva il ritornello, il cantante confessa: “Tutto ciò di cui ho bisogno è che tu sia gentile / ma sembra che raramente ne valga la pena per te”.
Una fortezza per i momenti difficili
La “torre” evocata nel titolo più che un luogo da decifrare appare come uno spazio in cui trovare riparo. Negli ultimi anni, infatti Gibbard si è trovato infatti immerso in una fase particolarmente complessa e fragile della sua vita privata, mentre sera dopo sera, riviveva sul palco alcuni dei più grandi fasti della propria carriera. In questi contrasti sentimentali tra spinte dal tutto divergenti, “I Built You A Tower” diventa quindi un percorso di riconciliazioni, con ciò che si è stati, con ciò che si è perso, con ciò che è rimasto irrisolto e perfino con quanto continua a tornare in superficie nonostante i tentativi di prenderne una volta per tutte le distanze.
Per questo, il cuore emotivo dell’intero album emerge soprattutto nei suoi momenti più raccolti. Ne è un esempio la title track, suddivisa in due sezioni “(A)” e “(B)”, rispettivamente a metà e alla fine della scaletta, funzionando quasi da cornice narrativa. Se la seconda parte ha un tono più sospeso e riflessivo, è soprattutto “(A)” a colpire per la semplicità con cui si racconta con delicatezza del recupero di un’amicizia ormai data per persa. Tra le righe, in quelle stesse liriche è possibile anche ritrovare qualcosa di più ampio - come un rimando al rapporto tra la band e il suo pubblico - e l’idea che certi legami conservino comunque la capacità di ritrovarsi, nonostante il tempo trascorso.
Altrove, le ballate intimiste lasciano spazio alle dinamiche di “Riptides” o di “Punching the flowers”, dove le chitarre assumono sfumature quasi abrasive per accentuare il peso di una storia di occasioni mancate e di addii inevitabili. In “Envy the birds”, invece, l’iniziale carica post-punk si smorza in una conclusione delicata, quasi a suggerire un modo per attenuare il rumore del dolore.
Tra intensità e introspezione
In ultimo, anche in mancanza di nuovi grandi inni è in particolare la compattezza con cui “I Built You A Tower” tiene unite le sue differenti tensioni. Alla natura particolarmente riflessiva dei testi, i Death Cab for Cutie affiancano così un approccio dinamico e ritmicamente propulsivo, evitando che l’intero disco si ripieghi troppo nel proprio bisogno di introspezione. Ne emerge in questo modo un lavoro costruito più su una scrittura paziente e stratificata che immediata, ma comunque capace di trovare un punto di contatto tra stile e profondità.
Miscelando synth, acustica, malinconia e un denso bisogno di accettazione, non tocca i picchi più elevati raggiunti da Gibbard e soci, ma a dispetto di una copertina piuttosto dimessa - e che esprime visivamente la fortezza in cui rintanarsi nei momenti difficili - si rivela comunque del tutto nitido. Un album sincero, equilibrato e splendidamente maturo.
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