Per Wim Wenders la musica non è un elemento sterile, un banale “di più” di contorno. Ce lo ha raccontato lui stesso: “le immagini e la musica non si sommano semplicemente, ma insieme creano qualcosa di nuovo”. È una bussola d'orientamento per i suoi personaggi erranti, quando non addirittura l'ossatura stessa su cui poggia l'intera struttura narrativa.
Il ritorno nelle sale italiane di cinque film restaurati (Alice nelle città, L’amico americano, Lisbon Story, The Million Dollar Hotel e Non bussare alla mia porta), distribuiti da CG Entertainment a partire dal 22 giugno, ci ha dato l’occasione di incontrare il regista (in videocollegamento) all’Anteo Palazzo del Cinema di Milano. “Guardare e vedere sono le mie cose preferite da quando sono bambino”, racconta Wenders. “A 10 anni circa mio padre mi diede una videocamera. È il modo più potente per entrare in contatto con il mondo, più del linguaggio e di qualsiasi altra cosa. Sono cresciuto nella Germania postbellica e non c'era molto di bello da vedere. Trovavo bellezza nell'arte: ero io a portare i miei genitori al museo e non viceversa. Volevo vedere più di quello che potevo vedere a casa mia”.
Un istinto – quello dell’esploratore on the road – che ha sempre traslato nel suo cinema: “Tutti i miei film partono sempre da luoghi, città o paesaggi che ho scoperto e da cui sono affascinato. Dopo penso alla storia da ambientarci. Mi piace trovare un film che non può essere ambientato altrove se non nel posto che ho scelto”. Cogliamo l’occasione per analizzare da vicino come il regista tedesco abbia saputo fondere l'immagine in movimento con la texture sonora, trasformando la musica nella vera voce della sua celebre e poetica malinconia.
Alice nelle città (1974) – L'ipnosi del krautrock
In Alice nelle città, il viaggio del giornalista Philip Winter e della piccola Alice attraverso un'America alienante e un'Europa grigia e industriale è scandito dalle note dei Can, pilastri del krautrock tedesco.
Wenders sceglie di evitare le strutture melodiche classiche, affidandosi a trame musicali minimaliste, ripetitive e fortemente atmosferiche. La musica dei Can funziona esattamente come la macchina fotografica Polaroid del protagonista: cattura l'istantanea di un momento, ne amplifica la solitudine e accompagna il ritmo cadenzato del viaggio in auto e in treno. È una colonna sonora che non anticipa l'azione, ma si posiziona nello spazio vuoto tra i personaggi, traducendo in suono quella sensazione tipicamente wendersiana di essere "stranieri in qualunque luogo".
L'amico americano (1977) – La tensione del noir e il miraggio rock
Con L’amico americano, Wenders firma un thriller esistenziale tratto da Patricia Highsmith, dove la colonna sonora originale è affidata al compositore Jürgen Knieper. Qui la musica gioca su una doppia identità: la partitura orchestrale e i frammenti pop rock. Knieper utilizza archi drammatici e dissonanze per accentuare la paranoia del corniciaio malato Jonathan Zimmermann (Bruno Ganz) e l'oscurità morale di Tom Ripley (Dennis Hopper).
Ma nelle scene emergono anche canzoni di Bob Dylan, Kinks e Beatles. Questa musica diegetica (che proviene cioè da radio o jukebox interni alla scena) rappresenta l'ossessione europea per la cultura di massa americana. La musica diventa il simbolo di un'identità frammentata, un rifugio nostalgico per personaggi costretti a muoversi in un labirinto di inganni.
Lisbon Story (1994) – Quando il suono è il protagonista
Se in altri film la musica accompagna le immagini, in Lisbon Story ne è la causa scatenante. Il protagonista, lo stesso Winter di Alice nelle città (“l’attore è lo stesso e il nome è molto bello, perché avrei dovuto cambiarlo?”, osserva Wenders) è un tecnico del suono che viaggia verso Lisbona per registrare la colonna sonora di un film muto rimasto incompiuto. Il film diventa così una riflessione pura sulla natura dell'ascolto.
Il fulcro emotivo e sonoro dell'opera è rappresentato dai Madredeus, gruppo portoghese che Wenders inserisce direttamente nella narrazione. La voce eterea di Teresa Salgueiro e le chitarre acustiche del gruppo danno corpo alla saudade portoghese. La colonna sonora è la linfa vitale della città: cattura i rumori dei tram, il vento sui tetti e le melodie malinconiche del fado moderno, perché un luogo non può essere davvero compreso finché non viene ascoltato.
The Million Dollar Hotel (2000) – L'ambient rock degli emarginati
Nato da un soggetto scritto a quattro mani dallo stesso Wenders insieme a Bono, The Million Dollar Hotel è forse il progetto in cui la sinergia tra musica e visione è più esplicita. La colonna sonora è un laboratorio d'avanguardia che unisce gli U2, Brian Eno, Jon Hassell e Daniel Lanois.
Le sonorità sono dense, dilatate e stratificate (caratteristiche del tipico ambient rock di produzione enoiana). I brani – come The Ground Beneath Her Feet – fluttuano sopra le immagini di una Los Angeles decadente e popolata da reietti. La musica qui funge da tessuto connettivo per la follia romantica dei protagonisti: più che descrivere la realtà sporca dell'hotel, ne eleva la dimensione spirituale. Non cade nel tranello retorico e trasforma una storia di disperazione in una ballata struggente.
Non bussare alla mia porta (2005) – Il blues del tramonto
Nel secondo capitolo della sua ideale trilogia western (iniziata con Paris, Texas), Wenders si affida a T-Bone Burnett, uno dei massimi esperti e custodi delle radici musicali statunitensi.
La colonna sonora di Non bussare alla mia porta è intrisa di blues, country alternativo e folk rock. La chitarra acustica e le note scarne accompagnano la fuga della vecchia stella del cinema Howard Spence (Sam Shepard) attraverso i deserti del Nevada e del Montana. Burnett crea un tappeto sonoro che sa di terra, asfalto e rimpianto, riflettendo perfettamente il tramonto del mito del cowboy e la ricerca tardiva di una redenzione familiare.
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