Polistrumentista e co-fondatore del gruppo The Lumineers, Jeremiah Fraites è un artista capace di oscillare tra i palchi oceanici dei grandi stadi e l'assoluta intimità della musica strumentale. In attesa del ritorno in Italia della band, che suonerà all'Arena di Verona il prossimo 6 luglio, abbiamo chiesto a Jeremiah (ormai torinese d'adozione) di raccontarci la sua poliedrica evoluzione artistica.
Negli ultimi anni, Fraites si è infatti affermato anche nel mondo del cinema, firmando le intense colonne sonore di The Long Walk e del biopic Springsteen: Deliver Me from Nowhere. A fare da filo conduttore in questo viaggio emotivo è il suo fedele "Firewood", un vecchio pianoforte diventato speciale proprio per il suo timbro crudo, legnoso e imperfetto: uno strumento unico capace di spogliare la musica da ogni grande produzione per restituirne la pura anima melodica.
Hai descritto il tuo lavoro solista, Piano Piano, come un progetto vulnerabile in cui non puoi nasconderti dietro la voce di un cantante. Considerando i palchi immensi calcati con i Lumineers, la composizione strumentale è un modo per ritrovare il tuo centro?
È stato così. Non so se usare la parola “fuga”, ma l'ho percepito come un bisogno, come un'ossessione o qualcosa che dovevo fare. Ho co-fondato i Lumineers 21 anni fa con il cantante Wes (Wesley Schultz, ndr). E quando abbiamo iniziato, riuscivo a malapena a suonare il pianoforte. Cioè, non sapevo davvero suonarlo. Ho imparato, in un certo senso mi sono insegnato da solo a suonare, lentamente, nel corso degli anni. Poi, nel periodo del COVID, eravamo in tour con i Lumineers negli Stati Uniti, e tutto è stato cancellato. Così sono tornato a casa mia a Denver con mia moglie, Francesca, che è italiana (il che è uno dei motivi principali per cui ora vivo a Torino). E lei mi ha detto: "Beh, perché non fai quell'album adesso?". E io ho risposto tipo: "Ok, posso provarci", perché sapevamo che saremmo rimasti in casa per molti mesi. Così ho iniziato a registrare quell'album.
Mentre lo stavamo finendo, la mia idea originale era di chiamarlo Jeremiah Fraites' Piano Compositions, Volume One. E lei mi ha detto: "Perché non lo chiami Piano Piano?", che in italiano significa poco a poco, o passo dopo passo. E io ho pensato: "Che figo, che bel nome!". Perché rimanda sia allo strumento pianoforte, sia alla lentezza. Adoro questo nome. Ed è stato un modo interessante in cui abbiamo iniziato a lavorare insieme: lei aveva aiutato a organizzare il primissimo concerto dei Lumineers a Milano nel luglio 2013 e lavorava nell'industria musicale. L'ho poi accreditata come produttrice esecutiva di Piano Piano 2 e in seguito abbiamo fatto anche due progetti cinematografici insieme.
Quel primo album l'ho sentito come un'opera profondamente vulnerabile. Sapevo che quelle idee non avrebbero funzionato per i Lumineers, mi sembravano molto cinematografiche. Volevo fare qualcosa incentrato solo sul pianoforte, senza troppi archi, senza batteria. Volevo fortemente che chi ascoltava con le cuffie si sentisse seduto sulla panca del pianoforte accanto a me. È stato piuttosto crudo e vulnerabile, sì.
Torino è una città riservata, molto lontana dalle logiche e dai ritmi del music business americano. Ti ha aiutato nel tuo percorso?
Penso che la cosa che amo del vivere a Torino sia proprio la sua tranquillità. Non è follemente caotica come magari possono esserlo Milano, Roma, New York o Los Angeles. Trasmette un senso di pace, e lo adoro. Viaggio tantissimo, quindi quando torno in Italia non lavoro e riesco semplicemente a rilassarmi. Credo che la vita in Italia mi abbia reso più felice. Penso mi aiuti a trovare l'ispirazione quando torno in America per scrivere o lavorare ad altri progetti. Sono davvero felice qui in Italia.
Torino non è il Nebraska, ma è questo bisogno di dimensioni intime ad averti avvicinato al disco di Springsteen?
È stata una cosa interessante. Mi trovavo a Denver, in Colorado, da circa un mese per le prove del nuovo album dei Lumineers. Mia moglie e i nostri figli erano a casa in Italia perché i bambini avevano scuola. Così ero lì da solo e ho iniziato a scrivere tutta questa musica, sperando di mandare materiale al team di Springsteen, essendo cresciuto nel New Jersey ascoltando Bruce. Ero completamente solo in quella casa a Denver, tornavo la sera dopo una lunga giornata di prove ed era tutto molto buio e privato. Mi sentivo semplicemente ispirato a scrivere musica che sentivo sarebbe stata perfetta per il film. È sembrata una strana connessione: essere solo e cercare di tradurre in musica quel senso di solitudine che Springsteen ha provato quando ha scritto Nebraska.
Nebraska è un disco difficilissimo da approcciare per via del contesto in cui è nato e della carica emotiva che porta con sé. Ti ha mai intimorito?
A dirla tutta, mi sono sentito più intimorito sul red carpet a New York! Prima di allora, non credo di aver mai pensato alla pressione. Pensavo solo: "Sto facendo musica che mi piace e che credo sia al servizio del film e del personaggio". Poi, al New York Film Festival, c'erano i produttori, il regista e gli attori, Jeremy Allen White e Jeremy Strong. E quando ho visto Bruce Springsteen camminare sul tappeto rosso, mi sono detto: "Oh cazzo, spero di aver fatto un buon lavoro!". È stato in quel momento che tutto ha improvvisamente avuto un peso. Mi sono detto: "Ok, adesso sento la pressione. Adesso è reale".
Bruce registrò quell’album con pochi mezzi. Tu hai un vecchio pianoforte, “Firewood”, che un po’ ricorda quell’atmosfera. Credi che la musica dia il meglio di sé lontano dalle grandi produzioni?
No, non credo. Dipende. Nebraska ha funzionato così bene proprio perché era così crudo e aveva una produzione ridotta all'osso. La mia band preferita, i Radiohead, prospera su produzioni follemente complicate e lo fanno benissimo. Prendi i Bon Iver: con il primo album, For Emma, Forever Ago, hanno ingannato l'ascoltatore facendogli credere che si trattasse di una piccola produzione. Sembrava minimalista, ma il suono della chitarra, i dettagli... dietro alla loro essenza, c'era un grande lavoro di produzione. Anche i White Stripes sembrano una band essenziale, ma ciò che amo della produzione è quando l'artista ci azzecca in pieno creando un suono che è inequivocabilmente suo. Pensa a Billie Eilish, ai Radiohead appunto, o persino a John Williams: orchestrazioni imponenti, ma sai subito che è lui. Per Nebraska, Bruce è rimasto fedele alle sue idee e ha trovato la sua voce nella semplicità, combattendo per averla. Quando ho scritto la colonna sonora per il film su Springsteen, volevo anch'io una produzione contenuta, ma senza scimmiottare Nebraska usando suoni di vecchie chitarre. Volevo trovare la mia voce in modo complementare.
Credi che questa esperienza avrà un impatto sulla musica che comporrai in futuro? Ha cambiato qualcosa?
Quello che amo dei progetti solisti è che mi mantengono creativo; sono davvero al massimo della felicità quando creo qualcosa. Fa evolvere il mio suono: quando scrivo per i Lumineers, a volte penso "questo sarebbe perfetto per un film", e viceversa, lavorando a un film, scrivo qualcosa e dico "questo sarebbe ottimo per la band". Mi mantiene ispirato, in costante ricerca, e mi fa evolvere come artista e come umano. Penso sia un meccanismo davvero salutare per me.
Il Boss è nato come working class hero. Ne esistono ancora? C’è un artista che consideri il tuo hero?
È una bella domanda. Non saprei nominare working class hero tra i musicisti di oggi, anche se sono sicuro ce ne siano. Bruce ne è sicuramente l'emblema assoluto. Se dovessi scegliere un mio eroe personale, direi forse Jonny Greenwood. Amo quello che dà ai Radiohead e adoro il suo lavoro solista, specialmente le colonne sonore. Ha sviluppato un suono basato sugli archi e sull'orchestra, ma in un modo unico e mai sentito prima. Rispetto molto anche il fatto che faccia pochi film, scegliendo solo progetti che gli parlano davvero e che ama profondamente.
Come pianista sei molto legato a Beethoven.
Per me è grandioso. Quando ero piccolo, mia madre Kathy comprò per me e mio fratello delle cassette in un grande magazzino in New Jersey. Una era per me: erano le Sonate di Beethoven mescolate a suoni della natura (uccellini, rane, l'oceano, la pioggia). Per mio fratello comprò Mozart. Ricordo che litigavamo su chi fosse il migliore, e io sostenevo che Beethoven battesse Mozart. È buffo: ovviamente Mozart è un genio, così come lo è Bach, ma non mi piace necessariamente ascoltare la loro musica. Io amo visceralmente Beethoven. Mi è entrato nel sangue fin da piccolo. Ogni sera, per anni, ascoltavo quella cassetta prima di dormire, tanto che a un certo punto il nastro è diventato quasi trasparente a furia di consumarsi. Quella cassetta mi ha cambiato la vita e, onestamente, averla ascoltata ogni notte per circa dieci anni mi ha probabilmente aiutato a imparare a suonare il pianoforte. Le sue melodie sono pazzesche, incredibili e interessanti.
Quando suoni la batteria sei la spina dorsale del brano, mentre al pianoforte ne diventi l'anima melodica. Come comunicano tra loro questi due emisferi musicali?
Avendo iniziato con la batteria, prima di passare a pianoforte e chitarra, credo di aver sempre mantenuto un forte senso del ritmo. Così, quando in studio passo dal suonare e scrivere le parti di batteria a quelle di pianoforte, è interessantissimo perché faccio comunicare questi due mondi, combinandone le idee. Dal vivo, essere il batterista è eccitante perché guidi il ritmo; ti sembra di timonare la barca o di guidare la macchina. Lo strumento a tasti, invece, è più come la vernice: puoi dipingere melodie ed emozioni, decidendo esattamente dove far entrare la tristezza o la felicità. Mi sento fortunato a poter gestire entrambi contemporaneamente. Avendo chiaro cosa fa la batteria, riesco a scrivere per il piano con una prospettiva migliore (e viceversa). Amo profondamente questa sinergia.
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