I Kneecap al Magnolia di Milano, per la loro prima data italiana, sono esattamente come ce li si poteva immaginare: un incrocio tra rave, manifestazione politica e concerto rap old school su basi elettroniche acide. La musica conta, ma non è l'unico elemento che calamita il pubblico. Al centro di tutto ci sono il clima di festa, il pogo, l'energia e quel senso di comunità e partecipazione collettiva che accompagna ogni loro esibizione. È un concerto da ascoltare, ma soprattutto da vivere fisicamente. E il sold out raggiunto è senz’altro figlio anche della curiosità che si è creata attorno al progetto, finito nel mirino per i testi corrosivi e le prese di posizione radicali, tanto da essere accusato di terrorismo. Un’accusa poi decaduta (qui la nostra intervista). Mo Chara e Móglaí Bap rappano, ma rappano davvero, senza voci sotto, mentre DJ Próvaí, con il suo passamontagna irlandese, diventato un manifesto visivo, è alla console e fa anche delle doppie.
Sin dalle prime tracce, “Smugglers & Scholars” e “Better Way to Live”, la serata si presenta come un concerto underground. Diretto, a tratti grezzo. Non esiste un momento politico all'interno dello show del trio di Belfast, perché la politica è lo show. È nella scenografia, nei visual, nei discorsi tra un pezzo e l’altro, nelle canzoni cantate in gaelico, che già di per sé rappresentano un atto di rivendicazione. Come il gruppo ha raccontato più volte, si tratta di una lingua che è stata marginalizzata a causa della dominazione britannica e che loro hanno contribuito a riportare al centro del discorso contemporaneo. Si parla di Palestina, di identità irlandese, di anticolonialismo, si ricorda Violet Gibson, donna dublinese, attentatrice di Mussolini nel 1926. Tutto entra nel live e contribuisce a definirne i contorni.
Con il nuovo album "Fenian", il trio ha ispessito anche la componente musicale, che prima era un po’ marginale. Se in alcuni momenti di "Fine Art", il disco precedente, il clamore mediatico attorno alla formazione sembrava superare il peso reale delle canzoni, oggi il progetto appare più solido anche dal punto di vista artistico. Certo, si fonda quasi interamente su basi elettroniche scalmanate, ma nell’arco dell’1h e 20 proposta lo show regge, soprattutto nella parte finale quando arrivano pezzi come “Liars Tale”, “Fenian”, “H.O.O.D.” e altri. È interessante osservare come la maggior parte delle persone presenti sotto il palco, non soltanto in Italia, ma ovunque nel mondo, non comprenda davvero ciò che il gruppo canta. Possono aver letto le traduzioni dei testi, ma non parlano il gaelico. Eppure partecipano e cantano ugualmente. È probabilmente questo il segreto del trio nordirlandese: essere riuscito a trasformare una storia profondamente locale in un fenomeno globale, legando il tutto a un discorso di indipendenza e libertà.
Oggi si va a un concerto dei Kneecap per la musica, ma soprattutto per quello che rappresentano. Conta il sound ammaccato, conta il pogo, contano le barre sputate. Conta però anche la sensazione di prendere parte a una forma di protesta collettiva che si manifesta con la musica. Una festa ribelle. Anche per questo il pubblico è eterogeneo. Questa prima data italiana arriva mentre Belfast vive giorni di forte tensione e mentre il gruppo continua a prendere posizione contro chi soffia sul fuoco delle divisioni. Oggi il trio non sembra più appartenere soltanto alla categoria delle “band” e basta. È diventato qualcosa di più ampio: un fenomeno capace di tenere insieme musica e dissenso. Sarà interessante vedere come si evolverà il progetto una volta abbassatasi l’onda dell’indignazione sorta da alcune loro canzoni, con il conseguente clamore che ne è derivato. Il live è stato divertente e sentito, ma per restare nel tempo e avere lunghe carriere, servono grandi canzoni.
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