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Il pop "abissale" di Levante: "Ho cercato di distruggere l’ego”

08.10.2026 Scritto da Gianni Sibilla

Una piramide umana: in cima l’artista, sostenuta dal suo staff e dalle sue relazioni; ci sono anche il suo compagno, da un gruppo di ballerini. Sulla copertina di "Dell'amore, il fallimento e altri passi di danza” c’è amore, un po’ di danza e nessuna traccia di fallimento. Il nuovo album di Levante, che esce domani 9 ottobre vive di queste contraddizioni apparenti: racconta “una sorta di antologia di storie fallimentari”, ma lo fa con un suono pop, stratificato e melodico. Più tastiere che chitarre, per culminare in “Abissale” canzone fatta di voce, archi e tastiere che si apre in un tappeto di beat - quasi una liturgia catartica dedicata al padre scomparso trent’anni fa, che dice alla figlia “Non devi uccidere l’amore”.
 Per incidere questo disco Levante ha piuttosto ucciso l’ego: “tante volte mi ha fatto sbagliare, mi ha fatto fare male delle cose e prendere decisioni sbagliate”. Non questa volta, spiega in questa intervista.

"Dell'amore, il fallimento e altri passi di danza". Un titolo complesso per un disco dal suono complesso.
È stata un'epifania. Questa frase mi è arrivata tutta d'un fiato nel 2023. Avevo deciso di parlare non più dell'amore in sé, ma dei fallimenti dell'amore, di fare una sorta di antologia di storie fallimentari che mi riguardano, farmi una domanda e cercare anche una risposta. Credo di esserci riuscita.

Il mito romantico è quello dell’artista che crea quando soffre. È così anche per te?
Nel disco attraverso un sacco di storie, alcune mi riguardano, altre un po' meno, ma che comunque riesco a fare mie, Parlo dei fallimenti dell'amore perché li conosco bene e perché si somigliano molto. Alcuni sono ironici, divertenti, leggeri, altri più pesanti. Ho iniziato per una mia necessità di capire perché stessi di nuovo facendo fallire l'amore e ho scomodato anche professionisti: psicoterapeuti, life coach, psichiatri, sciamani, chiunque. Sono andata a cercarmi intellettuali e filosofi che prima di me avevano provato a definire l’amore. 

Grandi temi che affronti con un suono stratificato, ricco di tastiere e arrangiamenti pop. Come sei arrivata a queste scelte sonore?
Il suono è arrivato anche un po' dal passato. Continuo a portarmi dietro l'amore per i synth, per i timpani, per la presenza della ritmica. Però sono le canzoni a guidare il suono del disco, che in un ascolto completo rimane molto eterogeneo: ogni canzone ha la sua storia e quindi anche la sua identità musicale.

Il suono di questo disco è lontano dall'immagine della "ragazza con la chitarra" dei tuoi esordi.
Io sono fan della musica pop. Amo il pop e amo i ritornelli, non posso rinunciarci, perché da fruitrice di musica li cerco. Anche quando i colleghi mi fanno sentire i loro lavori dico: "Ma i ritornelli?". Amo sentire il ritorno di quell'esplosione. In "Sorry Boy", per esempio, c'è questo movimento e questa leggerezza.

Scrivi ancora con la chitarra? O preferisci altri modi di comporre, ora?
"Ruggine", per esempio, nasce voce e chitarra. Di solito i brani più rock nascono perché compongo con la chitarra. La ragazza con la chitarra è un po' nascosta perché a un certo punto della mia vita avevo bisogno di provare a muovermi in maniera orizzontale sul pianoforte, con uno strumento che non conoscevo assolutamente. Ancora oggi, quando muovo le mani, non so bene cosa sto facendo, ma faccio cose che mi sorprendono e mi interessano. Per esempio, "Abissale" non mi sarebbe mai venuta con la chitarra: ha uno sviluppo storto.

"Abissale" sembra essere il punto di arrivo del racconto del disco: “Non devi uccidere l’amore”, canto
"Abissale" è la risposta finale, che veramente non credevo di trovare. Uno si fa delle domande, indaga, ma non pensavo che la risposta mi sarebbe arrivata così chiara. È successo dopo un episodio privato che mi ha fatto uscire fuori di testa: lì ho visto tanto del mio passato e di quanto il nucleo familiare ci determini. E poi c'è il grande tema che attraversa sempre la mia discografia e le mie creazioni: mio padre, questo grande assente. Ho capito che, avendo perso il grande amore della mia vita, tutto il resto era imparagonabile. E quindi uccidevo l'amore.

È un disco che ha avuto molti "singoli" - se si possono chiamare ancora così - e comprende 15 canzoni più un intervento di tua figlia.
Avrei voluto che le canzoni fossero 17… Poi c'è "Monellerie", in cui si sente Alma. A un certo punto mi ha detto: "Io dentro di te non voglio creare un caos di monelleria, ma quando ti vedo tutto riprocede da capo". Ho deciso che dovesse far parte del racconto perché aveva sintetizzato perfettamente il senso di queste canzoni. A ogni storia è mancata una luce arancione, il semaforo che dice: "Frena, rallenta, non distruggerla”. L’arancione è diventato il colore della copertina.

Perché hai scelto di pubblicare le canzoni poco alla volta?
Questo disco coincide con un momento di grande trasformazione, finalmente positiva. Ho impiegato tempo, ho coinvolto tante persone, sono stata molto da sola e ho sofferto anche quella solitudine che mi ero imposta. A un certo punto ho detto: non può uscire un disco con questa velocità, non posso più piegarmi ai tempi dell'industria. Avevo bisogno di far conoscere questo percorso agli ascoltatori poco alla volta, di centellinare la musica e ascoltare il mio ritmo, anche biologico e creativo.

A Sanremo hai portato "Sei tu", molto minimale rispetto al suono ricco del disco.
Io sono barocca, mi piacciono le cose epiche. Da "Nel caos" in poi le produzioni con Antonio Filippelli sono diventate così: ci siamo trovati in questo mondo barocco, forse anche perché siamo del Sud e abbiamo questa voglia di arricchire tanto. Con "Sei tu" invece avevo l'esigenza di andare nuda a Sanremo, di portare una versione di me che non avevo mostrato prima. Arrivava anche da una ferita: il primo Sanremo era andato benissimo con "TikiBomBom", mentre nel 2023 "Vivo" era stata la mia seconda scelta, mentre per Amadeus fu la prima, io avrei preferito andare con "Mi manchi". Mi ero detta che al terzo Sanremo avrei presentato un solo brano. 
Alla fine ho lasciato che andasse avanti la bellezza e la delicatezza di "Sei tu”. Quello di distruggere l'ego è stato un lavoro che appartiene a questo disco e che ho fatto intimamente. Distruggi l'ego, perché l'ego porta al fallimento dell'amore per te stesso e per gli altri.

Però il lavoro dell'artista è fatto anche di ego.
Non parlo dell'io creativo, ma dell'ego del "guarda che cosa ho fatto". Cercando di distruggere quello sono stata molto meglio. L'ego si nutre di paure e insicurezze. Ho conosciuto persone giganti che non avevano bisogno di dire quanto fossero grandi.

Musicalmente mettere da parte l'ego significa anche affidarsi di più agli altri?
Anche. Sono molto gelosa della mia scrittura e della mia composizione, ma con Antonio Filippelli ormai siamo fratelli e su alcune sue scelte non entro neanche nel merito. Tante volte l'ego mi ha fatto sbagliare, mi ha fatto fare male delle cose e prendere decisioni sbagliate.

Hai definito queste canzoni "autentiche". Cosa vuol dire per te essere autentici in un meccanismo che chiede agli artisti di essere comunque dei personaggi con un grande ego?
L'autenticità per me è riuscire a far aderire il fuori al dentro. È molto difficile, in effetti, comprendere se una persona è autentica, però io so di poter difendere ciò che faccio perché so che ciò che faccio è esattamente coerente con ciò che sento. Può essere bello o brutto, l'autenticità non significa meglio o peggio, non importa, però deve essere qualcosa di onesto e quello può saperlo soltanto chi si mette in gioco. Poi io potrei raccontare di essere autentica, mentre in realtà sto fingendo…


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