Lo ha fatto di nuovo. Rick Rubin ha inventato la seconda edizione del Festival Of The Sun, annunciandola con tre giorni d’anticipo ma senza fornire nomi, per mantenere l’evento segreto, gli ospiti a sorpresa, e celebrare il solstizio d’estate. Non siamo a Stonehenge ma nella Val D’Elsa, dove ormai il produttore americano abita, proprietario di una tenuta con studio di registrazione, versione toscana del celebre Shangri-La in California. Il primo festival, nel 2024, fu una meraviglia. Nessuno sapeva cosa aspettarsi e ci siamo ritrovati in chiesa ad ascoltare Arcade Fire e James Blake, seduti accanto a Lorenzo Jovanotti e Måneskin, per poi bere vino rosso con Paolo Nutini. Malvolentieri, pensammo tutti che fosse giusto non ripetere l’esperienza. Era irriproducibile, doveva essere trattata come un mandala. Soffiarla via, affidarla alla memoria. E invece ecco che due anni dopo la visione di Rubin si è espansa: non tanti happening in un solo paesino, ma un festival diffuso, stavolta a toccare chiostri, rocche, incantevoli piazzette dei colli senesi. Appuntamenti improvvisi, al buio, spostati, anticipati. Apparizioni di personaggi tra il pubblico, non solo sul palco. Qui è interessante chi si esibisce, tanto quanto chi guarda. E così il 20 giugno a Monteriggioni, sotto il campanile, capita di vedere la rapper britannica M.I.A, gli attori Alessandro Borghi, Riccardo Scamarcio e Benedetta Porcaroli che assistono al set acustico di Lorenzo Jovanotti, mentre Rubin si affaccia papalino dalla finestra di fronte, e gli anziani giocano a carte al circolo ricreativo senza ben capire cosa stia succedendo. A quel punto, è il turno del pianista olandese Joep Beving.
«Mai vissuta una situazione così familiare, ci guardiamo negli occhi come a casa, è proprio bello» ha detto Jova, che è abituato alle grandi folle o ai viaggi solitari, non a questa situazione pubblica piuttosto intima. Vestito di bianco e con la coppola, hemingwayano, marinaio di terraferma, si fa accompagnare alla chitarra da Adriano Viterbini su “Fango”, “Un mondo a parte”, “Com’è profondo il mare” in omaggio alla genialità di Lucio Dalla, “Estate”, “Bella”, “I Love You Baby”, per prima volta dal vivo “Buon vento”, “Ragazza magica”, “Ricordati di vivere”. Poi cita i poeti Paul Valéry e Walt Whitman e invita ognuno «ad aggiungere il proprio verso a questo universo», e chiude: «Non ditelo in giro di questo festival, non sia mai venisse qualcuno». È proprio questo lo straniamento: come si fa a raccontare una cosa che non si vuol far sapere? Si è divisi fra la voglia di condividere e quella di proteggere. Perché la forza dell’evento è creare stupore, lasciare che gli artisti famosi si esibiscano in una dimensione umana o possano vivere qualche ora da spettatori comuni. Senza manager e guardie del corpo.
Ti perdi in un vicolo e trovi Ghali per compagno di smarrimento. Vai a Abbadia Isola per la proiezione del documentario su Julian Assange e ti ritrovi Jack Dorsey (creatore di Twitter) che intervista Edward Snowden. Mentre tutti i giornali del mondo si domandano che fine abbia fatto l’uomo del Datagate, lui si collega per un’ora dalla Russia. Non annunciato. Fra il pubblico, disteso sul prato, c’è Devendra Banhart. Il cantautore texano, nel pomeriggio, doveva suonare ad un certo orario, però ha deciso di farlo prima, per una cinquantina di persone. Sulla collina di Mensano, solo voce e chitarra, ha infilato un po’ di saudade brasiliana tra un canto e l’altro degli uccelli, un po’ di folk, poi “Make It Easy on Yourself” di Burt Bacharach. Chi è arrivato in orario, non lo ha visto.
Trovi quello che non cerchi, e se sei puntuale perdi qualcosa: funziona così il festival di Rubin, che sembra voler indicare più che altro un modo di prendere la vita. Porta la lunga barba da un borgo all’altro come tutti - paesani, turisti per caso, coachellati in trasferta, freak-chic, statunitensi che trovano l’America fra i vigneti, autoctoni accorsi all’ultimo post - curioso di vedere cosa ha combinato, cosa esce fuori da tutta questa libertà. D’altronde è anche il suo metodo da produttore-non musicista: tirare fuori quello che già c’è, dargli spazio e attenzione.
Anzi non produttore, è "il riduttore", la guida per l'essenziale. Secondo lui la perfezione si raggiunge non quando non c'è più nulla da aggiungere ma quando non c'è più nulla da togliere. È il più concreto dei guru ed è così che dagli anni 80 governa il mondo della musica, con un carico di nove Grammy.
Il 21 giugno, il giorno più lungo dell'anno, si vedono in giro Diodato, Brunori Sas e il rapper Izi. Ganavya avvia la mattinata con un canto carnatico. Sotto un cappellino da baseball spunta il viso di Yann Tiersen, che nemmeno al tempo del favoloso mondo di Amélie era quello del favoloso mondo di Amélie: molto meno rassicurante, più militante e sperimentatore. Si mette alla consolle, genera una sorta di rave nella piazza di Colle di Val D'Elsa, rovente a 38 gradi. La performance al pianoforte l'ha improvvisata il 19 giugno per gli abitanti di Casole: non è stata comunicata. Va così, se non fosse chiaro.
Intanto, nella cripta della Misericordia, il Maestro di meditazione Jack Kornfield fa una seduta collettiva (abbandono dell'ego e del culto della personalità, con i presenti li sul posto per Rubin e Jovanotti?), e al tramonto arriva sul palco La Niña del sud, decisa, coinvolgente su “Mammama'”, “Salome'”, “Guapparìa”, “Figlia d'a tempesta”, e la tammurriata conclusiva che scaccia tutti i mali. Rubin va pazzo per la musica napoletana, da Murolo a Nino D'Angelo, e quindi l'invito era d'obbligo.
Segue la maliana Oumou Sangaré, interprete wassoulou che da sempre si batte per i diritti delle donne e contro i matrimoni combinati. Blues del deserto, spiriti protettori, ripetizioni come formule magiche: non poteva non stabilire un legame con Rubin e non far muovere Jovanotti. Il quale balla tutto, dal primo all’ultimo atto. Si butta a fare l’MC in “Attaccami la spina”, su basi dei 2Nice Crew, che poi ospitano M.I.A. (Rubin le produsse e l'ha già ospitata nel suo podcast). Rappa spavalda per quattro brani, poi lascia tutto alla regia di un quarto di luna.
Com'è andato il festival del sole stavolta? Ancora imprevedibile, diverso dal primo, con più cercatori di vip e di musica all'erta ma comunque un esemplare unico, grazie anche al privilegio della disconnessione (i telefoni in zona non prendono quasi mai). Si rifarà? Quando non ce lo chiederemo più, probabilmente sì.
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