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Il dialogo con il passato di Neil Young

25.09.2026 Scritto da Marco Di Milia

“Non è il momento”. Così, lo scorso febbraio era stato comunicato l‘annullamento dell’intero tour europeo. Quando Neil Young aveva annunciato lo stop dell’attività live, in molti avevano pensato a un peggioramento della sua salute, al punto che un chiarimento è arrivato presto dallo stesso cantautore canadese. Semplicemente i concerti erano da rimandare. E la risposta a quel nuovo tempo libero è arrivata nel modo più naturale possibile per un artista del tutto incapace di stare fermo.

Invece di tornare sui palchi del Vecchio Continente, Young ha scelto quindi di entrare in studio ancora una volta insieme alla variegata compagnia dei Chrome Hearts - con i “giovani” Micah Nelson alle chitarre, Corey McCormick al basso, Anthony LoGerfo alla batteria e l’anziano saggio Spooner Oldham tra Hammond, Farfisa, mellotron e vibrafoni - agli Shangri-La di Malibu, per registrare, a poco più di un anno di distanza, l’ideale seguito di “Talkin’ To The Trees”.

A tu per tu con il passato

A differenza del precedente lavoro, slabbrato e impulsivo, dettato soprattutto dall’urgenza di un mondo in caduta libera, nell’ultimo “Second Song” le atmosfere sembrano guardare volentieri nella direzione opposta, facendosi più ondeggianti e riflessive, pur mantenendo una certa spontaneità, tanto nelle liriche, quanto negli arrangiamenti. A dispetto di un’anagrafe pronta a dichiarare ottantuno anni il prossimo novembre, Neil Young piuttosto che guardare alla sua carriera con la soddisfazione di chi ha già detto praticamente tutto, continua seguire sempre e solo la propria bussola interiore. Il nuovo album nasce proprio da questa sensibilità, testarda e inquieta, che gli ha permesso di difendere i suoi ideali e pure di concedersi qualche sbandata in una carriera lunga più di mezzo secolo.

Il disco mette così insieme sette brani, cinque inediti piuttosto corposi come minutaggio e due invece vecchi di oltre sessant’anni. “Il love you forever” e “Casting me away from you” risalgono infatti al periodo degli Squires, la prima band di Neil, quando Young era realmente “young” e viveva ancora in Canada e le esperienze dei Buffalo Springfield, di Crosby, Stills & Nash e di tanto altro erano ancora di là da venire. Nonostante la distanza temporale tra le varie tracce in scaletta, anziché accentuare scollamenti e incongruenze, si dà forma a un dialogo coeso tra un artista con ormai parecchie primavere alle spalle e il ragazzo che è stato.

Del resto, è proprio il tempo la materia principale di “Second Song”. Non soltanto quello che separa le sue composizioni, ma anche quello che attraversa ogni singolo brano. Nelle liriche trovano spazio la dolcezza dei ricordi, l’amore che resiste, la saggezza conquistata con l’esperienza e la consapevolezza di una fine sempre più prossima. Affiorano le peregrinazioni di una vita intera e perfino le traiettorie degli uccelli, osservate con lo sguardo di chi non ha mai smesso cercare un senso in ciò che lo circonda. La voce si fa quindi meno febbrile e le chitarre manchino l’appuntamento con le abituali cavalcate elettriche, lasciando che folk, blues e country assecondino malinconicamente il corso dei pensieri.

Così, una vulnerabile e imperfetta serenità attraversa i sette minuti di agrodolce flusso di coscienza di “Day after day”, sostenuta dall’organo dell’altro ottuagenario della comitiva, Spooner Oldham, mentre gli oltre undici della title track si snodano mollemente in una ballata acustica tra bilanci e interrogativi inesorabilmente aperti. Ancora, se in “Foggy edge of time” riavvolge il nastro fino al suo primo viaggio verso la West Coast, non mancano nemmeno gli inviti a cambiare un presente che somiglia sempre più a uno spettacolo televisivo, come nella lettera alla figlia Amber Jean di “Soon I might be going”  dove la possibilità di andarsene presto si mescola a una stoccata sull’attualità: “Il presidente era in tv e diceva che andava tutto a gonfie vele, ma sta demolendo la vecchia Casa Bianca”.

Cosa c'è dopo

Assumono in ultimo un nuovo significato i due brani recuperati dagli archivi, che sessantadue anni dopo diventano un contrappunto dei nostri giorni, tanto da riconnettersi con le speranze e le illusioni del giovane sognatore che era Neil Young. La chiusura di “I’Il love you forever” finisce per completare idealmente questo confronto, trasformando una dedica per un amore lontano in un omaggio, in età matura, alla moglie Daryl Hannah.

Per la sua anima raccolta ed essenziale, “Second Song” sembra seguire le coordinate di lavori come “On The Beach” o “Comes a Time”, cautamente sospeso tra introspezione e irrequietezza. Arrivato da un ennesimo twist di eventi del vecchio Neil, l’album aggiunge ennesima linfa a una poetica in cui gli abituali temi di politica e natura convivono ora con una riflessione sulla mortalità e sull’esistenza mai così esplicita. Quella di un testardo ottantenne che in questo modo riesce a incontrare chi è stato e soprattutto continuare a chiedersi cosa verrà dopo. Non certo un bilancio, per quello ci sarà certamente altro tempo.


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