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Ian Paice: “Con i Deep Purple ho imparato ad azzerare l'ego"

01.07.2026 Scritto da Lucia Mora

Lontani dalla trappola di chi vive solo di rendita e nostalgia, i Deep Purple continuano a creare con la stessa fame e la stessa passione degli esordi. A dimostrarlo c'è il loro nuovo attesissimo disco, SPLAT!, in uscita il 3 luglio: un lavoro spontaneo, nato dall'energia di musicisti che non hanno mai smesso di divertirsi chiusi in una stanza a suonare. Il pubblico italiano avrà ben tre occasioni per lasciarsi travolgere dalla loro inesauribile energia dal vivo: il 16 luglio a Pisa, il 17 luglio a Este e il 17 ottobre a Milano (qui info e biglietti).

Al centro di questo ingranaggio perfetto c'è, come sempre, Ian Paice, rimasto autentico in una band leggendaria senza mai diventare prigioniero del proprio mito. Unico punto fermo attraverso tutti i complessi e storici cambi di formazione, Paice è il cuore pulsante del gruppo. La sua immensa caratura tecnica risiede in una caratteristica più unica che rara nel panorama hard rock: la capacità di unire una spinta potente e devastante a un tocco swingante. Un ibrido perfetto di forza muscolare ed eleganza ritmica che continua a dettare legge e a fare scuola tra i batteristi di tutto il mondo.

Affiancato dal chitarrista Simon McBride, Paice ci racconta il dietro le quinte del nuovo album, le differenze tra i musicisti di oggi e quelli degli anni '70 e il segreto per non perdere mai il ritmo.

Questo disco ricorda molto le vostre radici e, allo stesso tempo, sviluppa nuove idee. Un ritorno al futuro?

IAN: Sai, quando i dischi sono facili da realizzare, in genere sono molto buoni. E questo vale fin dal momento in cui inizi a creare la musica: se anche scrivere quello che diventerà una nuova canzone risulta semplice, il risultato è buono. Ora, "semplice" è la parola sbagliata. Se hai le idee, e queste idee ti entusiasmano, la cosa si presta a fare un disco facile da realizzare, perché le idee di partenza sono valide. Quando invece non hai quella sicurezza iniziale, il disco può diventare un po' più difficile da fare. Cerchi di creare qualcosa che non c'è, e forse in quei casi dovresti fermarti e aspettare che ti vengano delle idee davvero buone.

Per questo disco avevamo tantissime ottime idee. Voglio dire, avevamo più materiale di quello che è poi finito nell'album. Credo avessimo 17 o 18 idee diverse... Tante, forse 20. Quindi abbiamo avuto il lusso di poter scegliere le migliori, e ce n'erano abbastanza per fare davvero un gran bel disco. Ma se parti bene e la scintilla creativa è quella giusta, allora quello che viene dopo diventa tutto abbastanza semplice e molto facile da fare.

La gente chiacchiera molto: dicono che sia un ritorno agli anni '70, che sia più "heavy". In realtà non lo abbiamo mai fatto intenzionalmente. È semplicemente quello che è venuto fuori. Siamo entrati nella stanza, abbiamo iniziato a fare jam e a suonare tutti insieme, ed è uscito questo. Credo suoni più pesante perché abbiamo fatto la prima sessione subito dopo un lungo tour, quindi eravamo tutti probabilmente un po' stanchi, burberi e un po' aggressivi. Quindi sì, è venuto fuori così in modo naturale.

Essendo anche tu una batterista, devi sapere che ho fatto una grande richiesta a Bob Ezrin, il produttore del disco. Volevo che la batteria suonasse più "grande" e imponente rispetto al passato, perché so bene come suona la mia batteria dal vivo, e in studio è sempre un compromesso tra ciò che serve al brano e ciò che vuole il singolo musicista. Volevo che la batteria avesse un po' più di respiro, in modo da restituire più volume e più impatto. Questa volta sono riuscito a spuntarla, e il disco è migliore proprio grazie a questo. Una batteria grande e potente dà una maggiore impressione di pesantezza.

A volte non puoi ottenerla perché le canzoni sono troppo complesse. C'è così tanta roba dentro e lo spazio totale è sempre e solo il 100%. Non posso prendermi il 40% e aspettarmi che gli altri suonino bene se non hanno margine di manovra. Ma in questo disco, per come è uscita la musica, c'era spazio per farmi ottenere un suono di batteria più bello. Ne sono molto soddisfatto. Probabilmente è il miglior suono di batteria che io abbia mai avuto in un album, e questo mi rende felice. Ma che resti tra noi!

A proposito di Ezrin. Un produttore con il suo curriculum (Pink Floyd, KISS, Alice Cooper…) porta inevitabilmente con sé riferimenti enormi. Ha mai citato qualche esperienza passata per spiegarvi che cosa voleva ottenere?

IAN: Lui è un produttore incredibilmente esperto, con un curriculum impressionante di album di successo. Quindi ha già in testa un'immagine molto chiara di come pensa che debbano essere le cose. Ora, di solito ha ragione, ma a volte no. A volte devi impuntarti su quello che vuoi tu, rispetto a quello che Bob pensa dovrebbe essere.

Tutte queste cose si basano sul compromesso. Devi trovare una via di mezzo in cui siate entrambi "abbastanza" soddisfatti. Fare un disco è un processo molto strano; ti trovi in un ambiente artificiale. Stai suonando per una macchina, non per delle persone in carne ed ossa. Speri che alla gente, quando lo ascolterà, piacerà, ma la macchina è spietata: ti dice subito quando stai facendo le cose bene e quando le stai facendo male. Quindi, in questo ambiente artificiale, cerchiamo tutti qualcosa che si avvicini di più a quello che facciamo personalmente noi come musicisti rispetto a quello che fa lui come produttore. È un continuo: "Sai, non posso avere questo, ma tu non puoi avere quello". Fino a trovare quella quadra in cui entrambi siamo più o meno d'accordo. È una dinamica diversa, ma è qui che il ruolo del produttore diventa fondamentale.

Devo dire che con Bob, quasi tutte le decisioni che prende sono quelle giuste. Perché in studio il capo è lui. Noi facciamo il lavoro sporco, ma lui è quello che ascolta a mente fredda, con orecchie distaccate. Non è influenzato dal proprio ego in quel momento. Ascolta e dice: "Questo è fantastico", oppure "Questo non mi piace". E se non rispetti questo suo ruolo, non ha alcun senso avere Bob lì con te.

SIMON: Questa è un'altra grande qualità di Bob: è come noi. È ancora molto affamato. Il suo obiettivo finale è sempre quello di fare un grande disco. Non pensa a quello che ha già fatto in passato. Il suo unico bersaglio è il prossimo disco. Un nuovo, grande album. 

IAN: E c'è di mezzo anche la sua reputazione, ovviamente. Tutti noi abbiamo un ego. Se non lo avessimo, nessuno di noi salirebbe mai su un palco. Può essere buono o cattivo, grande o piccolo, ma un ego ce l'abbiamo tutti.

C’è chi dice che la musica negli anni ‘70 fosse migliore perché il pubblico era intellettualmente più esigente e la grande arte non era una nicchia, ma arrivava a tutti. Siete d’accordo?

IAN: So esattamente che cosa intendi. Il fatto è che all'epoca c'erano in giro tantissimi bravi musicisti giovanissimi. Ed eravamo già bravi a quell'età perché suonavamo quasi ogni sera. C'erano moltissimi locali in cui le band potevano esibirsi dal vivo. Quindi, anche da semi-professionista, pur avendo un lavoro normale, riuscivi comunque a fare tre concerti a settimana. Venerdì, sabato e domenica, o giovedì, venerdì e sabato. Tutte le settimane. E poi, se diventavi un professionista (cosa che io ho fatto a 17 anni), finivi per suonare sei o sette concerti a settimana. Quando tieni quei ritmi, vedi suonare altri musicisti di continuo, quindi impari cose nuove due o tre volte a settimana. Vedi qualcuno più bravo di te e impari.

Tutto succedeva così in fretta. Per i ragazzi di oggi non è più così. Non hanno la possibilità di suonare abbastanza su un palco. Ecco perché quell'esplosione musicale nata nel Regno Unito in quel periodo è stata così dinamica. C'erano così tanti giovani musicisti davvero formidabili, ma che partivano tutti da prospettive leggermente diverse. Così la musica era varia. Gli Zeppelin erano diversi dai Purple. I Purple erano diversi dai Jethro Tull. Dai Procol Harum. Tutte queste band facevano cose simili, ma con una visione totalmente diversa. Ed era interessante. Non era sempre la stessa, identica, monotona cosa ripetuta all'infinito. Mentre oggi è tutto abbastanza omogeneo.

SIMON: Credo che la vera differenza tra allora e oggi sia che, per la mia esperienza, all'epoca la musica era tutto ciò che la gente aveva. Non c'era internet. Non c'erano molti film o molta TV. O meglio, i film c'erano, ma dovevi andare in un posto apposta per guardarli. E non avevi soldi. Oggi vedo i miei figli imparare a suonare. Ricordo che quando io stavo imparando, l'unica cosa che volevo fare era suonare la chitarra. Mio figlio suona la chitarra ed è bravissimo, ma ci passa 10 minuti, poi fa qualcos'altro e salta da un'attività all'altra. Penso che i musicisti di allora migliorassero molto più velocemente proprio perché suonavano tutti i giorni e facevano solo quello. Suonavano dal vivo e imparavano costantemente. Erano come spugne, volevano assorbire ogni singola nota in circolazione perché era tutto ciò che c'era.

IAN: Per noi era più importante di quanto credo lo sia per questa giovane generazione, perché oggi i ragazzi hanno un sacco di altre cose che vogliono fare. Magari hanno l'auto. Amano viaggiare. Hanno il computer. Hanno il telefono... Dio, se hanno i telefoni. Non mettono mai giù quei dannati cosi! La musica è diventata solo uno dei tanti interessi.

Per noi era tutto. C'era una mentalità completamente diversa. Non partivamo mai dicendo: "Beh, ci provo per un anno o due, e se non funziona farò altro". Non era un concetto contemplato. I ragazzi di oggi invece ragionano così. Dicono: "Sì, dài, facciamo una band, proviamo per un po'". Se in un anno non succede nulla, dicono "pazienza, facciamo altro". Non sto dicendo che sia per forza un male, è semplicemente il mondo in cui viviamo ora. Tutto deve essere più veloce e portare a un successo immediato, ma non funziona così. Soprattutto non per le cose difficili da imparare, e ogni impresa artistica è difficile, che tu sia un ballerino, un attore, un musicista o un pittore. Ci vuole tempo per imparare a farlo, e devi dedicare la tua vita a quello, senza voler sembrare snob. Ma devi impegnarti a fondo. Non puoi semplicemente "giocarci" per un po' sperando che funzioni magicamente.

Al centro di SPLAT! c’è la fine dell’umanità come metamorfosi oltre l’esistenza fisica. Tema impegnativo.

IAN: È un’idea di Ian Gillan. Se stai guidando un'auto in estate e un insetto si schianta contro il parabrezza... splat. Ecco di che cosa si tratta. La realtà di quell'insetto, in un attimo, è cambiata. L'umanità non se la sta cavando molto bene ultimamente. Come ha detto Ian, da quando è nato ad oggi la popolazione sul pianeta è triplicata. Quando è nato lui, c'erano circa due miliardi e rotti di persone. Ora ce ne sono quasi nove miliardi. Diceva che non è sostenibile. Alla fine, qualcosa farà splat. Ma forse quello splat non è la fine. Forse è un nuovo inizio che ci porterà verso una realtà diversa. Quindi, inizialmente sembra una cosa molto negativa, ma in fondo non lo è. È positiva. Magari dopo succederà qualcos'altro. Ecco di che cosa parla il disco.

SIMON: E io che pensavo che gli fosse semplicemente caduta la tazza di tè…

Simon, per replicare il suono delle origini della band, hai cambiato in qualche modo il tuo approccio?

SIMON: Ad essere sincero, non ci penso molto. Sono cresciuto negli anni '80, quindi per me questo suono non è mai troppo lontano da quello che ascoltavo e imparavo a suonare all'epoca. Oggi la gente mi fa sempre una domanda: "Com'è essere nei Deep Purple? Come vivi la differenza d'età?". E io rispondo: "Beh, l'età è solo un numero". Penso che sarebbe diverso se avessi 18 anni, quello sarebbe un divario troppo grande. Forse diventerebbe anche un divario sociale. Ma per quanto mi riguarda, non ci faccio davvero caso. Siamo tutti musicisti. Entriamo in una stanza e suoniamo. Ed è la musica la cosa che ci accomuna e ci fa superare qualsiasi barriera. Inoltre, andiamo tutti molto d'accordo a livello umano, ci divertiamo un mondo. Questa è la cosa principale in tutto questo: divertirsi. Non penso molto al passato.

IAN: L'altra cosa fondamentale è che ogni membro di questa band è un musicista eccellente, e questo rende il lavoro molto più facile. Se hai un "anello debole" in un gruppo piccolo come una rock band, finisce per trascinare tutto verso il basso. Ma quando tutti sono bravi, ci si eleva a vicenda. Non pensi ad altro se non al fatto che stiamo suonando bene, che mi sto divertendo e che il suono è meraviglioso. Non devi preoccuparti di compensare per qualcuno che non è all'altezza della situazione. Siamo fortunati ad aver sempre avuto grandi musicisti nella band: ti permette di non preoccuparti di nulla, ma di andare semplicemente dritto per la tua strada a creare musica.

Ian, che cosa è cambiato nel tuo rapporto con lo strumento in questi 50 anni?

IAN: Quando sei un ragazzino, cerchi sempre di fare colpo. È la natura di quell'età. Vuoi essere più veloce, più rumoroso, più creativo, far vedere che sai fare questo e quello. A volte per te va anche bene, ma non va bene per la musica che stai creando. Sono stato molto fortunato perché, nel periodo in cui facevo tutte quelle "ragazzate", il tipo di musica che facevamo mi permetteva di farle.

Andando avanti, inizi ad ascoltare musicisti che non hanno lo stesso approccio. Loro si basano su quello che sentono, su ciò che è giusto per la canzone, e questo cambia la tua prospettiva. Tutte le altre cose le hai già fatte in passato: hai dimostrato quanto sai suonare veloce, quanto sai picchiare forte, hai sfoggiato tutti i vari trucchetti. Ma poi ti fermi e realizzi: "Ok, questa canzone non ha bisogno di tutto questo. Questa canzone ha bisogno di qualcosa di molto, molto semplice e incisivo per funzionare".

Quando sei un ragazzino, questo non lo vedi. Ecco come cambia il modo di affrontare certi passaggi musicali. C'è sempre spazio per un po' di follia in alcuni brani, ovviamente, ma l'evoluzione è questa. Oggi, quando guardo a una canzone, non penso più a che cosa faccia risaltare me, ma a che cosa faccia risaltare il brano. Perché alla fine è la cosa più importante. L'ego di quel ragazzino è sparito. Lui è felice, ma è rimasto indietro nel tempo.

Quindi sì, l'approccio è diverso. Anche il modo di registrare la batteria lo è, oggi ci sono molte più possibilità. Ma una cosa non è mai cambiata: un gran suono di batteria rimane un gran suono di batteria. Se parti con un pessimo suono, non mi importa quale microfono o che stanza usi, suonerà comunque da schifo. Tutto deve partire dalla batteria stessa che suona bene.

Oggi possiamo controllare il suono in modi che in passato non ci sognavamo. Ma prova a riascoltare i suoni di batteria dei Led Zeppelin... Ok, c'era John [Bonham]. Accordava i tamburi magnificamente. Ma conta tantissimo anche il come e il dove venivano registrati. Registravano in stanze enormi. Quando c'è tanta distanza tra te e i microfoni, la batteria diventa "gigante". Se ascolti un tamburo registrato a due centimetri di distanza, fa solo "puf". Non c'è suono, perché i tamburi non sono progettati per funzionare così. Non è come l'altoparlante di un amplificatore per chitarra, dove il suono è tutto concentrato in un unico punto e viene creato elettronicamente.

Oggi, quando registriamo, cerchiamo di dare alla batteria più "aria", più spazio per farle fare il suo lavoro. Pensa alle marce militari. Quando sei a 20 metri di distanza, il suono dei tamburi è immenso. Ma se ti metti proprio di fianco al batterista che suona, il rumore del tamburo vero e proprio è sordo. Questo è ciò che è cambiato: stiamo trovando modi per registrare e catturare meglio il reale potenziale acustico della batteria.

In Space Truckin', Highway Star e tanti altri brani (anche di questo nuovo album), il tempo è devastante ma non perdi mai fluidità. Qual è il trucco?

IAN: La cosa più importante che cerco di spiegare oggi ai giovani musicisti è che devi stare comodo quando suoni. Se non sei comodo... magari sei seduto troppo in alto, o troppo in basso, o forse le tue gambe sono nella posizione sbagliata rispetto alla grancassa. Stai sottoponendo il tuo corpo a uno sforzo di cui non c'è alcun bisogno. Ci sono molti della mia età che suonano ancora, e altri che invece non possono più farlo. I loro corpi gli hanno presentato il conto per tutte le posture e i movimenti sbagliati che hanno fatto in gioventù. Questo è davvero fondamentale. Devi stare comodo e devi conoscere i tuoi limiti fisici.

Torno a citare Bonham. John non era un ragazzo particolarmente alto, ma era un omone massiccio e forte. Non c'era modo che io potessi colpire un tamburo come faceva lui, e non avrei mai avuto lo stesso controllo. Le sue braccia sembravano due delle mie messe insieme! Non ha senso nemmeno provare a competere su quel livello. Fai le cose che ti vengono naturali. Scopri semplicemente che cosa funziona per te e capisci che il corpo è una macchina molto, molto delicata. Magari non ti accorgi subito di esserti fatto male, ma te ne accorgerai dieci anni dopo.

Quindi, il trucco è stare comodi e avere il kit montato in modo che tutto sia facilmente raggiungibile. Ovviamente l'assetto ideale non è uguale per tutti, ma la regola è: non complicarti la vita e non costringere il tuo corpo a fare cose per cui non è strutturato. Se guardi i grandi batteristi delle vecchie formazioni swing o big band, i loro kit erano montati in modo molto compatto e simile tra loro, perché l'idea era muovere solo i polsi avendo tutto a portata di bacchetta. Non si allungavano di due metri per cercare di colpire un piatto! Era tutto lì vicino. È tutta una questione di economia del movimento e di fare correttamente le cose semplici. Assicuratevi di stare comodi e di non dover scendere dal palco lamentandovi del mal di schiena!

SIMON: È buffo perché è una cosa successa proprio a me di recente. L'anno scorso è stato un periodo abbastanza tranquillo dal punto di vista dei tour, eppure mi sono procurato un infortunio al braccio: il classico "gomito del tennista", un'infiammazione da sforzo ripetitivo. E non riuscivo a capire come me lo fossi procurato. Poi mi sono ricordato di quando sono tornato alla mia strumentazione da palco. Non prendevo in mano le mie chitarre da tour da parecchio tempo; mi sono messo la chitarra a tracolla e ho pensato: "Accidenti, ma è bassissima!". Ho chiesto al mio tecnico: "Ma io suonavo davvero così in basso?", e lui: "Sì". Lì ho capito: ecco che cos'è stato a fregarmi! Quindi ora ci sto molto più attento. Tengo la chitarra un pochino più alta. Forse non sembrerà molto rock and roll, ma... funziona! E mi permetterà di continuare a suonare, mentre se l'avessi tenuta laggiù in basso, probabilmente mi sarei dovuto fermare. 

IAN: Vedi in giro un sacco di ragazzini con le chitarre che gli arrivano alle ginocchia. È una posizione completamente sbagliata. Se guardi i grandi chitarristi classici, la tengono in alto, perché è lì che le mani lavorano bene. Ma, sai com'è, i ragazzini sono "meravigliosamente stupidi", e devono essere meravigliosamente stupidi! È il bello di essere giovani. Pensano: "Se ha un aspetto figo, allora dev'essere per forza il modo giusto di farlo". Purtroppo, a volte le cose non sono così semplici!


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