THE ROCKY HORROR PICTURE SHOW
(1975)
regia di Jim Sharman commedia; durata 1h 40’; produzione Regno Unito, Usa; vietato ai minori di 14 anni
musiche e testi canzoni di Richard O’Brien; musiche aggiunte, direzione musicale, arrangiamenti e produzione di Richard Hartley; coreografie di David Toguri
Un criminologo (Charles Gray) racconta l’incredibile storia capitata a due ragazzi: i fidanzati Brad (Barry Bostwick) e Janet (Susan Sarandon) decidono di andare a trovare il loro professore dott. Scott (Jonathan Adams), ma bucano una gomma e sono costretti a chiedere aiuto bussando alla porta di un castello isolato. Vengono accolti dai servi Riff Raff (Richard O’Brien) e Magenta (Patricia Quinn), dal loro padrone Frank’n’Furter (Tim Curry) e dalla groupie Columbia (Nell Campbell), innamorata di lui. Dentro il castello si sta svolgendo un convegno e i ragazzi vivranno un’esperienza che li cambierà per sempre.
Ci sono film che non sono dei capolavori in senso assoluto, ma acquistano nel tempo una tale importanza da non poter essere più ignorati da nessuno, specie se ama il musical.
The Rocky Horror Show debutta in un piccolo teatro di Londra nel 1973, il successo è immediato e lo show prosegue la programmazione senza interruzioni per molti anni.L’autore O’Brien (che interpreta Riff Raff) e il regista dello spettacolo Jim Sharman scrivono una sceneggiatura e riescono a realizzare un film a basso budget con buona parte del cast dello show (Curry, Campbell, Quinn e lo stesso O’Brien). Le prime proiezioni vanno malissimo, la pellicola sembra destinata a finire nel dimenticatoio ma, quando viene relegata nelle proiezioni di mezzanotte, grazie al passaparola, il pubblico americano comincia a riempire le sale, la distribuzione aumenta e il successo è inarrestabile. The Rocky Horror Picture Show diventa così il film più longevo della storia del cinema, la 20th Century Fox che lo distribuisce l’ha sempre reso disponibile per essere proiettato nelle sale, facendolo diventare un fenomeno culturale senza precedenti, forse il fenomeno di culto più significativo della storia del cinema.
L’effetto più clamoroso di tale successo è stato che durante le proiezioni del film ci si accorse che tante persone tornavano a vederlo, ripetevano le battute assieme agli interpreti e cantavano le canzoni. A quel punto venne l’idea di organizzare proiezioni che prevedessero l’interazione tra il pubblico, il film e attori reali. In Italia non si può non citare il caso del cinema Mexico di Milano, che continua a organizzare questo tipo di spettacoli da moltissimi anni.
Sono probabilmente tre i motivi principali di questo incredibile fenomeno: la cinefilia, la carica erotica e i divertentissimi numeri musicali.
Il film si presenta come un omaggio-parodia al cinema fanta-horror del passato, alle pellicole prodotte da Hammer, Universal e Rko: il castello isolato, gli ambienti spaventosi, lo scienziato come il dott. Frankenstein che crea un essere vivente, l’inquietante e ambigua servitù. Inoltre, nella canzone iniziale vengono nominati tanti film del passato e l’attrice Fay Wray, protagonista del primo King Kong (1933), e nel numero finale, davanti all’antenna simbolo della Rko, l’attrice viene di nuovo citata da Frank.
I due fidanzati vergini che scoprono le gioie della trasgressione e del sesso non sono molto diversi dai tanti giovani inibiti dell’epoca, che trovano nel film il messaggio liberatorio e sessualmente eversivo di cui sentivano il bisogno. Per non parlare di quella che oggi chiamiamo comunità LGBTQIA+, che finalmente poteva trovare in un film un protagonista fieramente bisessuale/transessuale.
Già i titoli di testa sono un numero musicale che ha fatto epoca, dove, sullo sfondo nero, vediamo soltanto le enormi labbra rosse di Patricia Quinn che si muovono sulla canzone Science Fiction/Double Feature, ma la voce è di O’Brien, giocando sul tema della bisessualità e citando titoli di film del passato.
La prima scena mette ancora più in luce il tono scanzonato (e citazionistico) della pellicola, con Tim Curry che appare nei panni del prete e una coppia che sembra uscita dal celebre dipinto American Gothic di Grant Wood. I due protagonisti restano completamente soggiogati (e anche gli spettatori) prima dall’irresistibile Time Warp (dai cori sfrenati e le istruzioni coreografiche del criminologo!) e poi dalla memorabile apparizione di Tim Curry, con i versi epocali: “I’m just a sweet transvestite, from Trans-sexual, Transylvania”. Le scene dialogate più divertenti sono quelle in cui Frank riesce a fare sesso con i due ragazzi convincendoli con le stesse battute, mettendo in luce il fatto che uomini e donne di fronte al piacere sono uguali. Altro momento musicale da ricordare è l’irruzione di Meat Loaf, che canta lo scatenato rock’n’roll Hot Patootie – Bless My Soul. L’artista due anni dopo inciderà uno degli album più venduti dell’epoca, “Bat out of hell” (1977). La sensuale e poco vestita Susan Sarandon (futura star e premio Oscar) ha la sua scena cult con la catartica Touch-a, Touch-a, Touch-a, Touch Me, in cui chiede a Rocky (l’uomo creato da Frank per soddisfarlo sessualmente, interpretato da Peter Hinwood) di fare l’amore con lei. L’emozionante ultima parte è tutta per Frank e basta citare il verso: “Don’t dream it, be it” (“Non sognatelo, siatelo”), invito a quei tanti che vorrebbero essere quello che sentono di essere e non ne hanno il coraggio.
Le canzoni di O’Brien hanno un ritmo infallibile e sono talmente contagiose da indurre la partecipazione del pubblico durante le proiezioni. Si può dire che sia l’unico film che abbia abbattuto completamente la separazione tra teatro e cinema. Ovviamente è stato fondamentale per il successo dello spettacolo e poi della pellicola l’apporto di Tim Curry, carismatico, irresistibile, dalla voce scura e potente. Malgrado i tanti ruoli successivi, per l’immaginario collettivo è rimasto sempre Frank.
Il film è stato omaggiato già pochi anni dopo nella scena al cinema di Saranno famosi di Alan Parker.
Nel 1981 Sharman e O’Brien hanno realizzato Shock Treatment, molto meno fortunato. Nel 2016 è uscito un remake diretto da Kenny Ortega dal titolo The Rocky Horror Picture Show – Let’s Do the Time Warp Again, realizzato in una innocua chiave per teenager e distribuito solo in televisione. Soundtrack pubblicata dalla Ode Records.
Estratto da “Lo spettacolo comincia. Dizionario dei grandi musical cinematografici”, di Eugenio Tassitano, Arcana Edizioni
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