News

I Beat catapultano il Vittoriale su un altro pianeta

01.07.2026 Scritto da Lucia Mora

Il giorno in cui Tony Levin, Adrian Belew, Steve Vai e Danny Carey hanno deciso di unirsi per formare i Beat è stato un giorno fortunato, per la musica e per tutti noi. Il giorno in cui i Beat hanno deciso di esibirsi sul palco vista lago dell'Anfiteatro del Vittoriale, nella cornice del Festival Tener-a-mente, è stato un giorno ancor più fortunato. Per la musica e per tutti noi. Il livello che ieri sera, martedì 30 giugno, ha incantato Gardone Riviera non si trova facilmente tra gli appuntamenti dal vivo. D'altronde, con un dream team che schiera un supergruppo del genere, le aspettative erano altissime. E sono state (ampiamente) soddisfatte.

L'Anfiteatro sold out e molto partecipe si è trasformato nell'epicentro del progressive rock mondiale, grazie all'esecuzione magistrale di brani tratti dalla celeberrima "trilogia anni Ottanta" dei King Crimson (Discipline, Beat e Three of a Perfect Pair). Il quartetto ha strutturato il concerto in due set, con una pausa di venti minuti nel mezzo; più che giustificata, e non tanto per le temperature estive, quanto per la complessità di esecuzione - e di ascolto - dei pezzi. Lo sforzo richiesto ai musicisti va di pari passo a quello mentale richiesto al pubblico per poter apprezzare ogni dettaglio di questi sontuosi mosaici prog.

Il primo set: labirinti e geometrie

L'apertura è affidata alla frenetica Neurotica, che mette subito in chiaro le regole del gioco. Vai affronta le proverbiali e gelide geometrie di Robert Fripp, iniettandovi però il proprio tocco fluido e fiammeggiante; il chitarrista parte in sordina (per quanto possa partire in sordina un fuoriclasse come Vai), ma una canzone dopo l'altra si scalda (letteralmente: il completo abbottonato con cui si presenta all'inizio diventa quasi subito una maglietta a maniche corte) e costella la serata di assoli spaziali e di movenze carismatiche. Solo il suo approccio allo strumento, così intimo ed eccentrico allo stesso tempo, varrebbe il prezzo del biglietto. La transizione verso Neal and Jack and Me è fluida, ma è una partenza quasi sottotono per gli standard del gruppo ed è Belew stesso a scherzarci su: "Bene, abbiamo iniziato con due facili. Ora viene il bello".

La scaletta del primo set è un perfetto saliscendi emotivo. Momenti più accessibili e melodici come Heartbeat e Model Man – il pop obliquo e geniale dei Crimson – si alternano a fantasie sperimentali, come Sartori in Tangier, il terreno in cui Levin si sente a casa: sul suo Chapman Stick dipinge atmosfere ipnotiche e mediorientali, assecondato da un Carey (come sempre) impeccabile. Con Dig Me e Industry, la band scava nei meandri più oscuri e "meccanici" della produzione crimsoniana, con suoni distorti e, appunto, industriali, spezzati dal cantato orecchiabile di Man With an Open Heart. La chiusura del primo tempo è affidata a Larks' Tongues in Aspic (Part III), una dimostrazione di forza e di tecnica pura che lascia senza fiato.

Il secondo set: l'apoteosi del ritmo e del genio

A inaugurare il secondo set ci pensa Carey, che si posiziona in piedi al centro del palco davanti a un set di pad elettronici (per i più nerd: il kit replica suoni originali della Simmons SDS 5 campionati e inviati a un moderno processore Roland). Poco dopo lo raggiunge Belew, che impugna le bacchette e, insieme, danno vita al ritmo tribale e policromo di Waiting Man. Dopo l'estasi della poesia notturna di The Sheltering Sky, i Beat iniziano sul serio a spingere sull'acceleratore.

Vedere Levin lanciare l'intro di basso slap di Sleepless dal vivo è un'esperienza che riconcilia con il mondo. Se a questo si aggiunge la precisione chirurgica di Frame by Frame, si capisce perché questa data (e non solo questa) abbia registrato il tutto esaurito così rapidamente. 

Dopo la dolcezza malinconica di Matte Kudasai, arriva il trittico finale che dà la scossa definitiva. Elephant Talk vede Belew divertirsi come un ragazzino con i suoi iconici versi alla chitarra (anche se i "gabbiani" di Matte Kudasai riescono meglio rispetto al mitico elefante). Il pop new wave accattivante - pur essendo costruito su una struttura metrica e ritmica incredibilmente complessa - di Three of a Perfect Pair scorre veloce prima del cataclisma chiamato Indiscipline. Qui Carey si prende la scena con un'introduzione di batteria devastante, che non fa rimpiangere il leggendario Bill Bruford perché ne reinterpreta il genio in chiave, se possibile, ancora più potente. Bruford e Fripp sono naturalmente ringraziati da Belew nei saluti finali, "due nomi senza i quali questa musica non esisterebbe".

Il bis (e che bis)

Il richiamo sul palco è inevitabile. Per il bis, la band decide di fare uno strappo alla regola degli anni '80 regalando una versione da pelle d'oca di Red (capolavoro del 1974), dove il riff pesante e oscuro acquisisce una modernità impressionante grazie al drumming di Carey. La chiusura definitiva è affidata alla carica funk rock paranoica di Thela Hun Ginjeet. Il parterre dell'Anfiteatro è ormai tutto sotto il palco, rapito da un groove memorabile - e, più in generale, dalla caratura degli artisti sul palco.

Con una qualità musicale davvero fuori scala, i Beat continuano a far pulsare il cuore della creatura King Crimson, che è un organismo vivo, capace di rigenerarsi e di non invecchiare mai se affidato alle mani (e alle menti) di musicisti di questo calibro. Una serata difficile da dimenticare.

La scaletta

Set 1:

Neurotica

Neal and Jack and Me

Heartbeat

Sartori in Tangier

Model Man

Dig Me

Man With an Open Heart

Industry

Larks' Tongues in Aspic (Part III)

Set 2:

Waiting Man

The Sheltering Sky

Sleepless

Frame by Frame

Matte Kudasai

Elephant Talk

Three of a Perfect Pair

Indiscipline

Bis:

Red

Thela Hun Ginjeet


Disclaimer:

Questo articolo è stato realizzato e pubblicato da Rockol.it ed i suoi contenuti sono integralmente forniti da Rockol, che ne assume ogni responsabilità editoriale. Il presente sito si limita a ospitare il contenuto in modalità non indicizzata e non è in alcun modo coinvolto nella produzione, redazione o approvazione dei materiali pubblicati.

Rock Online Italia (Rockol) è una testata giornalistica registrata presso il Tribunale di Milano: Aut. n° 33 del 22 gennaio 1996.

Immagini e diritti

Rockol:

  • utilizza esclusivamente immagini e fotografie rese disponibili a fini promozionali ("for press use") da case discografiche, management artistici e uffici stampa /P.R;
  • impiega le immagini per finalità di critica ed esercizio del diritto di cronaca, in modalità degradata conforme alle prescrizioni della legge sul diritto d'autore, e solo a corredo dei propri contenuti informativi;
  • accetta unicamente fotografie non esclusive, destinate alla pubblicazione su testate giornalistiche, e comunque libere da vincoli di utilizzo;
  • pubblica immagini fotografiche dal vivo concesse da fotografi dei quali viene indicato il copyright

Crediti fotografici per l'immagine usata nell'articolo: Alessandro Tornatore / Concessione in uso a Rockol

Segnalazioni

Eventuali segnalazioni relative a immagini non conformi a quanto sopra descritto possono essere inviate a webmaster@rockol.it
Provvederemo a effettuare una rapida valutazione e, ove necessario, alla tempestiva rimozione del materiale.

Per consultare l'articolo nella sua versione originale, visita questo link

(Articolo originale su Rockol.it)

condividi