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I "200 Motels" di Frank Zappa

06.10.2025 Scritto da Sara Martini

200 Motels  – Usa/UK, 1971

«Signore e signori, in tour si può impazzire. Ecco il significato di questo film». Quando gli chiesero che cosa si aspettasse da “200 Motels”, Frank Zappa rispose: «Be’, per chi già apprezza la nostra band, sarà la logica estensione dei nostri concerti e dischi. A chi non ci conosce, ma non disdegna di scoprire qualcosa di nuovo, proporrà una sorprendente introduzione alle “Mothers of Invention”. Quelli che invece non ci sopportano, e hanno sempre pensato che non fossimo altro che un branco di pervertiti senza orecchio musicale, troveranno in “200 Motels” la conferma ai loro peggiori sospetti».

Ok, ma che cos’è “200 Motels”? «È un documentario surrealistico che tratta argomenti come: le groupies, la vita in tournée, le relazioni con il pubblico, la chimica interna alla band. Quando siamo in tournée, specialmente se lunghe, la vita nel gruppo inizia a somigliare a quella in un esercito. Ti può succedere di non renderti conto di dove ti trovi, te ne stai in camera tua, socializzando per lo più solo con gli altri membri, e all’interno di questa “bolla” accadono cose strane. Ecco: le situazioni contenute nel film si sono sviluppate durante quattro anni di queste “bolle”. A questo si aggiunga che le “Mothers” non sono un gruppo pop come tanti altri, e il risultato è un po’ particolare. Nel film non c’è una continuità cronologica, proprio perché volevamo trasmettere quell’alterazione dei riferimenti spazio-temporali che una band può sperimentare in tournée, dove il tempo è determinato dal momento in cui il road manager ti sveglia, da quando parte il pullman, da quando piazzi gli strumenti e provi l’impianto, da quando ti esibisci e da quello che fai per distrarti dopo lo spettacolo. Anche lo spazio è indeterminato: i motel si assomigliano tutti, potresti essere sempre a Los Angeles, o sullo stesso aereo o pullman; le sale da concerto possono differenziarsi in qualche particolare, ma dopo qualche anno anche loro si confondono; anche il pubblico cambia ed è sempre uguale in modo analogo. Idem le città».

Ci siamo dilungati con la citazione perché in tutto il film non troverete una spiegazione altrettanto razionale di tutti questi ingredienti, che Zappa ha frullato per estrarne uno “psicodocumentario” composto come una delle sue irriverenti sinfonie, con monologhi, gags, ritornelli, alterazioni, contrappunti, imitazioni onomatopeiche, liriche oscenità, groupies & tits. A esaltarne la creatività fu la possibilità di girare in video (negli studi Pinewoods, vicino a Londra) con soluzioni tecniche allora all’avanguardia ed effetti speciali altrimenti fuori portata. Ma il resto è tutto succo di Zappa: le coreografie da Alice in Wonderland, le “barzellette” animate, i personaggi da “Ubu re”, perfino la presenza di una vera orchestra, la Royal Philharmonic - visibilmente imbarazzata per la situazione e per i testi gioiosamente “x-rated”.

Anche in video, Zappa si conferma una Mary Poppins iconoclasta e smodata, un Rasputin del caos. In scena troviamo, in ordine sparso (non chiedeteci ordine in questa baraonda): Keith Moon, altrimenti noto come batterista degli Who, travestito da suora e frastornato fra le groupies in topless; Ringo Starr che interpreta lo stesso Zappa in versione nano (“un nano molto grosso, però”); processioni del KKK con le fiaccole; aspirapolveri arrapati; cow boy e lisergiche cittadine americane ("un posto davvero carino dove crescere i propri figli"); cartoni animati underground. E le “Mothers”, ovviamente, la musica di Zappa, blues/rock, jazz, classica, i coretti, l’orchestra.

“200 Motels” costò poco, incassò abbastanza, non ebbe successo – poteva averne? L’effetto è, contemporaneamente, di improvvisazione e studio rigoroso: quindi, troppo complicato per alcuni, troppo caciarone per altri. A un certo punto viene pure il dubbio che Zappa ci stia prendendo in giro (ma anche fosse, da lui lo accetteremmo). Diciamo che il film risulta un po’ autoreferenziale, succede di tutto e forse anche troppo, e non è facile immaginare l’effetto che fece nel 1971, quando erano sorprendenti quegli effetti che oggi appaiono vintage. Tuttavia, costruito come un concerto freak, questo folle documentario rimane un indimenticabile orgasmo sinfonico. Oggi sarà pure datato, ma conferma l’impressione che lo sguardo sarcastico di Zappa sull’America ci manca più che mai. E, tra i tanti brani, non perdetevi l’esecuzione di “Penis Dimension”, che è puro Monty Python: otto pollici di piacere underground.

 

Sara Martini

 

Trailer

Soundtrack

(Articolo originale su Rockol.it)

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