Con Aurora, la corposa discografia in studio degli Yes tocca quota 24 album. A tre anni da Mirror to the Sky e cinque da The Quest, la band britannica dimostra un'urgenza espressiva quasi insolita per una formazione con oltre mezzo secolo di storia alle spalle. Supportati dagli arrangiamenti della Czech National Symphony Orchestra, gli Yes ritrovano quel respiro sinfonico che ha fatto parte della loro storia - ma anche della storia della musica in generale: un'immersione profonda nella tradizione della musica colta europea. Infatti, la chitarra di Steve Howe non è quasi mai elettrica e propriamente rock (con pochissime eccezioni, come l'attacco di All Hands on Deck); hanno la meglio strumenti acustici e classici, dal sapore antico e cameristico.
L'ambizione orchestrale
Se The Quest (2021) aveva il compito di ricalibrare la band dopo la scomparsa di Chris Squire e Mirror to the Sky (2023) aveva iniziato ad allargare nuovamente le maglie delle durate, Aurora rappresenta la sintesi di questo nuovo corso. Geoff Downes lo ha definito giustamente il loro disco più "progressivo" degli ultimi anni.
Il suono si riallaccia direttamente all'ambizione orchestrale di Magnification (2001), ma con una consapevolezza diversa. C'è un netto spostamento verso una forma di scrittura corale: sebbene l'asse Howe-Downes sia ancora il fulcro creativo (con Howe che filtra ogni idea in sede di produzione), il materiale suona rodato e organico, figlio del lavoro fatto subito dopo il tour Classic Tales of YES del 2024.
L'impalcatura ritmica
Va detto che, se il progetto sinfonico funziona così bene, il merito è anche della sezione ritmica. Raccogliere l'eredità di Alan White non era un compito banale, ma Jay Schellen si conferma ormai un motore indispensabile per la band. Più che limitarsi a tenere il tempo, Schellen gestisce i frequenti cambi di metrica e i tempi dispari con un groove e una fluidità impressionanti. I suoi fill e l'uso delle dinamiche sui piatti non sono mai esibizionismo sterile, ma assecondano sempre la narrazione del pezzo.
Questo lavoro si incastra millimetricamente con il basso di Billy Sherwood, che continua a onorare il timbro percussivo e massiccio di Squire pur inserendo un proprio vocabolario ritmico. È questo solido interplay basso-batteria a permettere a Howe e Downes di sovrapporre i loro complessi tappeti melodici senza che il suono perda di incisività.
La fragilità umana contro le "vite artificiali"
Dal punto di vista lirico, l'album fa un passo interessante. Se storicamente gli Yes ci hanno abituati a testi cosmici, astratti o mistici, in Aurora Jon Davison sceglie di problematizzare maggiormente la sfera emotiva e le relazioni. C'è una discesa verso le complessità umane che rifugge la narrazione sentimentale stereotipata.
La title track apre il disco mettendo subito in chiaro le intenzioni: i testi di Davison esplorano la fragilità umana ("how our fragile edges fray") e l'impatto del dramma terreno ("the human drama comes and goes"). Un brano che bilancia la ricerca della luce interiore con l'ammissione delle nostre cadute, sostenuto da un arrangiamento sinfonico luminoso.
Love Lies Dreaming è un altro buon esempio della sintesi tra la retorica mistica fiabesca del passato e il racconto sentimentale umano. Downes offre peraltro alcune delle sue parti di pianoforte e synth più ispirate dell'intero album. Ma la vera colonna portante, almeno musicalmente, è Countermovement, una suite epica divisa in quattro movimenti (Taro, Anytime Soon, Blink of an Eye, Freedom's Edge). Howe e Downes intrecciano temi strumentali potenti nei movimenti d'apertura e chiusura, mentre la sezione centrale cantata esplora il disorientamento dell'uomo contemporaneo in un "nuovo mondo sintetizzato" ("artificial lives, made to socialize"). Le transizioni tra le varie sezioni sono fluide, perché la padronanza della forma lunga è la qualità che ogni band prog che si rispetti deve avere per forza.
Anche in All Hands on Deck e in Outside the Box brilla la firma chitarristica di Howe, così come Ariadne dimostra le capacità della voce eterea di Davison, ma è quando molla le redini e si lascia andare - proprio come nel finale di Countermovement - che il disco trova i suoi apici.
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