L'imminente tour italiano dei Duran Duran non è solo una sequenza di date sul calendario, ma l'ennesimo capitolo di una storia d'amore reciproca che dura da oltre quarant'anni. In vista del loro ritorno - il 7 luglio all’Arena di Verona, il 9 luglio alla Reggia di Caserta e l’11 luglio a Villa Manin a Codroipo - abbiamo parlato con il leggendario bassista della band, John Taylor, il quale si è confessato a cuore aperto su cosa tenga vivo questo legame, svelando aneddoti sul suo passato e sulla formula che rende la loro musica ancora così attuale.
Quali sono le ragioni per cui il legame tra i Duran Duran e i fan italiani appare ancora così viscerale, dopo tutti questi decenni?
Ditemelo voi, piuttosto. Sapete quanto sia forte il nostro legame con i nostri fan, in generale; noi siamo quel tipo di band che si è connessa principalmente con un pubblico femminile quando quel pubblico era nella sua fase adolescenziale, e c'è qualcosa di davvero speciale che succede in quel momento della vita. Diventi quasi un salvagente, per loro, perché si sa come sono le adolescenti: per loro è tutto un dramma, un continuo "Oh mio Dio", e la musica ha sempre avuto un ruolo imprescindibile, soprattutto per il pubblico di quell'età.Penso che nemmeno per te sia andata diversamente...
Assolutamente. Sono cresciuto ascoltando David Bowie, e lo ascoltavo in modo continuativo perché sentivo che solo qualcuno come lui poteva capire ciò che stavo attraversando. Si resta per sempre grati verso quegli artisti che ti hanno fatto superare gli anni della tua adolescenza. Quindi è una cosa bellissima realizzare che anche noi abbiamo dato il nostro contributo rispetto a ciò. Bellissima perché, beh, per prima cosa abbiamo sempre potuto rimediare un'ottima cena in un ristorante italiano [ride] ma, a parte questo, ci ha sempre toccato il fatto di poter incontrare persone che sono rimaste colpite in modo significativo dalla nostra musica e in un momento particolare della loro vita. Ed è questo un aspetto del nostro lavoro che rispettiamo più di ogni altro, forse. Perché anche noi, come dicevo, ci siamo sentiti protetti dalla musica che più abbiamo amato, ed è quello che i ragazzi di oggi possono provare ascoltando Sabrina Carpenter, oppure Taylor Swift, come fosse un po' un rito di passaggio.La dimensione live è da sempre centrale in una band come la vostra. Quali pensi che siano, nel tuo caso, i brani migliori da suonare dal vivo?
Mi diverte sempre concentrarmi sui pezzi forti, per quanto riguarda il nostro materiale. Adoro "Ordinary World", ma anche "Come Undone" e, ovviamente, anche un vecchio classico come "Girls On Film". In questo periodo adoro anche "Free To Love", perché fa parte della roba più recente che abbiamo composto. Ci siamo sentiti di inserire in scaletta anche "What Happens Tomorrow", soprattutto negli ultimi show, così da dare un taglio diverso e più fresco. Per me suonare dal vivo è sempre in divenire, perché sono solito domandarmi con quale modalità potrei eseguire un brano piuttosto che un altro, e quindi tutto assume ogni volta una forma diversa, quando siamo sul palco, ma è comunque sempre molto eccitante la situazione da concerto.A metà anni Novanta attraversasti una crisi personale e artistica che ti portò a una parentesi musicale terapeutica con i Neurotic Outsiders. Cosa ricordi di quel periodo?
Per me i Neurotic Outsiders erano e restano una storia di sobrietà. È questo che hanno sempre rappresentato. Sono diventato sobrio trentuno anni fa, o qualcosa del genere, e a quel tempo mi ero legato molto a Steve Jones, il chitarrista dei Sex Pistols. Fummo invitati a suonare a un evento di beneficenza a Hollywood, al Viper Room, e lo facemmo con Matt Sorum e con Duff McKagan dei Guns N' Roses, già a partire da quella serata. Eseguimmo solo un paio di canzoni, nessun pezzo originale, ma tanto bastò al proprietario del locale per proporci una residenza al Viper, ogni lunedì sera. Il tutto accadde in un momento in cui, nel mio particolare caso, non sapevo davvero cosa volessi fare della mia vita, perché coi Duran Duran sentivo di aver perso lo smalto [John usa qui l'espressione "mojo"], quindi l'idea di impegnarmi in una residenza la trovai parecchio appetibile. In linea generale, anche per chi è agli esordi, è sempre una gran cosa se riesci a trovare un locale che ti concede l'opportunità di esibirti con una cadenza regolare, poiché si impara davvero molto da esperienze simili, nel senso che ti aiutano a comprendere meglio la tua identità di performer e le canzoni che interpreti.Insomma, il palco come vera e propria terapia...
Vedi, oggi le persone, e sto parlando in modo particolare dei più giovani, fanno musica da casa, poi la pubblicano su Spotify e si lasciano avviluppare da quel genere di dimensione globale che c'è oggi. Penso invece che sia sempre necessario partire da un palco, se vuoi essere un artista. Ho sempre guardato con ammirazione alle esibizioni dei Beatles presso il Cavern Club, in quel di Liverpool, o ai concerti dei Sex Pistols a Soho, nei club di Londra e quant'altro. Coi Neurotic Outsiders iniziammo a fare questa cosa del lunedì sera invitando degli ospiti speciali ogni settimana. Iniziavamo lo show con "Planet Earth", dei Duran, per poi interromperla bruscamente e passare a "Bodies" dei Sex Pistols. La cosa mi gasava parecchio, ed era fantastico vedere le espressioni esterrefatte fra il pubblico [ride]. Man mano sarebbero saliti con noi sul palco Iggy Pop, Billy Idol, Simon [Le Bon], e ogni volta la gente se ne tornava a casa felice, sapendo di aver visto qualcosa di grandioso. Eravamo una specie di musical sulla storia del punk: rifacevamo gli Stooges, i Pistols, ma anche i Damned, i Guns, e pure i Duran. Era eccitante poterci basare su questo grande arco di cose, finché non divenne un lavoro quotidiano. Firmammo un contratto [con la Maverick, l'etichetta di Madonna], quindi facemmo un album, un video e subito partimmo in tour. Fu a quel punto che pensai che se tutto doveva ridursi a una routine, tanto valeva che quelle cose le facessi direttamente con i Duran Duran.Secondo te, qual è il segreto dietro all'evoluzione di un sound, quello dei Duran Duran, che non ha mai perso la propria identità originaria?
Come band abbiamo sempre avuto le idee molto chiare sulla nostra identità; il fatto che ci siano ancora quattro dei cinque membri originali, oggi, è esplicativo di ciò, e qualunque cosa facciamo insieme il nostro DNA non si è mai disperso. Non siamo certo musicisti jazz, e a dirla tutta abbiamo sempre preferito evitare di uscire troppo dalla nostra comfort zone. Però quando si tratta di comporre, di pensare al tipo di musica che vorremmo fare, ci immaginiamo sempre di prendere spunto da qualcuno come Grace Jones, oppure i Talking Heads, magari buttandoci dentro una cassa in stile Kanye West. Sai, il nostro orientamento è sempre più o meno quello, nel senso che ci piace mischiare. Per esempio, ricordo il periodo in cui prese piede la nostra prima reunion: io, Roger e Andy non suonavamo insieme da circa quindici anni, o forse anche di più. E oltre a ciò eravamo parecchio disorientati davanti alla scena musicale, e nutrivamo diversi dubbi circa il fatto che potessimo ancora contare qualcosa con la nostra musica. Allora Roger e io facemmo questo viaggio a Ibiza per catturare un po' di sonorità, perché l'intera scena dei club di Ibiza era davvero una bomba, in quel periodo. Ascoltavamo un sacco di compilation e captavamo tutti questi groove, pensando: "Beh, questa potrebbe essere una cosa alla nostra portata". Un'esperienza che ci permise insomma di trovare nuovi stimoli per poter creare qualcosa di nuovo come Duran Duran.Dato che ne ho la possibilità, non posso non chiederti perché, dal tuo punto di vista, il vostro album "Rio" suona ancora così perfetto, oggi.
Beh, vedila così: penso che la chiave del successo di "Rio" risieda nel suo essere, molto semplicemente, un vero e proprio capolavoro; e la caratteristica intrinseca dei capolavori, se ci pensi bene, è che, in quanto tali, non subiscono lo scorrere del tempo e non invecchiano mai.In conclusione, vorrei chiederti di elencarmi tre dischi fondamentali che porteresti idealmente con te su un'isola deserta.
Oddio, questa cosa dei dischi sull'isola deserta mi mette sempre in seria difficoltà [ride]. Probabilmente mi porterei dietro qualcosa dei Beatles. Diciamo il "White Album", perché è il più lungo che abbiano mai realizzato. Poi, probabilmente, prenderei qualcosa di R'n'B, un disco R'n'B che ti faccia sentire davvero bene, già, forse qualcosa come "Songs In The Key Of Life" [di Stevie Wonder], di nuovo perché si tratta di un doppio album. E poi, da ultimo, direi qualcosa di musica classica, come la Terza Sinfonia di Beethoven. E questo è quanto.
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