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“Dov’è la band?” La storia del video di “Dancing in the Dark”

01.10.2026 Scritto da Gianni Sibilla

È la canzone che ha svoltato la carriera di Bruce Springsteen, quella che lo trasformò in una star che competeva con Madonna e Michael Jackson. Era il singolo che mancava a “Born in the U.S.A.”: venne scritta e inclusa alla fine di una lavorazione tormentata. E decollò grazie a un videoclip: era il 1984, nel pieno del potere di MTV: gli artisti erano di fatto obbligati a cimentarsi con il formato, se cercavano pubblico e successo (un po’ come oggi succede con TikTok, ma questa è un’altra storia).
Eppure la storia di quel videoclip  con Springsteen che balla sul palco e fa salire una giovanissima Courtney Cox dal pubblico, è molto più complessa e, per certi versi, folle.

 La prima versione rifiutata

Springsteen da solo su un palco nero. Una telecamera fissa, un’unica inquadratura, nessun montaggio. Verso la fine della canzone Clarence Clemons attraversa la scena con un completo rosso. Il primo video di “Dancing in the Dark” era così. Non lo vide praticamente nessuno: venne immediatamente bocciato - ne sono trapelati solo frammenti in rete.

Ora il master originale di quel primo tentativo è riemerso ed è stato messo all’asta da Wax Poetics. È una videocassetta U-matic da tre quarti di pollice che contiene quattro take complete, per poco più di 18 minuti complessivi, dirette da Jeff Stein. È rimasta per 42 anni in un archivio privato, praticamente mai riprodotta.
La storia raccontata nelle note dell’asta è un piccolo pezzo della costruzione dell’immagine di Springsteen negli anni di “Born in the U.S.A.”. Nel giugno del 1984 Jon Landau, manager del cantante, entrò nell’ufficio di Al Teller, allora presidente della Columbia Records, con il nastro. Lo inserì nel lettore senza spiegare cosa ne pensassero lui e Springsteen. Dopo una quindicina di secondi Teller si pose una domanda semplice: “Dov’è la band?”.

“Dancing in the Dark” era stata pensata come una canzone dal grande suono, mentre nel video c’era praticamente soltanto Springsteen. Teller arrivò rapidamente alla conclusione: “No way. We can’t use this”. Landau gli spiegò che lui e Bruce avevano già visto il filmato ed erano arrivati alla stessa conclusione. Quando Teller fece per restituirgli la videocassetta, Landau gli disse di tenerla. Da allora è rimasta in suo possesso, dentro un archivio, fino alla sua ricomparsa nel 2026.

Nel nastro ci sono anche i ciak, la carta per il bilanciamento dei colori, i movimenti di riscaldamento di Springsteen e le variazioni dell’interazione con Clemons da una take all’altra. È, soprattutto, la testimonianza di una strada abbandonata. Il fallimento di quel primo concept costrinse Springsteen e Landau a ripensare completamente il video. Oggi chi acquista quella cassetta si porta a casa un pezzo di storia - ma non i diritti: potrà solo riprodurla in privato. Nel lotto è compresa una placca celebrativa per i 20 milioni di copie di “Born in the U.S.A.”, ma neanche i file digitali. È stata riprodotta recentemente solo per vedere che fosse ancora intatta.

Brian De Palma e un falso live

La soluzione fu chiamare Brian De Palma, uno dei grandi registi hollywoodiani dell’epoca, che l’anno precedente aveva diretto “Scarface”. Il nuovo video venne girato al Saint Paul Civic Center di Saint Paul, Minnesota, il 28 e 29 giugno 1984. Il primo giorno De Palma filmò una performance di Springsteen realizzata appositamente per il video; la sera successiva la canzone venne invece suonata e ripresa due volte durante un vero concerto.
Quelle immagini furono poi montate e sincronizzate con la versione in studio della canzone. Il concerto che vediamo, insomma, è in parte reale e in parte costruito: Springsteen appare davanti a un pubblico vero, ma ciò che ascoltiamo non è l’audio di quella performance. È un falso live, un playback.

Anche la scena più famosa è una piccola finzione narrativa. Nel finale Springsteen individua una ragazza tra il pubblico, la fa salire sul palco e balla con lei. La fan non è una fan qualsiasi: è Courteney Cox, allora ventenne e praticamente all’inizio della carriera. Fu De Palma a sceglierla durante un’audizione. Cox ha raccontato anni dopo di essersi trovata circondata da ballerine professioniste e di essersi sentita completamente fuori posto. Quando De Palma le chiese semplicemente di ballare davanti a lui, il suo imbarazzo fu evidente. Probabilmente fu proprio quello a farle ottenere la parte: serviva qualcuno che sembrasse davvero una fan incredula per essere stata chiamata sul palco.

Il bivio della carriera

Tra il primo video rifiutato e quello definitivo cambia tutto, non soltanto l’ambientazione. Nel secondo torna la E Street Band, torna il concerto, torna quindi un ambiente naturale per Springsteen. Ma la sua immagine viene allo stesso tempo ripulita e adattata al linguaggio della televisione musicale. Pure troppo: negli anni Springsteen è stato criticato e preso in giro per il look così perfetto di quel video, dove mancano diversi simboli dello Springsteen di quel periodo: niente chitarra elettrica, niente bandana, niente rocker sudato. I capelli sono ordinati, indossa una camicia bianca e soprattutto, invece di suonare la sua Fender, balla. La performance è costruita più per la macchina da presa e suona davvero un po’ falsa. Però funzionò.

“Dancing in the Dark” era del resto una canzone pensata per allargare il pubblico di Springsteen. Fu il primo singolo di “Born in the U.S.A.” e nacque dopo che Jon Landau aveva insistito sulla necessità di un brano che potesse aprire il lancio dell’album. Il video era parte di quella trasformazione. La versione diretta da De Palma entrò in heavy rotation su MTV nel luglio del 1984 e l’anno successivo vinse l’MTV Video Music Award per Best Stage Performance.
La videocassetta oggi in vendita permette di vedere il bivio della carriera di Springsteen. Da una parte il primo tentativo: Springsteen isolato contro uno sfondo nero, che balla letteralmente nel buio, senza racconto e senza band. Dall’altra quello che arrivò poche settimane dopo: le folle, la E Street Band e uno Springsteen ripensato per MTV.

Il nastro originale viene venduto assieme a una targa firmata da Springsteen per i 20 milioni di copie di “Born in the U.S.A.”. I proventi del venditore saranno destinati a organizzazioni che sostengono l’educazione musicale nelle scuole pubbliche. Attualmente l’asta è ferma a 5000 dollari, ma ci sono ancora 20 giorni per aggiudicarsi un pezzo di storia del rock.


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