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Dom Martin: "Ho scoperto il blues grazie ai Pink Floyd"

22.09.2026 Scritto da Lucia Mora

Chitarra graffiante, voce viscerale e una sincerità disarmante che non concede sconti: Dom Martin rappresenta una delle voci più autentiche e pure del blues rock contemporaneo. Cresciuto tra le strade e le contraddizioni di Belfast con il mito di Rory Gallagher scolpito nella testa e nelle dita, il cantautore nordirlandese ha saputo trasformare le proprie cicatrici personali in una cifra stilistica unica, capace di muoversi con disinvoltura tra il fuoco dell'elettrico e l'intimità dell'acustico.

In occasione del suo arrivo nel nostro Paese — con due appuntamenti previsti per mercoledì 23 settembre al Palaberta di Montegrotto Terme e giovedì 24 settembre al Teatro Rosmini di Borgomanero —, lo abbiamo cercato per una chiacchierata a cuore aperto. Tra l'eredità dei maestri, il valore salvifico della musica, il rapporto con la dimensione live e la decisione di lasciarsi alle spalle le ombre del passato per cercare nuova luce, ecco che cosa ci ha raccontato.

Sei costantemente paragonato a Rory Gallagher. Un onore o un peso?

Per come la vedo io, ci sono molte persone a cui non vorrei essere paragonato, quindi essere paragonato a Rory è un onore enorme. Ma non l'ho mai cercato davvero. Il fatto con Rory è che mio padre mi ha regalato questa cassetta quando ero un ragazzino, avrò avuto forse quattro o cinque anni, e c'era Blueprint su un lato e Live! In Europe sull'altro. Ho ascoltato quella cassetta ogni giorno, per anni e anni, e ce l'ho ancora oggi. Credo abbia alzato l'asticella così tanto che ogni altro musicista che provavo ad ascoltare non mi sembrava altrettanto bravo. Rory è diventato come una dipendenza, il tessuto stesso della mia vita musicale. La sua influenza, il suo livello tecnico e la sua passione sono diventati ciò che volevo provare a raggiungere. Ma i paragoni non sono mai stati una cosa che desideravo. Penso che nessuno possa essere "il prossimo Rory Gallagher": c'era un solo Rory. Però mi piace suonare le sue canzoni, specialmente quelle più oscure che quasi nessuno suona. Sento di voler rendere giustizia a quei brani.

Crescere a Belfast porta con sé un preciso retroterra culturale e storico. In che modo le strade, i pub e l'atmosfera dell'Irlanda del Nord hanno plasmato il tuo approccio alla musica?

Penso che Belfast funga da ottimo sfondo per la musica blues, rock, alternativa - per qualsiasi tipo di musica, in realtà. È un posto bellissimo. Penso che la gente tenda a concentrarsi un po' troppo sui lati negativi quando si tratta dell'Irlanda in generale e del Regno Unito per tutto quello che è successo lì. Per me, la musica è stata un modo meraviglioso per scappare. Mi sono semplicemente chiuso in una stanza per anni a suonare la chitarra. È stato un modo per stare lontano dalle strade e da molto di ciò che stava succedendo lì fuori. Ma prima o poi ti raggiunge tutto. Ho passato molti anni in giro per quelle strade. Quindi ho vissuto le esperienze da entrambe le parti della barricata, immagino. La musica mi ha salvato e mi ha aiutato a concentrarmi su qualcosa di un po' più positivo, dandomi l'energia per aver voglia di vivere di più, voler fare più cose e vivere la vita in modo diverso da ciò che accade lì. Ma è un posto fantastico. Belfast e l'Irlanda intera sono una parte del mondo incantevole. Non lascerei che nessuna delle cose negative che si sentono in giro vi scoraggi dal visitarla o dall'andarci per ascoltare un po' di musica. È un posto bellissimo, molto mistico e celtico.

I tuoi album non nascondono certo i momenti bui o le lotte personali.

No, non li nascondono affatto... A essere onesti, il mio primo album, Spain to Italy, non avevo intenzione di registrarlo o di farlo diventare un disco. Non volevo suonare quelle canzoni davanti a nessuno. Erano brani che avevo scritto lungo il cammino della mia vita come modo per affrontare ciò che provavo in quel momento. Poi si è presentata l'opportunità di registrare un album e, contro la mia stessa volontà e il mio buon senso, le ho registrate e pubblicate. Non era mia intenzione farle ascoltare a nessuno. Il secondo album è nato a grande richiesta. Tutti mi chiedevano: "Quando farai un altro album?". Quando abbiamo registrato A Savage Life, né io, né il bassista Dave Thompson, né il batterista Lawrence McKeown avevamo mai suonato le canzoni prima. In studio abbiamo iniziato a suonare brani su cui avevo lavorato un po', ma che non avevo finito. Quell'album è molto ruvido, grezzo, tutto suonato dal vivo in una stanza senza sovraincisioni. Abbiamo scelto lo studio sbagliato e fatto molti errori, ma abbiamo acquisito molta esperienza su che cosa non fare.

Speravo di aver chiuso lì. Poi la gente ha iniziato a spingere di nuovo per ascoltare materiale nuovo. Così ho lottato duramente per Buried in the Hail. Ci ho messo tutto me stesso, è il mio vero primo album. È l'unico in cui ho avuto il controllo completo su come suonasse. Non ho permesso a nessuno di cambiare le canzoni o di aggiungere nulla. Sono stato molto egoista perché sapevo che avrebbe potuto essere il mio ultimo disco. Quando abbiamo finito di mixarlo e di masterizzarlo, ero in lacrime. Ero così felice del risultato. Buried in the Hail è Don Martin al 100%. Poi abbiamo fatto la versione live, che invece non mi rappresenta fedelmente. Non credo di essere stato in un buon momento quando abbiamo registrato, e non avevo alcun controllo creativo su come sono stati tagliati i brani nella sala di controllo. Devo riascoltarlo perché è passato un po' di tempo, ma non ero molto contento di come è venuto fuori. Mi piacerebbe farne un altro e farlo nel modo giusto.

E dire che Buried Alive è un signor album dal vivo.

Oh, grazie. Passo attraverso delle fasi in cui ascolto il materiale dal vivo e lo odio, poi ne ascolto dell'altro e lo adoro. Forse sono il mio peggior critico. Sento in qualche modo di sapere quanto potrebbe essere bello, perché ogni sera che suoniamo è diversa, e mi piacerebbe catturare davvero quella registrazione fantastica, quell'esibizione irripetibile in cui l'energia nella stanza c'è, il pubblico lo adora e tutto funziona. Ho la sensazione che, nella maggior parte di quelle canzoni registrate dal vivo, io stessi quasi combattendo contro la musica invece di togliermi di mezzo e lasciare che accadesse, rimanendo fluido con tutto.

Passi con naturalezza dal suonare da solo con una chitarra acustica al guidare una band elettrica a tutto volume. Quale di questi due lati ti rappresenta di più?

Questa è una bella domanda. Un paio di anni fa ti avrei detto l'acustica. Ma negli ultimi anni mi sono davvero divertito a suonare l'elettrica. Sono due cose diverse. Cioè, sono la stessa cosa, ma sono completamente diverse allo stesso tempo, un paradosso. Adoro la potenza della chitarra elettrica, della batteria e del basso. Quando tutti sono sulla stessa lunghezza d'onda, a tempo, e tutto è accordato, quella potenza ti smuove qualcosa a livello fisico, altera proprio il corpo. Mi rende felice. D'altra parte, può anche essere deprimente quando suoni con persone che non capiscono davvero la musica, facendola diventare di nuovo una lotta. In acustico sei solo tu. Gli errori sono i tuoi e non hai nessuno da incolpare. Quell'aspetto mi piace. Con una band, tutto dipende dall'investimento dei musicisti e dalla loro capacità di tenere il passo. A parte i batteristi (credo di essere al decimo negli ultimi 10 anni!), sono stato molto fortunato con i musicisti che ho avuto. Per rispondere alla tua domanda, direi che mi divido in un 60% chitarra acustica e 40% chitarra elettrica.

Buddy Guy dice che le radio ignorano il blues e che il genere fatica a sopravvivere. Credi che il blues parli ancora alle nuove generazioni?

Penso che sia sempre stato così fin dall'inizio. Non credo che la musica blues sia mai stata davvero "popolare" come la musica pop di oggi alla radio. Il blues affronta la sua personale lotta. Non credo che in molti lo cerchino attivamente; magari lo apprezzano se ci si imbattono. Inoltre, spesso c'è un'idea sbagliata: con gli standard di vita di oggi, la gente pensa che il blues sia roba da ottantenni seduti su un portico con una chitarra scordata a lamentarsi della vita. Se la gente mantenesse una mente più aperta ed esplorasse il significato del blues, scoprirebbe artisti fantastici che ne portano avanti la fiamma. Suonare blues è un atto d'amore, non ci fai soldi. È uno stile di vita, e non è neanche così affascinante. Dicono che l'unico modo per liberarsi del blues sia suonare il blues. Io amo questa musica e lotterò sempre affinché sopravviva, anche se non mi definirei un musicista blues "tradizionale" al cento per cento. È sicuramente una razza in via di estinzione, ma spero davvero che le cose migliorino, anche solo per rispetto verso chi mantiene in vita brani vecchi di oltre 130 anni. È una cosa meravigliosa.

Dal vivo fai spesso cover dei Pink Floyd. Hai un legame speciale con la loro musica?

Assolutamente. I Pink Floyd sono stati la mia band preferita per anni. Il mio primo ricordo musicale in assoluto è mio padre che metteva su The Wall. Ho questo ricordo vivido della prima volta che ho visto un vinile, con lui che metteva la puntina nel solco. L'ho ascoltato e, pur avendo avuto solo tre o quattro anni, ho pensato: "Cos'è questo suono? È pazzesco!". Mi sono innamorato di questa musica. Anzi, la prima volta che ho sentito il blues, quello vero e tradizionale, è stato su un album dei Pink Floyd, Meddle. C'è una canzone che si chiama Seamus, con un cane che ulula (lo portavano sul palco per farlo ululare al microfono). E io ho un fratello minore che si chiama proprio Seamus, quindi ho un'ulteriore connessione. I Pink Floyd hanno creato capolavori musicali assoluti. Erano pionieri, è assurdo pensare a quanti suoni diversi potessero creare in quattro chiusi in una stanza.

Se potessi ospitare una jam session stasera e invitare tre musicisti della storia, vivi o morti, quale sarebbe la tua band dei sogni?

Vorrei John Bonham alla batteria, senza dubbio. Prenderei Miles Davis alla tromba per la sua incredibile mente musicale. Visto che suono la chitarra, non sceglierei Rory o Hendrix. Mi serve un buon bassista: porterei il mio, un ragazzo che si chiama Ben Graham. È vivo, e anche se potessi scegliere qualsiasi bassista della storia, prenderei lui. È insostituibile. Miles Davis, John Bonham e Ben Graham: questa sarebbe la mia squadra dei sogni.

Avendo messo a nudo così tanto di te stesso, ci sono altri territori che ti piacerebbe esplorare nella scrittura?

Sì. Per anni ho raccontato la storia della mia vita nelle canzoni. Dopo un po' mi sono detto: "Perché sto raccontando a degli estranei tutta la mia storia?". Non parlo più di nulla adesso. Amo la mia privacy. Mi sono quasi sentito costretto a spiegare il mio passato e da dove venissero le canzoni, ma ho chiuso con queste cose deprimenti. Quando è uscito l'album Spain to Italy, ho suonato quelle canzoni ogni singola sera per 18 notti di fila. Alla fine volevo morire. Ero così depresso nel dover rivivere quei ricordi ogni sera. È un'esperienza che non farò mai più. Vorrei lasciare il passato nel passato. Ora sono felice. Mi piacerebbe esplorare cose più felici e diffondere gioia a chi la cerca, ricordando alla gente che la vita non è poi così male.

Spesso siamo i peggiori nemici di noi stessi e non ce ne rendiamo conto. Basterebbe provare gratitudine per il fatto di alzarsi dal letto con l'acqua corrente e un tetto sopra la testa. Il paragone è il ladro della gioia, come si suol dire. Dobbiamo essere grati anche per le cose che non abbiamo e che non volevamo avere. In futuro voglio scrivere musica con un'atmosfera più positiva. Nessuno ha bisogno che io gli ricordi quanto la vita possa essere difficile. Le persone oggi hanno bisogno di un po' di evasione; un messaggio più positivo e una comprensione più profonda della natura umana sono le cose su cui voglio concentrarmi, lasciandomi alle spalle l'oscurità e la tristezza.


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