News

David Gilmour, l'arte di cambiar pelle senza dover cambiare mai

06.10.2025 Scritto da Nino Gatti

Per un appassionato di musica, gli album dal vivo sono da sempre la prova del nove del musicista che ami o segui nella sua evoluzione. Sono l’occasione per rivivere, anche solo musicalmente, l’emozione di un concerto e riportare quella magia tra le mura di casa, anche per chi non c’era.
Negli album live, soprattutto quelli dell’era pre-digitale, si poteva capire da un attento ascolto se l’artista fosse davvero all’altezza. Certo, non mancavano eccezioni e, spesso, si ricorreva a correzioni in studio o sovraincisioni per offrire un prodotto più curato e vicino alla perfezione. Anche nel primo live dei Pink Floyd, la parte dal vivo di “Ummagumma” (1969), furono apportate modifiche per correggere qualche imperfezione. 

La nuova produzione “live” di David Gilmour, in uscita il prossimo 17 ottobre comprende un DVD/Blu-ray con il concerto al Circo Massimo di Roma del 2024, un doppio CD, The Luck And Strange Concerts, che raccoglie il meglio del tour 2024, portato a Brighton, Roma, Londra, Los Angeles e New York, che ci permette di rivivere quell’atmosfera intensa ed emozionante anche a casa. Tutto è stato curato per offrire un prodotto formalmente perfetto, cercando però di lasciare intatto, dove possibile, il mood dei musicisti. Ci saranno riusciti? Va anche detto, e i fan lo sanno bene, che Gilmour dal vivo è come un diesel, ha bisogno di tempo per carburare, ma migliora serata dopo serata. Non sorprende quindi che molte canzoni presenti in questo doppio live arrivino proprio dalle ultime date del breve tour, composto da sole ventitré serate.
Prima di inserire il dischetto nel lettore, pronto a lasciarmi trasportare dalle emozioni e ad annotarle su un bloc notes, aggiungo che la sequenza dei brani riprende fedelmente quella dei concerti.

Play.

La musica è tutto per Gilmour: è la sua vita, il suo modo — forse l’unico, certamente il migliore — per esprimersi. Certo, ci sono le parole, ma a quelle pensa sua moglie, la scrittrice Polly Samson, la donna che gli ha cambiato la vita. Gilmour, però, sembra voler racchiudere le sue emozioni in due brani strumentali che aprono i suoi spettacoli. Solo musica, nessuna parola.
Il primo è “5 A.M.” (3:15): rumori di natura, cinguettii, un cane in lontananza. È il mondo che circonda Gilmour, la campagna dove vive con la famiglia. Poi arrivano gli archi di un'orchestra e, subito dopo, la sua celebre chitarra elettrica. A seguire “Black Cat” (2:02), che apre il suo ultimo album. Il suono è pulito, bilanciato: si fatica a credere che sia un live, tanto è ben suonato, registrato e rifinito. Perché Gilmour è un perfezionista, e si sente. Il primo brano cantato è “Luck And Strange” (5:56), che acquista maggiore vitalità rispetto alla versione in studio. Qui emerge tutta la bravura della giovane band messa insieme da Gilmour. Considerando che, a parte il chitarrista — 78 anni all’epoca del tour — i più “anziani” sono Greg Phillinganes (classe 1956) e Guy Pratt (1962), il resto del gruppo è composto da musicisti giovani e talentuosi. Lo si capisce nel corso del concerto: in ogni brano c’è spazio per ciascuno di loro di esprimere al meglio la propria musicalità.

Tornare ai Pink Floyd

Nostalgia dei Pink Floyd? Ci pensa la scaletta, che propone il pacchetto con “Speak To Me” / “Breathe” / “Breathe (Reprise)” (3:33), anche se solo “Breathe” compare in tracklist. Il suono è profondo e autentico, come ai tempi d’oro. La Fender Stratocaster di Gilmour pennella note piacevolissime, mentre la sua voce, calda e sicura, è supportata dalle tre coriste (in attesa di Romany, sua figlia, che arriverà più avanti). Nei concerti dal 1977 a oggi, Gilmour si esibisce con un secondo chitarrista per ricreare il suo sound: oggi il suo alter ego è il giovane Ben Worsley, che qui riproduce la slide guitar del ’73. Da quel capolavoro che è “The Dark Side of the Moon” arriva “Time” (6:54), con quei rintocchi di sveglia che ti sorprendono ancora. Qui la chitarra di Gilmour non perdona, offrendo un assolo da manuale che ti percorre la schiena. Peccato per il basso di Pratt, che non riesce a rendere abbastanza incisivo il ticchettio dell’orologio, ma va bene lo stesso. Phillinganes ha l’onore di cantare la parte di Wright, prima del celebre assolo di chitarra, ormai patrimonio universale. Ricordate il “diesel”? Funziona anche in “Fat Old Sun” (6:27), altro tuffo nel repertorio Floyd anni Settanta (era su “Atom Heart Mother”), dove Gilmour mostra la sua attitudine: un suono ritmato ma tranquillo, fino al momento in cui esplode con un assolo furioso, da far impallidire chiunque tenti di imitarlo. Un piccolo appunto personale: quei cori e applausi in sottofondo, che non ricordo nei concerti originali, sembrano un vezzo per enfatizzare la performance. A mio parere, non servono molto.

Dal glorioso passato dei Pink Floyd anni Settanta, Gilmour ci conduce nella sua personale versione degli anni ’80 e ’90, con lo strumentale “Marooned” (5:12), tratto da “The Division Bell” del 1994. Questo brano fruttò alla band l’unico Grammy della loro storia nel 1995. L’atmosfera è eterea, marina, ricca di sale, blu, oceani e raggi di sole che si riflettono sulle onde. È il mondo di Wright, che spero in questa “seconda vita” sia su una barca, perso tra acque azzurre, a godersi il silenzio e la pace, magari trovando ispirazione per un nuovo, grande “gig in the sky”. “Marooned” è un esempio perfetto di come usare con gusto e fantasia la pedaliera Whammy: Gilmour è un maestro di stile, inimitabile e tra i più imitati. La successiva “A Single Spark” (5:39) è entrata in scaletta solo negli ultimi due concerti di Londra. Migliorata rispetto alla versione in studio, guadagna fascino grazie alle coriste, al solido drumming di Adam Betts e soprattutto al solo finale di Gilmour.

Il tema della fugacità della vita si collega perfettamente ai due brani seguenti, confermando l’abitudine di Gilmour di costruire la scaletta per affinità musicali e tematiche. “Wish You Were Here” (auguri per i suoi splendidi 50 anni!) è un classico che non ha bisogno di presentazioni. I suoi 5 minuti e 26 sono carichi di emozioni difficili da esprimere. Unica nota: il pianoforte di Phillinganes al minuto 3:44, troppo nervoso rispetto a quello di Wright. Come diceva Miles Davis, sono importanti anche le note non suonate. E, a causa di Roger Waters, da quando i Pink Floyd l’hanno eseguita al Live8, mi aspetto sempre la sua voce con la dedica a Syd Barrett. Maledetto!

Alle successive “Vita Brevis” (0:44) e “Between Two Points” (5:45) manca l’introduzione di Gilmour, che orgogliosamente presentava sua figlia Romany sul palco (lo fa invece il DVD di Roma). La cover del duo pop The Montgolfier Brothers è splendida e mette in luce il talento della più giovane dei Gilmour – ben otto figli, più dei suoi album solisti! Sono certo che Gilmour ha scelto Romany non solo per il legame familiare, ma per le sue qualità artistiche. Lei ha ripagato la fiducia con energia, entusiasmo e bravura, evidenti a tutti coloro che hanno assistito ai concerti.
Così come accadeva nei concerti dei Pink Floyd del 1994, la prima parte dello show si concludeva con la lunga e intensa “High Hopes” (9:41), ormai un classico dell’artista, la cui meraviglia credo sia inutile da evidenziare. Mi va di sottolineare sia la slide che il momento di chitarra acustica che Gilmour regala al suo pubblico: da manuale. Non mi è piaciuto però il suono dei violini (6:33), che avrei abbassato in fase di missaggio finale. Dettagli. Toh, è finito il primo CD. Mi faccio un caffè e torno ad ascoltare il secondo dischetto. Lo preparo anche per voi? Con o senza zucchero?

La seconda parte dello show

La lunghissima “Sorrow” (10:54) apre il secondo CD: potente, penetrante e implacabile, impossibile ti lasci indifferente. Funziona anche solo nell’ascolto, al netto delle meraviglie visive regalateci da quel mostro di Mark Brickman. Provate ad ascoltarla senza la tentazione di tenere il ritmo con la testa, muovere il piede o addirittura sculettare a tempo. No? Insensibili, o siete per caso watersiani? Intanto, beccatevi 'sto solo finale, che è veramente tanta roba, con Pratt che ha deciso di picchiare duro. Che suono! “The Piper’s Call” (4:52), che era il primo singolo dell’ultimo album, è ben eseguita, e gli arrangiamenti seguono un po’ troppo pedissequamente la versione in studio. Osare ogni tanto di più sarebbe chiedere troppo? Intanto ci godiamo la voce di Romany, che male non fa. So che sembra scontato, ma mi piace segnalare il solo finale di papà (e anche nonno) David. È proprio vera quella teoria per cui puoi dargli un ukulele e te lo farà suonare come uno Stradivari.

Nostalgia di “The Division Bell”? Per voi c’è “A Great Day For Freedom” (6:17), che in pochi sanno si chiamasse “In Shades Of Grey”. Il lavoro sulle voci, sul finale del brano, è veramente profondo e toccante: le quattro ugole di Romany, le Webb Sisters e Louise Marshall si intrecciano divinamente alla chitarra di mister Gilmour e a quella del suo secondo, Ben Worsley, che volano ad altitudini inaudite. A proposito di chitarra e di intensità, noto che la successiva “In Any Tongue” (8:10), introdotta dal magistrale fischio di Romany (tutta sua madre, lo so, lo capiranno in pochi, ma vi regalo un indizio: Live8), ha già spento le dieci candeline (è del 2015), e che mi piace sempre di più, nonostante la struttura molto simile a quella di “Comfortably Numb”. Un solo appunto: i cori di voci maschili, sul finale, mi sembrano un po’ troppo carichi di inutile potenza. Anche qui, dettagli.
Il concerto arriva al momento dell’immancabile tributo a Richard Wright, scomparso nel 2008, grazie a due canzoni che Gilmour ha unito nello stesso momento del concerto. La prima, celestiale e sognante, è una interessante rilettura di “The Great Gig in the Sky” (6:52), che cerca di discostarsi dalla performance originale di Richard Wright con la voce di Clare Torry, in quella che risulta forse un po’ troppo prolissa ma comunque molto bella. Il merito va all’ottima Louise Marshall, che suona il piano e canta, con il sostegno magistrale delle altre tre coriste che la seguono, modulando le loro voci utilizzate come fosse uno strumento, in un’atmosfera dall’infinito fascino. La seconda parte del tributo è “A Boat Lies Waiting” (5:01), inciso da Gilmour nel 2015 su “Rattle That Lock”. Ritrovare la frase di Wright (al minuto 2:08) è ogni volta emotivamente toccante, come nei concerti. Le quattro coriste si uniscono a David in un canto corale che ti taglia l’anima in due; l’intimità e la spiritualità che si celano in queste note sono tali da dover ogni volta trattenere le lacrime.

Rispetto il valore che l’artista riserva a “Coming Back to Life” (7:09), ma al di là di questo e dell’interessante diteggio di chitarra che la introduce, continua a non smuovermi particolari emozioni. A darmi una svegliata ci pensa “Dark and Velvet Nights” (4:43), una vera botta di vita che sprizza energia in ogni sua nota. Gilmour si diverte, le coriste si dimenano, Pratt fa il ganzo e strapazza il suo Fender Jazz, si balla e si salta felici. Poghiamo? Evitiamo, alla nostra età.

il momento più alto dello show

Gli ultimi tre brani del “The Luck and Strange Concerts” sono, a mio avviso, il momento più alto dell’intero show. Apre le danze “Sings” (5:26), che offre un momento più intimistico della vita privata di Gilmour (guardate il filmato sul DVD registrato a Roma). Pur nella sua semplicità – o forse grazie a quella – il brano ti cattura e funge da ponte al momento più intenso del concerto, il finale riservato a “Scattered” (7:53) prima del tanto atteso bis. La sua intensità, l’arrangiamento orchestrale e la sua progressione musicale, già apprezzata nella versione in studio, acquisiscono pathos e calore nel live, un fiume in piena emozionale che ti travolge. Non temo smentite se la annovero tra le migliori canzoni mai suonate da Gilmour. L’intermezzo al pianoforte (dal 3:02) è inoltre bellissimo e ha vita propria grazie alla bravura di quel genio strumentale di Rob Gentry. Un brano fantastico, eseguito magnificamente, con il quale il concerto potrebbe anche chiudersi qui. Ve li immaginate ventimila spettatori che assistono a un concerto di Gilmour senza che l’artista possa suonargli “Comfortably Numb”? Vi pare fattibile? Infatti, non lo è.
La band torna sul palco “a grande richiesta” e offre l’ennesimo miracolo chitarristico di Mr. Gilmour: suonare uno dei brani più celebri (e copiati) del suo repertorio pinkfloydiano, con la capacità di renderlo, di volta in volta, diverso, se non migliore o addirittura sempre più bello.
Si parla, ovviamente, di “Comfortably Numb” (8:52) che come insegnano gli esperti nel 1978 era una demo che si chiamava “The Doctor”. Tra Pink Floyd e solisti, dal 1980 a oggi Gilmour l'ha suonata instancabilmente più di cinquecento volte! Ogni volta sai che non potrai resistere al fascino dei suoi due celebri “solo” di chitarra: il primo è più breve, quasi sempre uguale nella struttura, mentre il secondo parte con la stessa modalità di sempre, per poi implementare sempre più, con l’obiettivo di devastare il pubblico, che al termine della performance è letteralmente ai suoi piedi.

Tornare a casa e rivivere le emozioni

Il concerto si chiude con la voce di Gilmour che ringrazia il pubblico. È tempo di tornare a casa, ma grazie a questo doppio CD possiamo rivivere l’emozione indelebile di quei momenti.
La speranza è che Gilmour torni presto a esibirsi dal vivo. Ha già dichiarato che, entro un paio d’anni, proverà a pubblicare un nuovo album e, se la salute glielo permetterà, a riportare sul palco la magia della sua musica. La band? Sarà la stessa dell’ultimo tour — parole sue: i migliori musicisti con cui abbia mai lavorato. Ascoltate “The Luck and Strange Concerts” e capirete il perché.
 

(Articolo originale su Rockol.it)

condividi