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Com’è andare a un concerto di Tony Pitony

04.06.2026 Scritto da Mattia Marzi

È il fenomeno del momento, riuscito in una manciata di mesi a passare dal far parlare di sé sui social all’avere una presenza sempre più centrale anche nei contesti “istituzionali” della musica italiana, tanto da essere portato in pompa magna a Sanremo e finire al centro di uno dei momenti più chiacchierati del Festival, quello che ha visto Ditonellapiaga vincere la serata delle cover. Tony Pitony è tra gli artisti italiani che hanno lasciato maggiormente il segno in questo 2026, finendo al centro del dibattito culturale (soprattutto per via dei testi delle sue canzoni, spesso accusati di misoginia, sessismo e di veicolare una volgarità deliberata che alcuni leggono come provocazione artistica e altri come semplice ricerca dello scandalo). Un’esposizione che ha contribuito a polarizzare rapidamente la sua immagine pubblica, dividendo ascoltatori, addetti ai lavori e pubblico generalista tra chi considera la sua una proposta di rottura nel pop italiano e chi, invece, la vede come un fenomeno più legato all’effetto virale che altro. Intanto il suo tour estivo ha superato quota 130 mila biglietti venduti. Partirà ufficialmente domani da Cortona, con un concerto allo Stadio Comunale Santo Tiezzi. Ma una prima anticipazione è arrivata lo scorso venerdì, quando Tony Pitony si è esibito allo Spring Attitude di Roma, a La Nuvola. Non una comparsata, ma un concerto vero e proprio, durato circa un’ora e mezza, davanti a un pubblico di 9 mila persone. Un’occasione per vedere in azione il fenomeno e comprendere qualcosa di più su tanto successo.

Il pubblico che riempie La Nuvola ha un profilo abbastanza riconoscibile: età media tra i 20 e i 30 anni, per lo più studenti universitari, chi ingegneria, chi matematica. Un pubblico che si esalta a cantare senza esitazioni testi volutamente espliciti e provocatori, tra riferimenti sessuali e pornografia, e che sembra vivere le canzoni e i versi che le compongono più come parte di un codice condiviso che come elemento scandaloso. Sembra esserci della catarsi, o comunque un abbassamento della soglia di imbarazzo collettivo, in cui il registro volutamente estremo dei testi viene assorbito e restituito come gioco di gruppo, più che come provocazione individuale. «Tony, Tony, Tony», è il coro che si alza dal parterre e che si ripete a intervalli regolari per tutta la durata del live, mentre lui, con quella maschera da Elvis (che compare anche, gigantesca, sullo schermo alle sue spalle), sorride e saluta.

“Sessonline”, “Rio De Janeiro”, “L’uomo cannone”: sul palco, Tony Pitony alterna parti cantate a momenti parlati, con una struttura che non segue uno schema fisso. La band sul palco e suona in modo continuo. Musicalmente il livello è alto, ma non è una sorpresa. Lo abbiamo scritto anche in tempi non sospetti: gli arrangiamenti dei brani sono curati, le sonorità piacevoli, le performance ben suonate. In questo ricorda, in parte, gli Elio e le Storie Tese, anche se con (molti) meno virtuosismi. Prendete “Culo”, tra i suoi brani più contestati: se non fosse per quel testo, non sfigurerebbe nella discografia di Giorgia. Oppure l’irresistibile “Mi piacciono le nere”, tra blues e funky, che sembra uscire fuori da un disco di Zucchero o dal primo Pino Daniele: «Mi piacciono le nere, non sono razzista / il nero non è più un colore che mi rattrista / mi piacciono le nere, non sono banale, no / finalmente sarò io quello che si farà schiavizzare». Ma attorno alla musica si innesta una componente performativa fatta di interruzioni, sketch e digressioni.

In uno di questi passaggi entrano in scena personaggi come Smerdino e Danilo, figure note sui social social grazie a gag virali a tema culinario, che costruiscono brevi situazioni surreali, legate a cucina e quotidianità deformata. «Hai ordinato tu la pasta? È cremosa», dice uno dei personaggi, alludendo alla scarsa consistenza del piatto. E l’altro concede al pubblico «una spadellata sburrevole». Poco dopo, il concerto si interrompe per una pausa improvvisata. Tony dice di dover andare in bagno e lascia il palco per qualche minuto: «Devo andare in bagno, altrimenti non riesco a continuare. Come Rosalía», spiega. È un momento che rompe la continuità dello show e che viene poi riassorbito senza particolari spiegazioni, come se fosse parte del flusso. Passaggi, questi, che fanno parte di una scrittura costruita per non restare su un solo piano di lettura.

“Donne ricche” è uno dei momenti più attesi. Del resto è il brano più popolare di Tony Pitony, il più virale: «È quel momento lì - dice lui, annunciando la canzone - vorrei cantassimo questo brano tutti insieme: deve ergersi un’unica voce». Il pubblico esegue, senza bisogno di essere convinto. Partono applausi, cori da stadio. Qualche flash si accende a mo’ di accendino, mentre Tony Pitony canta - e i 9 mila con lui: «Resterò su di te / come uno schizzo disegnato da Monet / ho il cazzo duro scoppia come Chardonnay / voglio stapparlo con te stanotte». È il punto più alto - o basso, a seconda dei punti di vista - della catarsi di cui sopra.

Intanto fuori dal palco il progetto continua a muoversi anche sul piano discografico. Il nuovo singolo “Cadillac”, uscito dopo “L’ammor” con Tommy Cash, segna un passaggio più vicino ai meccanismi dell’industria musicale. La collaborazione con Guè e Shablo sembra inserirsi in una fase in cui il progetto si sta progressivamente strutturando. Che il fenomeno si stia già standardizzando, normalizzando? Forse questo tour aiuterà a capire come il progetto potrà reggere su scala più ampia.


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