La voce è di quelle che hanno fatto la storia, portando il progressive rock italiano ai massimi vertici internazionali. Bernardo Lanzetti, storico frontman della PFM negli anni Settanta, torna a esplorare nuovi orizzonti sonori con il suo ultimo album, Inseguendo il Maestro.
È un lavoro che sfugge alle etichette facili: un mosaico trasversale in cui convivono rock, pop, venature di blues sinfonico e due nuove versioni di brani originariamente scritti per Ornella Vanoni (Non andare e Ombre in attesa). Dietro una struttura all'apparenza più accessibile, si nasconde una ricerca compositiva profonda: il DNA prog di Lanzetti emerge non tanto nella dilatazione delle suite, quanto nell'illusione musicale, in quell'attitudine a manipolare gli accenti per sovvertire le aspettative dell'ascoltatore. Lo ha spiegato lui stesso, svelandoci il dietro le quinte di una scrittura che non smette di sfidare le regole:
“Inseguendo il Maestro”. Chi è il Maestro che insegui?
Parto dalla mia condizione di autore: mi voglio presentare come autore perché ho trovato una chiave per poter scrivere testi e musiche ispirandomi ai grandi maestri, a cui io non riuscirò mai ad avvicinarmi. L'artista ha nel cassetto un sacco di cose, il problema è come organizzarle. E a volte i maestri inconsciamente dicono come fare. Preparano il terreno e così le parole e le musiche possono andare al loro posto. È chiaro che raggiungere il maestro non è mai attuabile perché il maestro è sempre avanti a noi. Però la ricerca fa parte della vita artistica.
Quindi non c'è un nome preciso.
Se parliamo dei testi, io sono cresciuto con i testi di Bob Dylan, di Leonard Cohen. Springsteen è un contemporaneo, quindi non ci sono cresciuto, ma mi sono misurato anche con lui. Ma anche con i grandi poeti del passato: quando facevo la terza media, ero stato folgorato da Ungaretti. Ogni tanto mi viene ancora in mente che sarebbe bello poter fare della musica minimale inserendo dei testi alla Ungaretti. L'avanguardia mi ha sempre appassionato. Un artista che lavora con la musica deve parlare con la musica: non basta dire che una canzone parla di una moto che sfreccia su un'autostrada. La musica deve raccontare la moto che sfreccia. E certo non è semplice, però molti artisti d'avanguardia ci sono riusciti e ci stanno riuscendo ancora.
Ti piace sperimentare con la voce: hai anche un guanto molto particolare per farlo.
Sì. Il microfono ha un problema: capta anche gli altri suoni attorno. Allora per isolare i suoni della mia voce mi sono inventato questo guanto con i sensori, con un interruttore: lo appoggio sulla mia gola, apro l'interruttore e solo le vibrazioni della mia gola vengono captate. Ultimamente sto sperimentando molto con tutto il mio apparato vocale. Da alcuni scienziati e docenti mi è stato riferito che ho una elasticità dell'apparato vocale insolito per i maschi che hanno più di 55 anni. Ora io ne ho 77 e quindi mi sono dedicato ancora più allo studio del canto armonico, del canto culturale e ho scoperto che riesco a fare cose a cui non mi ero mai dedicato. Ho tutti i suoni, da quello basso a quello alto, ma di molti non so che cosa farmene. Sono in contatto con diversi giovani, appassionati di questo tipo di vocalità, per vedere se si riesce a fare qualcosa insieme. Loro sono più bravi di me perché da tempo studiano, però io faccio cose che loro non sono capaci di fare. Quindi ci scambiamo a questo livello.
Molti artisti oggi tornano a suonare nella frequenza di Mozart e di Verdi, i famosi 432 Hertz. Credi nel potere curativo della musica?
Sì, io ci credo. Ma è un problema quando si va a registrare, perché si usano dei medium che vanno ad annullare molto la cura. È molto più efficace farlo dal vivo. Il potere curativo della musica e anche del canto – sia per chi canta, sia per chi ascolta – è un obiettivo che intendo perseguire, perché siamo sganciati da qualsiasi tipo di mercato, da qualsiasi tipo di critica. Ci portiamo lo strumento addosso tutti i giorni, possiamo esercitarci, possiamo migliorarci, possiamo confrontarci senza filtri e senza orpelli. Lo consiglierei a tutti quelli che sono appassionati di canto.
Hai partecipato a The Voice Senior. I talent funzionano ancora?
Ho partecipato perché mi era già stato chiesto, anni fa. Questa volta mia moglie mi ha detto “ma dài, proviamo ad andare…” e il mio amico arrangiatore e produttore mi disse “sì, però guarda qualche puntata prima”. Ma io non ho la televisione da 15 anni, non posso guardare queste cose che mi deprimono. Quindi ci sono andato con molta innocenza. In un’intervista giù dal palco mi chiesero che cosa ne pensassi della trasmissione: dissi che secondo me non era una trasmissione sulla musica e che noi non eravamo dei cantanti nella trasmissione, ma degli attori che recitavano la parte che avevano scelto per noi. Pensavo di aver detto una cosa molto intelligente, invece fui tagliato. Però è sempre positivo, quando si canta dal vivo.
Nel tuo disco ci sono due nuove versioni di canzoni composte per e interpretate da Ornella Vanoni.
Ho ricordi molto belli e simpatici di Ornella. Per un periodo ho frequentato Ivano Fossati. Ho lavorato anche nel suo disco Ventilazione. Ai tempi gli feci avere una cassetta di canzoni che avevo scritto che non sapevo come utilizzare perché ancora mi muovevo molto nell'avanguardia e nel prog. Lui la fece sentire a Ornella e scelsero due pezzi. Mi chiamarono a Milano, a casa di Ornella. Guardammo bene le parole, perché i testi erano maschili, qui e là bisognava cambiare qualche aggettivo. A un certo punto, quando arriva la frase “mi trovi sola in cucina a fissare la fiammella del gas” (in Non andare, ndr), lei mi guarda e mi fa: “Ma come fai tu a sapere che io faccio queste cose?”. E poi aveva un po' di racconti e aneddoti su quando Dalla e De Gregori erano andati a trovarla in quella stessa casa. Ma forse la cosa più bella è stata quando lei ha fatto i provini per cantare i pezzi in Italia prima di andare in Inghilterra (perché hanno inciso l'album in Inghilterra, con un arrangiatore inglese). Per Non andare, lei mi disse di raggiungerla nella sala, accanto all'asta del microfono: “Tienimi la mano, perché questo pezzo sembra facile, ma non è così facile. Così mi fai coraggio”. Allora io la tenni per mano. Era vestita molto rock, di pelle, con i tacchi a spillo eccetera. Fu molto emozionante.
Sei stato la voce della PFM negli anni in cui il prog era al suo massimo splendore.
Ho dei ricordi bellissimi, soprattutto dei primi due anni. Sono arrivato tre giorni prima che si entrasse in sala a registrare Chocolate King. Per la verità, loro mi avevano già convocato mesi prima, ma io avevo l'album Mass Media Stars degli Acqua Fragile in uscita. Chiesi una settimana di tempo per prendere una decisione, la band si offese e decisero di mollarmi e di chiamare Ivan Graziani. Ivan Graziani all'epoca non era il cantautore che sarebbe poi diventato, ma era comunque un bravo chitarrista. Lavorarono con lui per sei mesi, poi, tre giorni prima di registrare il disco, ebbero un ripensamento, mi chiamarono e io andai a Milano. Avevo in tasca solo il portafoglio e la spazzola, perché avevo i capelli lunghi, come si usava allora. Rimasi a Milano a lavorare con loro e il mio debutto dal vivo fu a Tokyo nel dicembre successivo. Poi Gran Bretagna, Stati Uniti. L’album successivo, Jet Lag, era un concept interamente sviluppato dal sottoscritto. Poi tornai a cantare in italiano e si arrivò a Passpartù, ma già in quell'album mi misero un po' da parte, sfruttando anche il fatto che quando dovevamo preparare i provini io avevo l'influenza e non potevo andare a Milano; cantarono loro, quindi le tonalità erano tutte non adatte a me.
Negli anni Settanta il prog parlava a tutti, oggi è una nicchia. Il pubblico di oggi non è più educato all’ascolto?
Sì, è vero. C’è anche un fatto generazionale: ogni generazione lotta per avere la propria musica, avere i propri stimoli. Il prog era una musica che comunque faceva pensare, aveva riferimenti con la musica classica, con certe forme di jazz d'avanguardia. I testi anche quelli erano complessi, si cercava di trattare argomenti in maniera diversa e quindi l'ascolto era un rito. Oggi c'è ancora la nicchia, ma è vero che le nuove generazioni vogliono parlare d'altro, questa musica è troppo complessa e loro devono consumarla più in fretta. Si dice che la musica sia di tutti: io non lo voglio negare, però certa musica è per chi si applica. Non si può pretendere che tutti possano capire Stravinskij, o i King Crimson, o certi brani dei Genesis, dei Van der Graaf Generator. Per poterli apprezzare, bisogna essere preparati o aver voglia di prepararsi. Anche io non capivo sempre tutto, solo che a volte se sentivo la musica che non capivo cercavo di trovare una breccia per poter arrivare a capirla. Il pubblico di oggi vuole cantare le canzoni, ma per me è un'offesa. Se vado a sentire un cantante devo sentire lui, non quello che canta stonato storpiando tutto. Però è innegabile che i concerti sono di massa perché funzionano così: uno non va a sentire un cantante, va a cantare con lui. Chi sono io per poter bocciare questa cosa?
A proposito di confronti generazionali, nel disco c’è una traccia che si chiama Boom boomer.
Di solito i Boom boomer si rivelano quando c'è da smanettare col telefonino o con le app. Però è innegabile che i boomer hanno avuto una musica meravigliosa, anzi una serie di musiche. Vogliamo parlare di cantanti? I modelli dei cantanti sono tutti degli anni ‘70 ormai, non c'è nessuno che è diventato maestro nel cantare dopo gli anni ‘70. Io ci prendo un po’ in giro, ma è innegabile che siamo stati molto fortunati. Quando a 16 anni sono arrivato negli Stati Uniti, la prima canzone che ho sentito in un’autoradio è stata Like a Rolling Stone di Bob Dylan. Un'esperienza che non so in quanti possano ripetere oggi, pur con altri artisti o altri mezzi di comunicazione. Solo che dopo tutta questa fortuna, adesso mi scontro con un mondo che non solo non mi piace, ma a cui non piaccio io.
Oggi mancano i maestri?
Sì, oggi mancano i maestri. O semplicemente non riusciamo a riconoscerli nelle piccole cose. Nel mio album io scrivo con la chitarra e rimango uno strimpellatore, però ho delle idee chitarristiche molto valide e quando non riesco a suonarle chiamo i chitarristi bravi che rimangono un po' sconcertati perché dicono “ma questa è un'idea antichitarristica”. Io gli chiedo di eseguirla ugualmente e alla fine mi dicono che funziona. Nell'album c'è la scrittura chitarristica, ci sono i testi in italiano più o meno profondi e c'è la voce. Ti dirò che cantare in italiano non è così facile rispetto a cantare in inglese, perché noi vocalist siamo cresciuti con la lingua inglese come abecedario e la lingua italiana ha bisogno a volte di regole contrarie, perché se tu applichi quello che hai studiato in inglese diventi ridicolo. Dopo aver cantato questo disco, stimo di più alcuni cantanti italiani che sanno cantare bene con la nostra lingua.
Se il mondo non ti piace e viceversa, che cosa ti ispira?
L'ispirazione è nella testa, nello spirito che gira attorno alla testa e ripeto la teoria dell’artista che ha le cose nel cassetto: uno non si accorge, ma mette le cose nel cassetto. Bisogna avere il momento di tirarle fuori, loro escono e si mettono tutte in posizione. Faccio un esempio. Anni fa con il gruppo dei Volpini Volanti giravamo per Milano con il loro furgone e pioveva. Fermi al semaforo, vedo sotto una tenda di un bar tabacchi dove i ragazzi si rifugiavano c'era Loredana Bertè che si baciava con un bel ragazzo con la camicia bianca. Io guardai la scena e basta. Anni dopo mi chiesero un brano per Loredana. Il cassetto si aprì e uscirono queste parole: “Fuori dal bar tabacchi / Io che ti abbraccio forte” (incipit di Una sera che piove, ndr). Non mi ero accorto di averle registrate nella testa, ma loro si sono ricordate di uscire.
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