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"Backrooms" funziona anche grazie alla colonna sonora

16.06.2026 Scritto da Lucia Mora

Backrooms - lungometraggio d'esordio del ventenne Kane Parsons sotto l'egida di A24 e della scuderia di James Wan (regista di Saw e di The Conjuring, per citarne due) - è la dimostrazione lampante di come un'idea fortissima possa polverizzare i limiti di un budget contenuto. Nato come creepypasta e deflagrato come fenomeno web su YouTube (ma pure su TikTok), il film esplora la "liminalità": spazi di transizione deumanizzati dove il subconscio collassa in un incubo claustrofobico.

L'estetica visiva – chilometri di moquette gialla e labirinti di uffici identici – è ormai radicata nell'immaginario di chi è cascato in questi loop inquietanti, ma per elevare la pellicola da fenomeno di internet a vero e proprio horror psicologico di matrice lynchiana, Parsons ha dovuto fare affidamento sull'invisibile. È l'infrastruttura sonora, infatti, a rendere l'opera un reale trauma sensoriale.

Come suona una prigione?

In un horror tradizionale o nei blockbuster ad alto budget, la musica ha spesso uno scopo didascalico: costruisce la tensione e anticipa lo spavento esplodendo nel jumpscare. In Backrooms, la colonna sonora fa l'esatto opposto: dilata l'attesa all'infinito, togliendoti ogni punto di riferimento.

Co-composta dal regista stesso e dal musicista canadese Edo Van Breemen, l'imponente partitura (pubblicata da A24 Music in un'edizione da 27 tracce) rinuncia quasi del tutto a temi melodici convenzionali. Si muove invece attraverso territori dark ambient, droni minacciosi e un sound design che fa sfumare costantemente il confine tra la stanza fisica e la musica.

Tracce come Handprint o la dilatata Complex non accompagnano l'azione: diventano esse stesse parte dell'architettura angosciante del film. L'idea è tradurre in sonoro lo spazio liminale: un ambiente progettato per il transito temporaneo che si è inceppato, trasformandosi in una prigione eterna.

L'eredità di David Lynch

Il richiamo a David Lynch non si ferma alla logica onirica e surreale delle sequenze, ma affonda a piene mani nel modo in cui Lynch e il suo storico tecnico del suono, Alan Splet, concepivano l'orrore fin dai tempi di Eraserhead. In Backrooms, la minaccia principale non è solo l'entità che si aggira per i corridoi, ma l'ambiente stesso. Van Breemen e Parsons rendono tangibile questa minaccia lavorando in modo chirurgico sull'isolamento acustico e sulle frequenze di disturbo: quello che all'inizio del film è un semplice ronzio dei neon viene impercettibilmente campionato, stratificato e trasformato in un tappeto ritmico asfissiante.

L'uso di synth analogici volutamente sfasati crea un senso di nostalgia corrotta, come se la memoria collettiva di un ufficio degli anni '80 stesse marcendo in tempo reale. In brani come Furniture Lament, emergono melodie spezzate e accenni di "musica da ascensore" che si interrompono bruscamente, mimando il modo in cui il cervello umano cerca disperatamente schemi e logica laddove c'è solo alienazione.

I Boards of Canada

A suggellare questa cattedrale del disagio c'è l'uso, nei titoli di coda, di un brano estratto da Inferno, il nuovo album del duo scozzese Boards of Canada.

Pionieri incontrastati dell'hauntology (concetto filosofico coniato da Jacques Derrida nel libro Spettri di Marx, una crasi in francese tra infestato e ontologia che descrive la condizione in cui il presente è perseguitato dai fantasmi del passato e da futuri perduti), maestri nell'usare sintetizzatori analogici e campionamenti vocali per evocare ricordi di un passato mai esistito, i Boards of Canada possono essere considerati i padri spirituali dell'estetica sonora delle backrooms. La loro musica chiude il film rendendo esplicito il sottotesto dell'opera: una generazione persa nei labirinti del proprio stesso passato ricreato artificialmente.

Se il film di Parsons sta avendo un successo così trasversale (è il primo film dello studio a superare i 200 milioni di dollari, con un costo di realizzazione inferiore ai 10 milioni), il merito è in gran parte di questo ecosistema sonoro viscerale. Perché quando lo schermo diventa nero alla fine della proiezione, è quel ronzio disturbante che ti porti a casa.


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