“Nostalgia? No, siamo qui perché abbiamo bisogno di carezze!”. Al Kozel Carroponte, alle porte di Milano, le parole rimbalzano sul pubblico e finiscono per racchiudere il senso dell’intera serata. Perché il ritorno dei Litfiba nella formazione storica per i quarant’anni del loro classico “17 Re” non è una semplice operazione nostalgia, quanto un viaggio dentro un immaginario che continua a parlare al presente tra inquietudini, poesia e ribellione.
E a colpo d’occhio è subito evidente. Sotto il palco convivono generazioni diverse, tra irriducibili che hanno consumato i vinili della “Trilogia del Potere” e giovani attratti da un repertorio che continua a rappresentare un riferimento imprescindibile per il nostro rock. Quando, imbeccato da Piero Pelù, l’intero pubblico alza la mano al cielo per certificare la propria presenza negli anni Ottanta la sensazione è quella di una platea sorprendentemente unita e reattiva, persino a dispetto di un’anagrafe che potrebbe raccontare una storia piuttosto diversa.
Di simbolismi e visioni
Così, se nel 1986 la band toscana aveva risposto al clima teso di un’epoca attraversata da trasformazioni sociali e tensioni collettive con un disco sospeso tra realtà e allegoria, forse non poteva immaginare che quel mondo sarebbe sembrato oggi ancora tanto vicino. Nuovamente nella formazione storica, Piero Pelù, Ghigo Renzulli, Antonio Aiazzi e Gianni Maroccolo, insieme al batterista Luca Martelli, riportano in scena simbolismi e visioni di una stagione alquanto instabile. E ancora paurosamente somigliante a quella attuale, anche a distanza di quattro decenni.
Alle 21.15, dopo l’intro strumentale di “Febbre” il quintetto apre proprio con “17 Re”, il brano che aveva dato il titolo al disco, ma che ha finito per essere escluso dalla tracklist definitiva. Un prologo quasi simbolico per tutto l’immaginario ora evocato dall’album. Ricomposta quindi l’alchimia originaria, Maroccolo riprende a essere il motore ipnotico, Aiazzi rilancia le suggestioni dark e new wave che hanno definito l’identità della formazione, mentre Ghigo intreccia riff e aperture melodiche con la consueta autorevolezza. Infine, Martelli aggiunge grinta e dinamismo, senza tradire lo spirito originario dei brani.
In questo modo, si manifesta tutta la dimensione rituale di “Come un Dio” e “Pierrot e la Luna” mostra in pieno il suo romanticismo oscuro e decadente. Ancora, “Ferito” e “Apapaia” confermano quanto il quintetto riesca a combinare ricerca e impatto emotivo. Non mancano neppure gli episodi più diretti, come le cupe riflessioni di “Re del Silenzio” e “Sulla Terra”, fino al furore etilico di “Gira nel mio cerchio” in grado di esplodere in una scarica di forza quasi primordiale. Spiccano tracce che sul palco hanno avuto vita piuttosto breve, alcune assenti fin dal tour del 1987, come “Oro nero”, “Univers” o “Tango”. In più, con le sferragliate elettriche di “Cane” e “Resta” la scaletta tocca uno dei suoi vertici più rocciosi e sanguigni.
Bandiere in libertà
Al centro rimane naturalmente Piero Pelù. Istrionico, teatrale, carismatico e del tutto a suo agio nel sostenere un repertorio affatto semplice. Il frontman alterna con la consueta gestualità interpretazioni intense a momenti di dialogo. Commenta l’attualità del nostro tempo senza giri di parole e prende posizione sulle cause che da sempre gli stanno a cuore. Ironizza quindi volentieri sui “bulli del mondo” e scalda gli animi con i temi della libertà artistica - “Liberi liberi, bravi tutti” -, dell’intolleranza, delle dipendenze, dei fascismi di ritorno e sventola tanto le bandiere della Palestina e del Kurdistan, quanto il Tricolore italiano, simbolo di un’idea di Paese che non vuole piegarsi alle logiche di indifferenza e prevaricazione.
Anche se istintivo, difficilmente si potrebbe immaginare Pelù in una veste più accomodante. Ma è proprio da questi momenti che emerge lo spirito più barricadero dei Litfiba. “Se penso a chi rischiamo di avere come prossimo Presidente della Repubblica, mi vengono i brividi, con questo caldo...”, scherza, beffardamente, con il pubblico che risponde con entusiasmo, sia alle invettive più decise che ai racconti più leggeri, tra notti insonni e ricordi di un’epopea a tratti irripetibile.
Chiusa l’esecuzione integrale dell’album, la band si concede una pausa prima di tornare sul palco per una serie di bis, tutti legati allo stesso periodo storico. Arrivano così, in rapida successione “Istanbul”, “Santiago”, “Eroi nel vento” - con una sentita dedica all’indimenticato batterista Ringo De Palma - quindi “Tex” e l’inno “Cangaceiro” che chiude definitivamente lo show, tra cori liberatori e un ultimo bagno di energia collettiva.Dopo quasi due ore di spettacolo, si esce così dall’area del Carroponte con la sensazione che “17 Re” non appartenga solamente al 1986. A quarant’anni dalla sua pubblicazione, continua a raccontare le fratture sociali e politiche che ne avevano delineato lo scenario. Forse perché dietro quelle immagini visionarie i Litfiba avevano intercettato qualcosa di più profondo, la consapevolezza che la storia non procede mai in linea retta. E che i suoi fantasmi - o le scimmie con la corona, ça va sans dire - prima o poi, tornano sempre a bussare alla porta.
SETLIST
Febbre (Intro strumentale)
17 Re
Come un Dio
Oro nero
Sulla Terra
Vendetta
Ferito
Apapaia
Ballata
Re del silenzio
Pierrot e la luna
Univers
Tango
Cafè, Mexcal e Rosita
Gira nel mio cerchio
Cane
Resta
Bis
Il vento
Istanbul
Santiago
Eroi nel vento
La preda
Tex
Cangaceiro
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