C’è una foto di qualche tempo fa, diventata virale, di Dave Grohl che mostra con fierezza una maglietta dei Kina. Il nastro si riavvolge fino agli anni ’80, quando il frontman dei Foo Fighters era il batterista degli Scream e ha suonato sullo stesso palco della band punk-hardcore valdostana, in Italia considerata all’unanimità seminale per gli amanti del genere. Una formazione coraggiosa, mai allineata perché “orgogliosamente provinciale”, sorta da una città anomala per le mappe della musica, Aosta, che da gabbia asfissiante con il tempo della maturità è diventata un rifugio dalle pressioni. Abbiamo chiesto al batterista Sergio Milani, fondatore e componente della band insieme a Gianpiero Capra e Alberto Ventrella, per la nostra rubrica sui cinquant’anni del punk, di raccontarci la storia dei Kina, a cui è stato dedicato anche il bel documentario “Se ho vinto, se ho perso”. Il prossimo 7 novembre saranno al Teatro Concordia di Torino per i vent’anni di carriera dei Bull Brigade, creando così un ponte tra generazioni.
Sergio, partiamo dagli inizi: per quale anomalo allineamento di pianeti si formarono i Kina?
Eravamo e siamo ad Aosta. Ora tu la vedi come una città a misura d’uomo, ma negli anni ’70 era una tragedia. Era piena di caserme, non c’era nulla. A parte qualche radio libera. In queste radio bazzicavano i liceali del tempo, erano un punto di incontro. Non so perché iniziai ad ascoltare il punk, ma ricordo che alcuni gruppi famosi, incredibilmente, venivano passati dai programmi radiofonici della Rai e, senza una grande cognizione di causa, anche da alcune di queste radio. Li scoprii così. Ricordo trasmissioni Rai e in tv su Ramones e Sex Pistols, rimasi sorpreso. Ai tempi suonavo nella banda della città, sentivo questi gruppi punk fortissimi e speravo che ad Aosta ci fossero altri ragazzi come me innamorati di quel sound, magari con in testa l’idea di mettere su una band. Un giorno andai nella sede di una di queste radio libere, Radio Aosta International, e mi proposi per realizzare un programma.Una scelta che cambiò la traiettoria di vita?
Sì. Accettarono, andavo lì una volta alla settimana. Rimasi folgorato perché in sede, oltre ai classici Pistols e Ramones, c’erano dischi incredibili di Elvis Costello e Patti Smith, Joe Jackson, Clash, Jam, Damned, Stranglers e tanto altro. Tra i mixeristi della radio conobbi Gianpiero Capra e anche Marco Brunet, che poi più avanti, negli anni ’90, diventerà chitarrista della band sostituendo per qualche anno Alberto Ventrella.Qual era il clima e come si arrivò alla nascita del gruppo?
Ai tempi c’era un bel dibattito, un prendersi per il culo su quelli che erano i gusti musicali. C’era una generazione cresciuta con Crosby, Stills, Nash and Young, che amava i Pink Floyd e i Genesis, la “roba colta”, ma a me piaceva il punk. Pestavo duro con la batteria, non ero certo un gran musicista e chiesi a Gianpiero se gli andasse di mettere su una band, era il 1981. Nacquero gli Autofed. Provavamo nella sala prove della banda cittadina di cui facevo parte, facendo un casino allucinante. Facevamo cover dei Ramones, dei Pistols, degli Who e qualche pezzo nostro. Durammo poco, tenemmo il nostro ultimo concerto nel 1982 al Virus di Milano.Perché gli Autofed si sciolsero velocemente?
Perché per alcuni della band fu un’esperienza traumatizzante. Per me e Gianpiero il punk era musica da vivere appieno. Per gli altri no, ne avevamo una visione idealizzata che alla lunga si scontrò con la realtà, che non era certo quella americana o inglese. Noi ci informavamo, eravamo curiosi, volevamo conoscere il fenomeno e Gianpiero, che faceva l’università a Torino, frequentava il collettivo dei Punx Anarchici. Ci sentivamo dei ribelli e la musica era conseguenza di quel modo di pensare. Per altri, forse, era “solo” musica.Che cos’era il punk per voi?
Era il nostro modo per sfogarci. Per essere una crepa nella comunità fighetta di Aosta, che rivendicava autonomia, ma che non offriva nulla ai giovani. Un modo per esorcizzare i nostri rapporti in famiglia. Su queste basi e dopo l’abbandono degli altri, con Gianpiero ci guardammo negli occhi, certi di non voler rinunciare a tutto ciò: così nascono i Kina. Un gruppo a cui si unisce un ragazzino di un collettivo studentesco politicizzato, Alberto Ventrella. Ma c’era un problema…Chi avrebbe cantato…?
Esattamente. Ci furono accese discussioni. Alla fine, quasi obbligati dalle circostanze perché nessuno di noi era un cantante, decidemmo che lo avremmo fatto tutti, tutti ci avremmo messo la voce, dando subito un’impostazione da collettivo al gruppo. Lo facemmo da soli, ci siamo dati noi delle regole, senza che nessuno ci insegnasse nulla. Ed è paradossale, ma è così che nacque il nostro stile.Con i Kina avete suonato in tutta Europa, arrivando anche a calcare lo stesso palco dei Fugazi negli anni ’90.
Suonare in giro era quello che volevamo. Ci siamo adattati a tutte le circostanze. Partivamo sempre da Aosta, quasi una terra di mezzo tra l’Italia e la Francia.Il rapporto con Aosta torna spesso. Fu centrale?
All’inizio, da ragazzini, non la sopportavamo. Ma con il tempo, isolarci ad Aosta, ci ha salvato dai casini, dalle pressioni della scena, dall’esterno. Forse anche da alcune ambizioni fine a se stesse. Facevamo un mare di concerti, ma davvero un mare, e sapere che poi saremmo tornati ad Aosta non era una bella prospettiva, ma per quanto mi riguarda, quello era anche il posto dove potevamo staccare la spina; sono convinto che questo ci ha aiutato a rimanere lucidi. Non è un caso che dei gruppi storici siamo stati gli unici a durare così a lungo, ci siamo sciolti dieci anni dopo quell’ondata. Negazione e Indigesti provarono la strada del professionismo, ma non fu facile.Vi hanno mai cercato per farvi fare il grande salto nel mercato?
Non all’inizio, poi sì, qualcosa si era mosso. Ma noi creammo Blu Bus, la nostra etichetta indipendente. Volevamo rimanere indipendenti. Non c’è una scelta giusta o una sbagliata, noi facevamo quello che sentivamo giusto per noi.Da dove arriva il nome Kina?
All’epoca si suonava e solo dopo ci si dava un nome. Noi, dopo vari concerti primordiali, arrivammo al nostro vero primo live a Torino e gli organizzatori, giustamente, ci dissero: quindi come vi chiamate? Che nome mettiamo sui manifesti? Andammo al bar e iniziammo a parlarne. Non volevamo nomi da rivoltosi o ribelli.E perché?
Perché per noi avrebbe avuto poco senso. Volevamo essere coerenti con quello che eravamo. Non puoi parlare di rivoluzione e bombe nelle canzoni, o avere un nome rivoluzionario, e poi non fare quella vita. Noi non volevamo maschere da punk. Il nome nacque proprio pensando ai manifesti, alla china per disegnare. La “k” arrivò dal modo di raccontare i “kollettivi” di quegli anni.Il disco di cui sei più orgoglioso?
Ogni disco rappresenta una fase speciale della band. Nei nostri tredici anni di vita tutto ha un significato. E ogni album infatti ha una sua identità: “Irreale realtà” del 1985 è un classico manifesto hardcore, differente dagli altri. “Cercando” invece è terribilmente influenzato dal metal, un progetto anche doloroso perché Alberto Ventrella poco dopo si sarebbe staccato dalla band per andare a vivere un periodo a Berlino. Insomma, non si può scegliere: ogni disco è un pezzo di quello che siamo stati. E poi sono arrivati gli altri: “Se ho vinto se ho perso”, “Parlami ancora”, “Città invisibili”, ognuno con la sua storia e la sua peculiarità.Ti sei mai chiesto perché si è creata una mitologia sui Kina?
Alla fine credo sia stata la nostra grande determinazione a farci uscire dalla mentalità provinciale e dall’immobilismo della nostra città. Se non avessimo rotto i coglioni a migliaia di persone con lettere e contatti, saremmo morti. Mandavamo cassette e dischi a tutti, anche all’estero. E quando andavamo in tour portavamo scatoloni di materiale per allestire un banchetto con la distribuzione. Avevamo fame di contatti. Volevamo conoscere e farci conoscere da più persone possibili e lo facemmo creando una rete indipendente.Perché questa fame?
Per la paura della solitudine, intendo anche quella culturale e politica. Il punk per noi è stato un antidoto a quella paura. Stare ad Aosta e solamente ad Aosta voleva dire veder morire la nostra gioventù e noi andammo contro quel destino.Anche i testi riflettono questo sentimento.
È quello che ti dicevo prima. Non ci siamo dati un nome da rivoluzionari perché noi nei nostri testi non parlavamo di rivoluzione, ma di idee e aspirazioni; erano la rappresentazione di una realtà, Aosta, che non ci apparteneva, di isolamento e di esistenze in bilico.Uno dei momenti di carriera che ricordi con più piacere?
Nel 1990 forse abbiamo raggiunto una sorta di nostro apice, dopo l’uscita del disco “Se ho vinto, se ho perso”. Un album molto diverso dai canoni di quel tempo. Fece fuori tutta la prima tiratura, 2.000 copie vendute subito e per corrispondenza. E iniziavano anche a spuntare delle band che ci annoveravano tra le fonti di ispirazione, tipo i Block Of Flats da Roma e i Tempo Zero di Aosta. Eravamo e siamo orgogliosi di tutto ciò.Suonaste anche con gli Scream di Dave Grohl.
Era la seconda metà degli anni ’80: lui, ai tempi, era un tipo decisamente esuberante (ride, ndr). Era un simpatico spaccone, ma dal cuore d’oro. Un batterista mostruoso. Lo abbiamo incrociato con gli Scream diverse volte, in Italia e all’estero. E mi ha permesso di suonare con la sua batteria perché era estremamente generoso, metteva sempre a disposizione tutta la sua attrezzatura.Gli anni ’90 furono un decennio diverso?
Beh, sì, verso la fine del decennio iniziò il filone del punk melodico, con testi e voci adolescenziali che, onestamente, dopo un po’ mi ha rotto i coglioni.Che cosa è rimasto oggi del mondo punk?
Io credo che del punk sia rimasto soprattutto lo spirito di voler fare le cose a proprio modo: l’autoproduzione, il darsi da soli delle regole, il non seguire la massa. Per me, quello è uno spirito punk. A volte riconosco questo tipo di attitudine anche in ambienti che non fanno parte della mia formazione. Per esempio, anche nel rap. Non è una questione di genere, secondo me, ma di come ti approcci alle cose. A me il punk ha insegnato e trasmesso proprio questo: sei tu lo scultore del tuo destino.Esiste la coerenza nel punk?
Il fatto che il punk si sia ingrandito come movimento e abbia raggiunto il grande mercato non significa necessariamente che abbia diffuso maggiormente la sua forza politica. Stiamo parlando di una scena in cui i Sex Pistols vengono spesso osannati, pur essendo nati come operazione di marketing, mentre a volte vedo attaccare i Clash per alcuni dischi. Quindi, come movimento, dal punto di vista della coerenza, secondo me il punk è debole. Però quello che esprime, se viene fatto proprio, è dirompente.La scena punk italiana dei tempi era aperta o chiusa?
È un discorso complesso. Noi ci siamo stati dentro, ma a modo nostro: non eravamo alla moda, non avevamo magliette alla moda, non avevamo l'abbigliamento classico dei punk. Banalmente, perché per avere quel tipo di abbigliamento avremmo dovuto spostarci da Aosta, prendere il treno, farci ore di macchina, e non ce ne fregava nulla. Molte magliette ce le siamo fatte noi con le bombolette spray o le compravamo dai gruppi con cui suonavamo. Eravamo un po' degli outsider dentro una scena di outsider e questo, secondo me, alla lunga ci ha permesso anche di sopravvivere ai vari cortocircuiti del movimento.Tre dischi punk e hardcore per te fondamentali?
“Land Speed Record” degli Hüsker Dü, una band a cui in tanti ci hanno musicalmente affiancato, con tutte le debite proporzioni. Poi ti dico: “This Side Up” degli Scream. E poi ti metto Sex Pistols e i Clash sullo stesso piano, i primi perché hanno smosso qualcosa di irripetibile nel cuore delle nuove generazioni, i secondi per il coraggio, per la rottura di certi schemi.
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