Musica

Tedua

01.04.2026 Scritto da Martina Teruzzi

L’ascesa di un sound complesso che ha saputo farsi capire dalle masse! Tedua è pronto a conquistare San Siro.

Se il successo di un grande evento si misura in decibel e presenze, quello di Tedua si misura in verità. La storia di Mario Molinari, in arte Tedua, non è la solita parabola da popstar, ma il manifesto di come la musica possa trasformare una biografia frammentata in un’opera d’arte coerente e salvifica.

Il percorso di Tedua inizia in salita. Nato a Genova, si ritrova piccolissimo a Milano, immerso in una situazione familiare complessa che lo porta a vivere prima in una casa d’accoglienza con la madre e poi, dai tre anni, in affidamento presso due diverse famiglie. Di suo padre, per anni, non si è saputo nulla, fino alla recente e cruda ammissione nel brano Jolly Roger (contenuto nell’album La Divina Commedia): “Ho conosciuto mio padre”.

Tuttavia, è proprio la durezza della metropoli a offrirgli il primo appiglio. Tra i banchi di scuola e i muretti di Milano, stringe legami con ragazzi che, come lui, trasformeranno la rabbia in rime: parliamo di futuri pesi massimi come Ghali, Rkomi ed Ernia. Ma è il ritorno in Liguria, a Cogoleto, che chiude il cerchio. Qui, tra le periferie e i quartieri popolari, la sua scrittura esplode. L’incontro con Vaz Tè e Izi dà vita al collettivo Wild Bandana, segnando ufficialmente l’inizio di una nuova era per l’urban italiano.

Tedua è la dimostrazione vivente che la musica non è solo intrattenimento, ma uno strumento di resilienza. Per chi cresce senza radici, la scrittura diventa il luogo dove costruire la propria casa. Il suo approccio “sciamanico” e la sua capacità di analisi introspettiva hanno permesso a migliaia di giovani di rispecchiarsi nelle sue fragilità, rendendo i suoi concerti non semplici show, ma veri e propri riti collettivi.

Musicalmente, Tedua è un alieno nel panorama italiano. Sebbene dichiari apertamente la sua ispirazione a Dargen D’Amico per la complessità dei testi e l’uso delle metafore, il suo sound è un ibrido unico che spazia dalla trap al pop, con profonde venature R&B.

Il suo marchio di fabbrica è il cosiddetto “flow in levare”, un modo quasi esasperato di chiudere le strofe che sfida il beat, tipico della Drill. Ma, se la Drill americana e quella britannica si concentrano spesso su tematiche cupe e di strada, Tedua ha saputo “addomesticare” questo ritmo serrato, portandolo verso una dimensione poetica e cinematografica, rendendolo accessibile anche al grande pubblico dei palazzetti.

Oggi, vedere il nome di Tedua illuminare i maxischermi dello Stadio San Siro per la data del 24 giugno, non è solo una vittoria commerciale, ma la conferma che il talento, quando mescolato alla verità di un vissuto difficile, può davvero cambiare il corso di un destino. San Siro rappresenta anche la prova definitiva: il passaggio dalla nicchia del genere Drill alla consacrazione nel tempio della musica italiana, dove il suo “flusso” incontrerà finalmente la dimensione monumentale dello stadio.

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